AUTECHRE “Incunabula”, Warp records, 1995

Cosa mi piace degli Autechre ?
Mi piacciono le loro copertine inafferrabili, con quelle figure astratte che sembrano sempre ricordarmi qualcosa (ma cosa ?), con la loro difficile lettura (dove sono i titoli dei brani ? e chi suona nel disco ?), con la gelida assenza di qualunque riferimento emotivo-personale.
Mi piacciono i titoli dei loro brani, così impersonali, spesso incomprensibili e difficilmente riconducibili alla musica.
Mi piace l’assenza di qualunque immagine dei due componenti del gruppo (Sean Booth & Rob Brown), il loro essere presenze fantasmatiche, fermamente decisi a non sovrapporsi alla loro musica.

Ma soprattutto, ovviamente, amo le musiche che realizzano:
-le loro melodie semplicissime (poche note ripetute ad-libitum come insegnano i maestri Kraftwerk, la cui influenza su questo disco, pur evidentissima, lo rende affatto impersonale)
-le loro ritmiche (armatura e robusta costituzione dei pezzi) intricate e continuamente cangianti, che ti avvolgono piano piano, prima straniere poi sempre più familiari, fino a risultare (addirittura) cantabili
-la loro maniacale ricerca sui suoni (sempre in bilico tra rumore e piacere), da autentici cesellatori dei “glitches” per i ritmi e disegnatori dalla raffinata tavolozza per le armonie e le melodie sintetiche (eppure così umane)
-il loro sfiorare sempre e comunque il confine col caos senza mai oltrepassarlo, il loro spingersi (con coraggio di veri esploratori) nei territori ancora vergini dove suoni (solo apparentemente) sgraziati si rivelano evocatori di paesaggi più-che-moderni e ci raccontano il nostro presente e il nostro (prossimo) futuro.

Nelle loro musiche c’è tutta l’ansia e l’inutile girare a vuoto della pur razionale società occidentale di fine ed inizio secolo.

Questo disco, uno dei primi della loro discografia, li vede ancora lontani da certe fredde complessità che svilupperanno negli anni a venire, i suoni sono ancora (relativamente) morbidi, i ritmi (il cardine delle loro composizioni) ancora (relativamente) semplici. Un album particolarmente godibile manifesto di quella rivoluzione nella musica elettronica che lo scorso decennio trovò consacrazione in Gran Bretagna attraverso i lavori pubblicati da alcune etichette innovative, tra le quali la Warp rivestirà un ruolo più che centrale.

Tutti i brani meritano attenzione ma voglio segnalare in particolare la leggerezza di “Bike“, vicina alle atmosfere che saranno tipiche dei Plaid, l’uso delle voci (?) nell’abissale “Basscadet“, il lento ma irresistibile crescendo percussivo di “Doctrine“, il lunghissimo volo a planare di “Windwind“, lo splendido ruotare derviscio di “444” che sembra non debba finire mai.

Tra le cose che rimarranno degli anni ’90.

One thought on “AUTECHRE “Incunabula”, Warp records, 1995

  1. […] per niente facile fare un video per le musiche degli Autechre (vi parlai di loro in questo post e in quest’altro post). Ma quando il gioco riesce l’unione di immagini e musica può essere […]

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