ANGELO BRANDUARDI “Branduardi”, Polydor, 1981

E’ strana la sorte di certi dischi. Quando Branduardi ha realizzato questo splendido lavoro veniva da un tris di successi (“Alla fiera dell’est“, “La pulce d’acqua“, “Cogli la prima mela“) culminato con un tour lungo e spettacolare tramutato in un triplo Lp dal vivo e, addirittura, in un film (a quando il dvd ?) intitolati entrambi “Concerto“.
C’erano tutte le premesse per un nuovo successo ed invece, inopinatamente, questo disco entrò rapidamente nello scaffale dei dischi minori e le canzoni che le compongono verranno più o meno dimenticate e presto escluse dai concerti del cantautore lombardo.

Bisogna riconoscere che questo lavoro segna uno scarto profondo rispetto ai dischi precedenti a partire dalla geometrica ed affascinante copertina (un quadrato, composto da 9 quadrati più piccoli, ognuno dei quali composto da ulteriori 9 quadratini ancor più piccoli, decisamente meno evocativo delle copertine dei dischi precedenti) e dal ritorno di Paul Buckmaster, sostituto di Maurizio Fabrizio nel ruolo di co-arrangiatore dei brani (e la differenza si sente molto chiaramente).

La prima cosa che salta all’orecchio è che Branduardi usa, rispetto al suo solito, molti meno strumenti (e praticamente nessuno strumento esotico, a meno di considerare tale il flauto di Pan), gli arrangiamenti sono meno variegati e più compatti, il suono più corposo e profondo.
Abbiamo in compenso un’attenzione maggiore per l’uso delle tastiere e delle sonorità elettroniche, una cura particolarissima per il suono dell’orchestra ed uno spazio nuovo (per Branduardi estremamente innovativo) affidato alle percussioni, che in alcuni brani sono le vere protagoniste.

E’ palese come l’artista stia cambiando la direzione dei suoi lavori indirizzandosi verso una maggiore semplicità, ma il risultato è brillantissimo: tutte e 9 le canzoni sono autentiche chicche musicalmente ispiratissime.

La melodia morbidissima de “L’amico” (in assoluto tra le cose più belle scritte da Branduardi con una perfetta simbiosi tra testo e musica), la chitarra dolente de “La cagna” (per i cui versi da tempo Branduardi cercava una musica confacente), il classico Branduardi-cantastorie de “I tre mercanti” e “Il disgelo“, la sorprendente “La collina del sonno” dove viene esplorato l’universo pentatonico con l’eleganza e la semplicità dei grandissimi compositori, le movimentate “Barche di carta” e “Musica” con le quali l’autore si confronta con il reggae ed una voglia inaspettata di abbandonarsi al ritmo, la conclusiva “Vola” dove l’armonizzazione di una melodia antica da risultati commoventi grazie anche alla perfetta interpretazione degli archi della London Symphony Orchestra (meravigliosi in tutte le tracce in cui vengono coinvolti).
Accanto a Branduardi ci sono ancora i musicisti del tour appena passato (Andy Surdy, Gigi Cappellotto…) e tra questi uno splendido Franco Di Sabatino alle tastiere perfetto anche nello scovare i timbri giusti per colorare i vari brani e particolarmente delizioso nei contrappunti (anche giocosi, come nel finale di “Musica“).
Se proprio dobbiamo trovare un difetto forse le interpretazioni vocali di Branduardi non sono straordinarie e probabilmente in altre occasioni aveva cantato meglio, ma mi sembra di poter dire che trattasi di un peccato veniale.

Un disco di assoluto livello e da riscoprire (lo trovate nei negozi a 5 euro), tecnicamente registrato benissimo, la cui scarsa considerazione, all’epoca come oggi, non smette di stupirmi.

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5 thoughts on “ANGELO BRANDUARDI “Branduardi”, Polydor, 1981

  1. saverio simonelli ha detto:

    Grande pezzo. Complimenti per la precisione, la profondità e la competenza dei giudizi

  2. Antonella Ghiozzi ha detto:

    Bravo, tre “c”: chiaro, competente e coinvolgente. “La prima cosa che salta all’orecchio”: da “La pulce d’acqua” (Angelo Branduardi) a “La pulce nell’recchio” (Georges Feydeau).

  3. AbulQasim ha detto:

    vi ringrazio, ma siete troppo generosi con il sottoscritto
    🙂

  4. sergio amigoni ha detto:

    Il disco uscì il 9/9/81 (9×9)

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