SANGUE MISTO “SXM”, Century Vox, 1994

Ci sono dischi che segnano l’apice di un genere o di un movimento musicale.
Questo è uno di quelli.

Negli anni precedenti c’era stato il fenomeno dell’hip-hop italiano e delle cosiddette posse caratterizzato da grande vitalità, tante uscite interessanti (Assalti frontali, AK 47, Isola Posse All star, 99 Posse, Sud Sound System…), ma con l’attenzione forse troppo rivolta ai testi e meno agli aspetti musicali. Era una scena che, inevitabilmente, pagava pegno al suo essere una novità assoluta per l’Italia, e la tecnica ancora non veniva padroneggiata a dovere.
All’appassirsi del fenomeno seguirà la tendenza ad una sorta di riflusso, con i gruppi e i rappers sempre più interessati ombelicamente alla propria vita, a parlare (e spesso a vantarsi) di se senza la capacità di farsi testimoni di un momento o di un movimento, senza la capacità di farsi portavoce di una fetta di realtà che vada oltre le mura della propria abitazione.

SXM” riesce invece a raggiungere una compiutezza sorprendente e in maniera tecnicamente ineccepibile. Le musiche, o, meglio ancora, le basi costruite da DJ Gruff campionando a destra e a manca, sono di altissima qualità: battuta lenta, bassi profondissimi, atmosfere noir, evidenti similitudine con la Bristol che negli stessi mesi muoveva i suoi primi passi ma evitando rigidamente quella malinconia di fondo, così caratterizzante certo trip-hop, e sostituendola invece con il lucido pessimismo di chi non si fa illusioni ma neanche si arrende (“questione di stile” diceva Speaker Dee Mo’, che qui si limita a curare la grafica e la copertina).
Le rime di Neffa (si, QUEL Neffa) e di Deda raccontano innanzitutto di se stessi e del loro mondo, attraverso l’esposizione delle loro giornate, del loro amore per marijuana e hashish (leit-motiv che ritorna spesso nei brani), del loro sentirsi fuori dal paese e dai quartieri che frequentano. Riescono a fotografare benissimo tutta una serie di modi di pensare e di vivere tipici di certa gioventù urbana e sub-urbana italiana (e la foto è ancora piuttosto attuale), con una attenzione allo stile del linguaggio assolutamente unica, tra l’altro insistendo trasversalmente in vari brani su alcune espressioni-paradigma (“straniero nella mia nazione“, i “cani sciolti” contrapposti alle “iene“, “in dopa“…).
Il risultato sono 10 canzoni, più i due temi strumentali che aprono e chiudono il disco, tutte belle ma con alcuni brani che spiccano e stupiscono: “Clima di tensione“, lucidissima descrizione dell’involuzione dei/nei rapporti umani nelle periferie del nord (grazie alla Lega), il groove irresistibile de “Lo straniero“, constatazione inevitabile del proprio essere estraneo al proprio Stato e alla cultura dominante, “La porra“, fotografia dall’interno del rito della canna su di una lenta ritmica ipnotizzante di grande efficacia, e poi le profondità oscure e ammalate, ma vere, di “Piglia male” e di “Fattanza blu“, quest’ultima un vortice abissale che ci trascina in mondi opachi e amniotici, rilassati e beati.
Peccato che dopo la pubblicazione, di fatto, il trio si sia sciolto, Neffa abbia preso strade che rapidamente lo porteranno verso il mainstream, Deda e DJ Gruff siano scomparsi nell’underground riemergendo più o meno occasionalmente con progetti minori che non riusciranno ad eguagliare questo splendido esordio.
Ma forse era giusto che questo CD rimanesse un evento senza seguito, la perfetta quanto non replicabile unione tra tre menti fatte apposta per essere unite.
Ristampatelo!

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