BRIAN ENO & J.PETER SCHWALM “Drawn from life”, Venture, 2001

Ogni volta che si ascolta un nuovo lavoro di Brian Eno è inevitabile ripensare ai lavori epocali e seminali che ha fatto negli anni passati. Il suo nome è legato indissolubilmente all’elaborazione del concetto di ambient music e alla sua traduzione in un pugno di dischi belli ma, soprattutto, capostipiti di una scena che col tempo è diventata enorme e variegata. Da tempo penso, e non sono il solo, che il suo sarà uno di quei nomi che rimarranno negli anni a venire quando saranno ricordati gli aspetti più significativi della musica della seconda metà dello (ormai) scorso secolo.
E’ quindi complicato affrontare un suo lavoro proprio perchè si tende ad aspettarsi da lui, ogni volta, chissà quale rivoluzione musicale, chissà quale musica innovativa, chissà quale apertura verso il futuro.
Invece, come è giusto che sia, questo lavoro a 4 mani con J.Peter Schwalm si rivela per un lavoro (abbastanza) ortodosso che nulla aggiunge alla carriera di Eno. Non è un disco di ambient pura ma nemmeno un disco di canzoni oblique come ci aveva abituato alcuni anni fa. E’ un lavoro che, come atmosfere, è avvicinabile soprattutto ad i brani più eno-ani del progetto “Passengers” (qualcuno lo ricorda ? era il 1995…), ritmiche lente, curatissimo nei suoni, ovattato, morbido, ma con una attenzione alle percussioni e ai ritmi e qualche presenza vocale che lo rendono più tradizionale e per nulla ostico all’ascolto.
Niente di nuovo sotto il sole, ma un disco nel quale l’enorme mestiere di Eno contribuisce a rendere godibili brani che non sempre spiccano per la vena compositiva (anche se l’iniziale “Persis” è oltremodo affascinante e ipnotica e “Like pictures part 2” suona elegantissima).
Piacevole la presenza di alcuni ospiti d’eccezione (Laurie Anderson, Holger Czukay…), peccato invece per l’uso eccessivo (e fastidioso) del vocoder in un paio di brani (ad esempio “Rising dust“, ma naturalmente può essere questione di gusti…)
La perla del disco, secondo me, è l’onirica “Bloom“, un brano che su una viva ritmica pulsante disegna delicate e semplici melodie di sinth colorate dalle voci di due bambine (credo le figlie dello stesso Eno), a volte mandate a rovescio (vecchio pallino dell’autore…), contrappuntate a loro volta dagli archi (molto presenti nell’intero lavoro). Un pezzo (non a caso presente anche in una seconda versione) al quale è bello abbandonarsi.
Un disco normale e che non aumenta ne diminuisce la fama di Eno, ma, forse, passato un po’ troppo sotto silenzio proprio per questa sua normalità, nonostante sia migliore di tantissime cose più “alla moda” di cui invece tanto si parla.

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2 thoughts on “BRIAN ENO & J.PETER SCHWALM “Drawn from life”, Venture, 2001

  1. kerrysigh ha detto:

    Eno è solo un egocentrico..

  2. […] Brian Eno (di lui ho parlato spessissimo, ad esempio qua e qua, ma anche qua e qua) che con “The Ship” realizza un’opera ambient per molti versi particolare e […]

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