BANCO “Banco”, Sony, 1997

Da giovani si è impulsivi e radicali. Accade, o almeno accadeva a me, che bastasse poco per sentirsi traditi e ci si allontanasse sdegnati dai responsabili del tradimento.
Poi gli anni passano, ci si guarda dietro, e certi tradimenti assumono sfumature completamente diverse, fino a tingersi di nostalgia.

Per chi come me ha vissuto (almeno il crepuscolo di) quella splendida stagione musicale degli anni ’70 che all’epoca veniva chiamata “pop italiano” ed oggi è più correttamente indicata come “progressive”, fu traumatico assistere alla mutazione del Banco del Mutuo Soccorso che, da alfieri di un rock sinfonico e contaminatissimo con la tradizione classica europea, diventarono uno dei tanti gruppi “pop” dei temibili anni ’80 (ribattezzandosi, opportunamente, con un più sintetico “Banco“). Fine delle lunghe suite e degli arrangiamenti complessi e barocchi. Stop ai testi fiabeschi e poetici. D’improvviso il Banco ci proponeva semplici canzoni.

Questi dischi, queste canzoni, inevitabilmente mi girarono attorno. In parte grazie alle radio, in parte grazie ad alcuni amici che, da vecchi estimatori del gruppo, continuarono comunque a comprare i loro lavori. Di fatto ascoltai e riascoltai queste canzoni, e la mia reazione fu quella, “pura e dura”, di un fan sdegnato. Metaforicamente sbattei la porta in faccia al gruppo romano e li abbandonai al loro destino.

Recentemente, e sono passati circa 20 anni, ho avuto il desiderio di risentire quelle canzoni che, a dispetto della mia volontà, non sono riuscito a cancellare dalla mia memoria. Ho cercato nei negozi e ho scoperto che gli album dei quali sentivo una strana mancanza (“Urgentissimo“,”Buone notizie” e “Banco” pubblicati tra il 1980 e il 1983) non sono attualmente in catalogo (e non credo siano mai stati ristampati in CD). Esiste però in circolazione una economicissima (meno di 6 euroni) e corposa antologia che riassume questo periodo del Banco che, per certi versi, ha subito una sorta di damnatio memoriae (anche nei concerti dal vivo ben poco è sopravvissuto di quella stagione).

Ho comprato questa raccolta, con una strana impazienza ho infilato il CD nel mio lettore e, fin dalle prime note, ho provato un misto di piacere e sorpresa.

Effettivamente questo Banco ha poco da spartire col glorioso BMS, ma va rimarcato che il loro prodotto è un pop non banale e a volte di ottima qualità. La loro classe nella scrittura delle melodie e negli arrangiamenti rimane intatta e, se ci si sforza di non fare paragoni inopportuni, l’ascolto non delude. Si possono apprezzare i cori eleganti della celeberrima “Moby Dick” e di “Allons enfants“, il grintoso honky-tonk-funk-rock di “Baciami, Alfredo“, la sempre grande voce di Francesco Di Giacomo (particolarmente in “Ninna nanna” e nella drammatica “Canzone d’amore” dai raffinati contrappunti), il synth-pop di “Buone notizie“, e, in generale, la non banalità delle melodie, la loro tecnica strumentale e la varietà degli arrangiamenti.

Certo non siamo ai livelli, ad esempio, del Battiato della stessa epoca, ma siamo diversi gradini sopra la media dei gruppi coevi.

Il lato debole di queste canzoni, stranamente per un gruppo come il Banco che aveva scritto alcuni dei testi più belli del rock italiano anni ’70, è quella relativa alle parole. E’ come se il gruppo non riuscisse a trovare la misura giusta per le nuove musiche e rimanesse in mezzo al guado tra la profondità dei loro testi vecchi e il tentativo di leggerezza dei nuovi. Quelli che ascoltiamo sono dei testi che non hanno né la leggerezza balneare di tante canzoni di quegli anni né la raffinata costruzione post-moderna (e leggibile a più livelli) di un Battiato, suonando comunque o inutilmente pretenziosi o fintamente spensierati.

Un bonario sorriso viene notando come compaiano abbastanza spesso piccoli assoli strumentali (“Canzone d’amore“, “Ma che idea“…) assolutamente anomali per la stagione degli anni ’80 ma, evidentemente, inevitabili per il DNA musicale del gruppo.

Fortunatamente in questa selezione c’è un solo brano proveniente da quello che rimane il punto più basso ed effettivamente più brutto (e insalvabile) del Banco (il 1985, con l’album “E via“, quando la presenza di Gabriel Amato spostò le sonorità del gruppo verso lidi black e disco davvero inadatti alle qualità compositive di Vittorio Nocenzi) e va detto che questo brano (“Lies in your eyes“), spicca decisamente in negativo su tutti gli altri (sorta di pezzo pseudo-discotecaro uguale a mille altri brani usa-e-getta radiofonici che si stenta a credere porti la firma dell’autore di “750.000 anni fa… l’amore“).

Da riscoprire (ma senza gridare al miracolo).

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