DAVID SYLVIAN & ROBERT FRIPP “Damage”, Virgin, 1994

Molto spesso le collaborazioni tra musicisti lo sono solo sulla carta. Quasi sempre uno dei due si limita a piccoli interventi sul lavoro dell’altro senza che vi sia una vera e propria interazione, oppure si “spartiscono” il disco in parti uguali e, sostanzialmente, indipendenti.
I casi in cui gli artisti riescono a fondersi realmente in un progetto che appartenga ad entrambi e suoni nuovo rispetto ai loro lavori solisti sono rari (mi vengono in mente gli LP dei Cluster & Eno, lo storico “My life in the bush of ghosts” di Eno, ancora lui, con David Byrne o il disco di Diamanda Galas con John Paul Jones).

Sylvian e Fripp realizzano un altro di questi casi rari. Pur essendo due musicisti appartenenti a due generazioni diverse e di diversissimo background musicale, si sono messi completamente in gioco e hanno realizzato musiche che appartengono ad entrambi e non possono prescindere dalla presenza dell’altro.
Sylvian ha portato con se la sua voce sensuale, sempre in bilico tra luce e oscurità, e la sua capacità di scrivere canzoni di grande atmosfera. Fripp ha portato la sua (giustamente) famigerata chitarra, con la sua tecnica immensa unita ad una assoluta (quanto benedetta) mancanza di esibizionismo, e la sua passione per le armonie audaci e le improvvisazioni. Entrambi hanno portato l’amore per il disegno di ambienti sonori (i soundscapes, come li chiama Fripp, che pomposamente titolano questo blog).

Il risultato è una musica esattamente a metà strada tra i due autori: canzoni rock tendenzialmente piuttosto lunghe (fino ai 10 minuti di “Darshan“) che alternano momenti lirici e melodici (solitamente nella parte iniziale delle canzoni) ad ampi spazi dove i musicisti possono dare il meglio di se (ad esempio la ammaliante seconda parte di “Firepower” dove la chitarra di Fripp intona un irresistibile canto degno delle sirene mitologiche), fino ad arrivare ad alcuni delicatissimi brani sospesi nel cielo, come “Damage” e “The first day“, dove è la voce di Sylvian a sostenerne tutto l’incanto.

Questa musica trovò casa prima in un disco in studio (“The first day“, 1993), poi in un tour ed infine in questo live dove, supportati da una piccola ma prestigiosa band (Trey Gunn, Michael Brook e Pat Mastelotto), ripresentano alcuni dei brani del primo disco con l’aggiunta di alcune tracce inedite (ma sempre composte da entrambi), di un paio di ripescaggi dal repertorio solista di Sylvian (compreso “Gone to earth“, precedente collaborazione tra i due) e addirittura di un brano dei Japan/Rain tree crow (“Every colour you are“).

Al termine del tour le loro strade si divideranno nuovamente, lasciando però dietro qualcosa di non facilmente dimenticabile: l’esempio di come due artisti di qualità indiscutibile, provenienti da territori lontani, possano dare nuova linfa creativa alla propria arte PROPRIO attraverso l’incontro con l’altro.
E credo di poter dire che se questo incontro è stato così fecondo una parte del merito vada data alle personalità dei due capaci di eliminare (sicuramente in questa occasione, ma credo anche nella loro quotidianità) tutti quegli atteggiamenti da star viziate e da primedonne che spesso trasformano una collaborazione in una guerra psicologica per avere maggiore visibilità o maggiore spazio (come il manuale Cencelli delle star insegna: una strofa io, una te, poi il ritornello assieme…).

Due dischi che, per quanto mi riguarda, trovo più interessanti sia degli ultimi lavori dei King Crimson (spesso troppo cerebrali) sia dei lavori solisti di Sylvian (spesso troppo ombelicali).

Un lavoro di musicisti VERI dal quale trasuda il piacere di suonare assieme.
E non è poco.

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