CHARLEMAGNE PALESTINE “in-mid-air”, Alga marghem, 2003

La cosa straordinaria di Palestine rispetto agli altri minimalisti e/o sperimentatori musicali che, insieme a lui, hanno vissuto la straordinaria e ribollente stagione degli anni ’60 e dei primi anni ’70, è la sua capacità di non prendersi mai sul serio, di non atteggiarsi a guru musicale, di non srotolare davanti all’ascoltatore pagine e pagine di spiegazioni sui perché o i percome della sua musica e delle sue composizioni.

Non che la sua ricerca sia meno interessante o valida della altre, sia chiaro.

Un ottimo esempio di ciò è questo CD che raccoglie alcuni suoi studi datati 1965-1970 (realizzati con gli storici “Buchlas 100 & 200 systems”) nei quali il nostro eroe si diletta a realizzare sculture sonore utilizzando materiali di partenza poverissimi e scoprendo, analogamente ad altri ricercatori dell’epoca, come in quella austerità si nascondesse un universo di rara bellezza.

Ma mentre gente come LaMonte Young o Steve Reich vive queste ricerche con serietà assoluta, lui da sempre l’impressione di giocare con i materiali musicali, riuscendo a pervaderli di una leggerezza stupefacente. E questo vale sia per i lavori tipicamente elettronici (come questo) sia per le sue performance al piano (Bosendorfer, of course...).

Forse all’epoca il fatto che suonasse circondato da pupazzetti di peluche veniva visto semplicemente come una stravaganza (e lui stravagante lo era certamente), ma a distanza di 3 decenni viene il dubbio che il suo modo di porsi ludico nei confronti della musica fosse assai più sano di quello di tanti altri compositori perennamente alla ricerca di una corretta formalizzazione teorica delle proprie creazioni.

Questo non è certo il suo disco più interessante (suggerirei piuttosto il classico “Strumming music” o “Godbear“), ma l’ascolto (che richiede attenzione e partecipazione) saprà ricompensare coloro che coraggiosamente vi si cimenteranno, e l’invito vale soprattutto per coloro che hanno molto amato i primissimi lavori dei Tangerine Dream o dei Kraftwerk, artisti che molto devono, come sempre accade, agli sperimentatori che li hanno preceduti.

Un plauso speciale va alla Alga Marghem, piccola ma battagliera etichetta italiana che sta pubblicando questa serie di inediti “palestiniani” (“The Golden research – C.Palestine archive series“, tutti lavori che all’epoca non trovarono adeguata diffusione) e il cui catalogo riunisce anche opere di altri artisti molto interessanti, sempre realizzati con una veste grafica curata e pertinente.

Se le major imparassero dalle piccole etichette…

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