TONI ESPOSITO “Rosso napoletano”, Numero Uno, 1974

Da alcuni anni la BMG sta ristampando, in un formato poco pratico ma decisamente piacevole per gli occhi (il cosiddetto “vinil-replica”), alcuni dei lavori che nella prima metà degli anni ’70 resero celebre l’Italia per la vivacità della scena (cosiddetta) “progressive”, dischi di autori più o meno famosi, spesso dai nomi strampalati, ma caratterizzati da grande capacità di ricerca e curiosità musical/intellettuale. Nel suo piccolo un’età d’oro del rock italiano. Tra le uscite di questo inverno mi ha sorpreso non poco l’ascolto di questo disco del noto percussionista napoletano Toni Esposito. Chi lo ricorderà per i successi “estivi” degli anni ’80 forse ignora come negli anni ’70 lui fosse un valentissimo e ricercato session-man, la sua maestria e fantasia nell’uso delle percussioni lo avevano proiettato con autorevolezza nella scena musicale dell’epoca partecipando a molti dischi e a molti progetti. Di quegli anni restano anche alcuni dischi solisti di ottima fattura che, forse, la stessa critica all’epoca non sottolineò a sufficienza. Solitamente quando si parla delle vere chicche di quegli anni si fanno (ed a ragione, per carità…) i nomi di Area, Battiato, Aktuala, Alan Sorrenti, il Perigeo, gli Opus Avantra… i lavori di Esposito venivano messi sempre in secondo piano.

E invece, a riascoltarlo oggi, questo disco rivela una sensibilità ed una grazia rarissime all’epoca.

Senza chitarre iper-virtuose, senza tastiere barocche, senza l’energia tipica del rock e anche senza la assoluta libertà del jazz, Esposito disegna una serie di quadri delicati, impressionisti. Con l’aiuto di valentissimi musicisti (dal mai dimenticato Paul Buckmaster a Gigi De Rienzo a Robert Fix) ci regala questi 5 brani nei quali gli strumenti dialogano “sottovoce”, senza fare a gara a chi è più bravo e senza pestarsi i piedi, ma con grandissimo senso musicale, distillando melodie piacevolissime e donandoci una atmosfera paradisiaca. Il lungo brano iniziale (“Rosso napoletano“) è una sorta di soft-jazz che sembra cullarci con delicatezza, con le percussioni coloratissime di Esposito a tintinnare piacevolmente dettando placidi ritmi, il piano elettrico fender Rhodes (vera e meravigliosa icona acustica di quegli anni) a tessere libere melodie lente ma efficaci, il sax a farsi carico di dare un pizzico di energia qua e la (ma senza intaccare l’atmosfera generale del pezzo: contemplativa, rilassata, di una beatitudine consapevole).

E gli altri 4 brani (più brevi) non sono da meno:

i virtuosismi percussionistici di Esposito contrappuntati allegramente dal piano di Mark Harris in “Danza dei bottoni“, le divertite atmosfere mattutine de “Il venditore di elastici“, “Breakfast” con uno strepitoso R.Fix e il conclusivo “L’eroe di plastica“, forse il brano più vicino ai tipici canoni del jazz-rock dell’epoca..

Un disco di rara eleganza e misura.

 

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