VICTOR JARA “La poblacion”, Warner Music Chile, 1972

Difficile parlare di Victor Jara.
Un monumento della musica cilena, un uomo del quale ho sentito parlare solo bene, un artista le cui qualità hanno travalicato oceani, terre e la sua stessa vita.
Ma l’ascolto di questo suo lavoro (uno degli ultimi completati prima di morire per mano dei militari golpisti nel settembre del 1973) mi spinge a condividere con voi alcune sensazioni.

Victor Jara, riduttivamente, viene spesso classificato” come un cantautore. Ma se ascoltiamo le sue canzoni, viene spontaneo notare le molte differenze con quelli che qui in Italia, negli stessi anni, chiamavamo allo stesso modo. Nei suoi dischi c’era una straordinaria capacità di giostrare su differenti registri, alternando con sapienza e intelligenza molto moderna, brani drammatici a brani giocosi, momenti seri e momenti di allegria. Mentre da noi la seriosità sembrava obbligatoria, lui aveva perfettamente compreso che un artista deve saper interpretare tutti gli aspetti della vita, deve saper raccontare tutti gli aspetti dell’animo umano. Non deve certo vergognarsi di toccare temi serissimi (e questo disco, che nasce come tentativo di raccontare i quartieri più poveri di Santiago e delle altre città del Cile, è un disco straordinariamente serio), ma non deve neanche vergognarsi di cantare l’amore o l’allegria o di essere egli stesso allegro mentre canta.
Nei frammenti che ci sono arrivati delle sue performance dal vivo (e in questo disco ve ne sono alcuni sotto forma di bonus tracks) scopriamo un entertainer di primissima qualità: affabulatore, divertito e divertente, ma sempre capace di trovare il giusto tono senza diventare mai mono-tono (e scusatemi la doppia citazione skiantosiana). In grande anticipo sui tempi aveva compreso l’importanza della musica popolare (e delle proprire radici cultural-musicali), ma non è mai caduto nella trappola della filologia radicale né si è mai auto-imprigionato nel tentativo di riproporla così com’era. Si è cibato della musica popolare ma si è anche contaminato con tutto quello che ha conosciuto (e non mi riferisco solo alle musiche da lui incontrate, ma anche al teatro e alle altre arti che ha frequentato). Non è mai stato un musicista puro e non si è mai fatto problemi in tal senso.
Oggi la contaminazione è un dato acquisito e fuori discussione, ma all’epoca non era per niente scontata una tale apertura mentale.
Questo disco è un lavoro di una maturità impressionante. Jara, dimostrando di non sentirsi e non pensarsi una star, ha come unico obiettivo la buona riuscita del progetto, e, in funzione di questo, non ha problemi a cedere spesso il timone ad alcuni ospiti prestigiosi (Isabel Parra, il conjunto Huamarì), cercando sempre di utilizzare ciò che di meglio ha a disposizione per dare forza ai racconti che ci narra. Rapidamente si susseguono le immagini durissime, eppure vere e piene di dignità, di chi non ha altro che le sue proprie mani (“y mis manos son lo unico que tengo, y mis manos son mi amor y mi sustento“), dei barrios più umili, del piccolo Luchin che cerca di giocare vicino alla sua baracca, di Herminda morta innocente colpita da una pallottola.
Tutto questo cantato senza un filo di retorica, ma sempre con umanissima partecipazione. Mai si avverte l’artista come osservatore distante e distaccato, al contrario è sempre fortissima la sua empatia e la sua internità con le persone, i fatti (la rivolta del 16 marzo 1967) e i luoghi di cui si canta.

Come accennato prima, non mancano i momenti divertiti (le due cuecas “La carpa de las coliguillas” e “Sacando pecho y brazo“, la ballata “El hombre es un creador“) quasi a sottolineare che il disagio non si traduce necessariamente in tristezza, e che delle proprie disgrazie si può anche sorridere (oltre che trasformarle in legittima rabbia). Se proprio vogliamo trovare un difetto in questo lavoro bisogna dire che il brano conclusivo, “Marcha de los pobladores“, è, musicalmente, una marcetta tutt’altro che memorabile sia nella musica sia nel testo (a parziale giustificazione va però detto che in quegli anni, in Cile, era abbastanza usuale comporre marce e marcette da utilizzare a fini di propaganda politica o da cantare nelle manifestazioni, molti, ad esempio, ricorderanno “Venceremos“, era l’inno di Unidad Popular, che è forse la più riuscita commistione tra la propaganda politica e la musica d’autore e popolare dell’epoca).

Un disco che non contiene nessuno dei brani che hanno reso celebre Jara, ma sicuramente tra i suoi lavori più belli e riusciti e la cui forza principale sta nella lucidità del progetto unita all’amore e la passione che vi sono state riversate.

E in musica l’amore e la passione possono fare la differenza.

www.victorjara.org

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...