ELIANE RADIGUE “Geelriandre/Arthesis”, Fringes recordings

Pur essendo stati realizzati nei primissimi anni ’70 i due lavori contenuti in questo recente CD (primo della serie “archive” della Fringes) si inseriscono splendidamente tra i (non molti) dischi dedicati a questa compositrice di assoluto livello.
Analogamente ai suoi lavori più recenti anche questi sono caratterizzati da una notevole lunghezza (entrambi intorno alla mezz’ora) e da lentissime e progressive modifiche del materiale musicale utilizzato. Pensati per le tastiere dell’epoca (l’Arp e il Moog), con l’aggiunta di alcune gocce sonore realizzate al pianoforte in “Geelriandre“, questi brani possono apparire statici ad un ascolto distratto, ma basta concentrarsi su ciò che accade per notare come, con grande lentezza, i suoni si evolvano e progrediscano nelle direzioni segnate dalla compositrice.
Sempre ad un ascolto distratto potrebbero sembrare assai simili ai lavori che realizzerà Eno qualche anno dopo, ma, in realtà, vi è una differenza sostanziale: mentre Eno si limiterà ad innescare processi che poi, autonomamente, produrranno quei suoni magmatici e nebbiosi (e semi-casuali) che ormai ben conosciamo, qui abbiamo una autrice che mantiene il controllo di ciò che accade ed è lei a spingere la musica (ribadisco, sempre con molta lentezza) nelle direzioni desiderate; e la cosa incredibile della Radigue è la sua capacità di agganciare l’attenzione dell’ascoltatore in modo tale che sia difficilissimo abbandonare la sua musica, soprattutto perché, a dispetto della povertà dei materiali utilizzati e della loro relativa semplicità, riesce (sorprendentemente!) ad emozionarci e a sviluppare un vero e proprio pathos coi suoi tipici crescendo e diminuendo, con piccoli ma inaspettati cambiamenti o modulando con cura maniacale i suoni.

Certo, questo non è il suo capolavoro (la “Trilogie de la mort“, corposo trittico di lavori ispirati al “Libro tibetano dei morti“, merita sicuramente quest’appellativo con le sue tre ore di sonorità elettroniche capaci di decrivere in maniera convincente e affascinante ciò che accade, o potrebbe accadere, subito dopo la morte), ma è un disco onestissimo che, oltre al piacere dell’ascolto, ci aiuta a fare luce sul passato, pochissimo noto, della Radigue.

Una artista che meriterebbe di uscire un po’ di più dall’ombra che la avvolge e il cui nome dovrebbe essere noto non solo agli addetti ai lavori.

Due composizioni che non risentono dei 30 anni trascorsi e suonano ancora decisamente attuali.

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