SEVARA NAZARKHAN “Yol bolsin”, Real World, 2003

Tra i tantissimi effetti collaterali dovuti al crollo del muro di Berlino uno dei più gradevoli è stato sicuramente la grande apertura musicale tra est ed ovest e, in particolare, l’inattesa e cospicua circolazione di lavori di artisti delle ex-repubbliche sovietiche caucasiche, lavori che prima faticavano moltissimo ad emergere. Un mondo interessantissimo e che solo ora arriva con una certa facilità all’ascoltatore occidentale.

La Real World già in passato aveva realizzato un disco strepitoso con un supergruppo che raccoglieva alcuni tra i musicisti più bravi del Turkmenistan (sia il gruppo sia lo spettacolare disco si intitolavano “Ashkhabad“, dal nome della loro capitale).
E’ tornata un paio di anni fa sul luogo del delitto producendo una vocalist proveniente dall’Uzbekistan che, in collaborazione con Hector Zazou, ci presenta una serie di standard della loro tradizione interpretati senza troppi stravolgimenti, con qualche pennellata di elettronica ed un gusto sincretico tipico di questo nuovo millennio.

Quello che rapisce della musica di questi luoghi è il suo essere musica di frontiera (vi suggerisce nulla un luogo come la città di Samarcanda ?), ovvero di provenire da delle regioni che da sempre sono state il punto di contatto tra culture lontane se non lontanissime.
Una musica fortemente legata sia alla tradizione europea sia a quella medio ed estremo orientale. Una musica meticcia, ma che dal proprio meticciato riceve una personalità conturbante, dove l’insieme di profumi così diversi si rivela essere un aroma nuovo ed affascinante, così come sono affascinanti e sorprendenti i volti e i vestiti di queste popolazioni così sfuggenti alle etichette che per comodità ci piace appiccicare.

Ed è un bene che musiche di questo tipo non vengano imbalsamate per la gloria degli etno-musicologi, ma vengano rielaborate e vissute in prima persona da musicisti moderni, meglio se straordinari virtuosi come gli Ashkhabad o delicati interpreti come la giovane e bella Nazarkhan che, dimostrando notevole apertura mentale, non disdegna affatto la musica pop e il muoversi trasversalmente nell’universo musicale.

In questo disco, in particolare, ben si mescolano le tastiere di Zazou con il doutar (tipico liuto a 2 corde di quelle zone), il nai (flauto dagli evidenti legami col classico flauto turco) e le percussioni.

Musica di confine, la cui purezza discende proprio dalle sue tantissime contaminazioni.

E provate a spiegarlo a chi crede che la tradizione musicale (e le tradizioni in genere) vadano conservate nei musei, isolate e difese dagli incontri con le altre culture…

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