RADIODERVISH in concerto a Roma, 17/6/2005

Tra i tanti spazi scelti dal Comune per le manifestazioni dell’Estate Romana ho da sempre una predilezione per il laghetto di Villa Ada dove si svolge, da oltre 10 anni, una interessante kermesse musicale, dedicata soprattutto alla cosiddetta world music, intitolata significativamente “RomaIncontraIlMondo“, all’interno della quale hanno suonato decine di solisti e gruppi provenienti da tutti i continenti.

Il palco situato a ridosso delle acque del laghetto, gli alberi del parco tutt’intorno, i tavolini dove ci si può sedere per seguire il concerto o per mangiare un kebab, un tabulè, una pizza o un pollo al curry, l’illuminazione discreta… tutto contribuisce a rendere questo spazio una oasi di pace che, pur essendo a tutti gli effetti all’interno della città, ci da l’impressione di esserne molto lontani.

In questo scenario perfetto e alla presenza di un pubblico abbastanza numeroso e molto caloroso ha suonato un buon concerto il duo/non duo italo-palestinese dei Radiodervish. Si sono presentati in una formazione che, oltre al vocalist Nabil Salameh e al bassista/chitarrista Michele Lobaccaro (i due cardini del gruppo), vedeva sul palco le ormai consuete tastiere di Alessandro Pipino, la batteria di Antonio Marra ed un trio d’archi tutto al femminile per impreziosire ulteriormente le armonie.

Il set presentato, molto morbido e riflessivo, mi è sembrato fosse più adatto ad una esecuzione in un teatro ed è risultato un pochino dispersivo in uno spazio aperto come questo.
Ciò nonostante il pubblico ha mostrato di apprezzare la musica proposta: sia applaudendo i brani del recente lavoro “In search of Simurgh“, presentati nella primissima parte della serata e caratterizzati da ritmi molto lenti ed atmosfere eteree, sia entusiasmandosi per i brani del loro penultimo lavoro (“Centro del mundo“) che hanno costituito l’ossatura vera e propria del concerto e che hanno un poco irrobustito le atmosfere provocando qua e la tra gli spettatori qualche danza improvvisata.
La voce di Nabil, seppure a volte lasciata colpevolmente sola per la mancanza di adeguate controvoci, ha mostrato tutta la sua eleganza, gli archi e le tastiere si sono contrappuntati molto bene, le chitarre hanno fatto la loro parte senza mai “rubare” la scena agli altri strumenti con una umiltà davvero apprezzabile.
Naturalmente non sono mancati anche brani (come la splendida “Due soli“) estratti dal loro primo lavoro, “Lingua contro lingua“, ristampato proprio in questi giorni, e il pubblico ha apprezzato (e richiesto) qualche ripescaggio dal repertorio degli Al Darawish (gruppo dalla cui scissione presero poi forma gli attuali Radiodervish).

Gli arrangiamenti sono stati abbastanza canonici, fatta eccezione per alcuni brani ai quali sono state aggiunte delle introduzioni musicali piuttosto interessanti e per “Rosa di Turi” che è stata felicemente eseguita con la collaborazione di Giuseppe Battistoni che ha letto (all’inizio e nella dilatatissima fase centrale del brano) la lettera di Gramsci alla quale è ispirato (parte) del testo della canzone.

Ho trovato assolutamente paradigmatica, sia del percorso musicale dei Radiodervish sia delle loro influenze e dell’ambito nel quale vogliono muoversi, la scelta delle 2 cover proposte a Villa Ada.
In chiusura di set hanno eseguito un omaggio ai Dissidenten, padri fondatori dell’ethno-beat, con la loro celebre “Telephone arab” a metà concerto hanno invece interpretato, in una splendida versione, “Tu si ‘na cosa grande” di Domenico Modugno.
Se è evidente che l’idea di mischiare il pop europeo con quello medio-orientale abbattendo qualunque presunta barriera (cosa che fece il trio tedesco dei Dissidenten intorno alla metà degli anni ’80) sia stata all’origine degli Al Darawish, è altrettanto evidente che negli anni (specialmente a valle della separazione del gruppo) si è sempre più manifestata l’ulteriore influenza della musica colta europea e della tradizione melodica italiana (“In search of Simurgh“, in questo senso, ne è un esempio perfetto) benissimo rappresentata dalla canzone di Modugno che, come amo ricordare, è l’ennesima dimostrazione di come negli anni ’60 la canzone leggera italiana avesse raggiunto una mirabile sintesi tra la capacità di emozionare e catturare l’ascoltatore (e vendere dischi !) e la parallela capacità di scrivere melodie ed armonie mai banali, canzoni che nei classici tre minuti e mezzo fossero capaci di avere uno sviluppo affascinante e non si limitassero alla pedissequa alternanza strofa-ritornello su di una melodia di 4-note-4 (come ormai si usa oggi).

L’impressione è proprio che sull’albero della contaminazione tra occidente/oriente i Radiodervish abbiano innestato, felicemente, i rami della migliore tradizione melodica europea.

E siamo in attesa del singoletto di cover che dovrebbe uscire tra non molto.

http://www.radiodervish.com
http://www.villaada.org

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