ARDECORE “Ardecore”, il Manifesto, 2005

La caratteristica principale di questo lavoro è il suo essere, a molteplici livelli, inaspettato.

Inaspettata la scelta di concentrarsi sulle canzoni della tradizione romana che negli ultimi 20 anni erano pressochè scomparse dalla scena dopo gli ultimi fuochi legati alle interpretazioni degli anni ’60 (Claudio Villa, Alvaro Amici…) e dei ’70 (Gabriella Ferri). In anni di folk-revival nei quali abbiamo ascoltato decine di dischi di musiche siciliane, napoletane, piemontesi, toscane, pugliesi, ecc. nessuno aveva provato a riproporre (seriamente) all’attenzione del mondo musicale, nazionale e non solo, il patrimonio romano.

Inaspettate le scelte musicali di questo (super)gruppo incentrato sul free-jazz-punk-power trio degli Zu. Chi li conosce si aspettava che i brani venissero triturati, disfatti e poi liberamente ricomposti. Invece l’approccio è di grandissimo rispetto per gli originali che vengono mantenuti non solo riconoscibili ma anche, fondamentalmente, fedeli a se stessi.

Inaspettata è stata la scelta (felicissima) di arrangiare alcuni brani virandoli verso climi statunitensi come nella lettura blues di “Fiore de gioventù” (ex “Tango romano” di Ettore Petrolini) o nella polverosa versione di “L’eco der core“, che sembra provenire direttamente da qualche deserto texano, o la fumosa atmosfera da jazz-club di “Lupo de’ fiume“.

Probabile che in queste scelte abbia pesato la presenza di Geoff Farina (leader dei Karate) alla chitarra anche se tutte le componenti e le anime di questo progetto hanno contribuito significativamente. Oltre ai tre Zu (Iacopo Battaglia, Massimo Pupillo e Luca Mai rispettivamente batteria/basso/sax) vi troviamo l’anima popolare di Giampaolo Felici (voce, chitarra acustica e mandolino), le sonorità suggestive di Luca Venitucci (fisarmonica e piano Fender Rodhes) ed i colori efficaci di Valerio Borgianelli (vibrafono e percussioni).

Resta, ma questa forse è una questione di gusti personali, qualche dubbio sulla validità di questi standard roman(esch)i tutti incentrati sul binomio Tevere/carcere (i veri protagonisti del disco) e musicalmente tutt’altro che originali (con lo spettro degli stornelli sempre incombente).

Tra le canzoni più efficaci segnalo la classicissima “Come te posso amà“, con improbabili echi dei Bad Seeds di Nick Cave (non a caso si parla di murder ballads romane), “Madonna dell’Urione” e “Madonna degli Angeli” col sax e la fisarmonica in bella evidenza e “La popolana” dalle splendide aperture armoniche.

Un progetto dal nome geniale e dalla confezione del cd bella e curatissima (con gli ottimi disegni, oggi si usa dire artwork, di Alessandro Maida che bene illustrano ogni singola canzone).

Promosso senza esitazioni.

http://musica.ilmanifesto.it/
http://www.zuism.com/

 

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2 thoughts on “ARDECORE “Ardecore”, il Manifesto, 2005

  1. orzoslip ha detto:

    e allora perchè non vieni a sentire gli orzoslip?

    (adoro gli zu, massimo pupillo è un mio amico)

  2. […] del canto e sono un gruppo post-Ardecore (del loro sorprendentemente seminale esordio vi parlai in questo post) che musicalmente tenta un singolare ponte tra la tradizione romana e musiche anglosassoni non […]

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