NATALINO OTTO “Un nome. La storia”, CGD, 1989

Negli ultimi anni ho scoperto una insana passione per (alcune) canzoni italiane degli anni ’30 e ’40. Un periodo per molti versi rivoluzionario (musicalmente parlando) nel quale, nonostante l’ostracismo del regime fascista per tutto ciò che non fosse autarchico, alcuni straordinari musicisti riuscirono a fare proprie musiche provenienti dagli Stati Uniti realizzando sia splendide cover sia bellissimi brani originali.

Riascoltando oggi queste canzoni mi colpiscono la grande freschezza, l’entusiasmo nel fare propri questi generi musicali (musiche degenerate si diceva all’epoca…), la capacità di innestare su swing, blues, jazz ecc. quel pizzico di melodia italiana che rende questi brani da un lato non pedissequamente conformi agli originali e dall’altro ci impedisce di sentirli alieni e lontani dalla nostra cultura (musicale), infine mi colpisce l’ottima qualità delle interpretazioni sia da parte dei cantanti sia da parte delle orchestre e dei solisti che li accompagnano.
Natalino Otto è uno degli eroi di quest’epoca e in questa raccolta (che in realtà riepiloga meno di un decennio della sua attività, 26 brani che vanno dal 1940 al 1948) ci snocciola una sequenza impressionante di piccoli capolavori.
Si alternano languide ballate (la stupenda “Non ti posso dar che baci“, “Illusione“, “E’ una canzone d’amore“, la morbidissima “Rimpiangerai bambina“),
brani in cui mostra esplicitamente la sua passione per i nuovi ritmi (“Ma cos’è questo ritmo“, “Ritmo per favore“, “La scuola del ritmo“, “Ritmo per cinque“, “Che ritmo, senti che ritmo“),
cover di brani americani puntualmente trasfigurati nei testi per poter essere accettati (“S.Louis blues” che muta in un’inaspettata “Le tristezze di San Luigi“, “Dinah” che diventa una italofona “Daina“, la trascinante “Joseph Joseph” che si trasforma in “Oh Giovannino!“),
brani originali ma fortemente debitori della musica d’oltre oceano (il Goodman alla pummarola di “Natalino studia canto” e di “Mamma voglio anch’io la fidanzata“, lo swing pimpante di “Pinocchio“, il gigioneggiare stile “Cotton club” di “Natalino… canta!“).
E in questo CD si respira un’aria allegra, ma non stupida, si colgono chiaramente l’enorme professionalità dei musicisti e le loro grandi capacità. Nessun virtuosismo inutile, nessuno sfoggio di bravura, ma allo stesso tempo esecuzioni appassionate ed intensissime.
E il fruscìo dei vecchi 78 giri ci restituisce (ahinoi) atmosfere in un bianco e nero sporco e graffiato che non potremo mai vivere direttamente.

One thought on “NATALINO OTTO “Un nome. La storia”, CGD, 1989

  1. Anonimo scrive:

    natalino otto e stato un grande e con la sua voce melodiosa a fatto innamorare tante persone compresi me e mia moglie che purtroppo non e piu con me

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