FRANCO BATTIATO “Dieci stratagemmi”, Sony, 2004

Meglio tardi che mai anch’io mi ritrovo ad ascoltare l’ultimo lavoro in studio di Franco Battiato. Difficile aggiungere qualcosa alle molte cose già scritte.
Si tratta di un disco molto compatto, come da tempo Battiato non realizzava, con alcuni brani tra i migliori della sua pur lunga carriera ed un livello medio delle composizioni davvero molto alto.
Fa piacere ritrovare la straordinaria ed intelligente leggerezza musicale del Battiato dei primi anni ’80 (“Odore di polvere da sparo“), che davamo oramai per dispersa, ma anche sentire un pezzo capolavoro come “Ermeneutica” dalla melodia e dal ritmo frammentati ed inafferrabili che dopo pochi ascolti ti acchiappa e non ti molla più, o ritrovare sonorità e atmosfere che già furono del suo “Gilgamesh” nell’anomalo brano conclusivo “La porta dello spavento supremo“.
Non mancano alcuni temi di stellare qualità come l’iniziale ed orecchiabile “Tra sesso e castità” (dove si alternano parti di robusto rock ad altre dove dominano il piano e gli archi, un po’ a rappresentare l’intero CD), o gli esotismi de “Le aquile non volano a stormi” dove riesce a scrivere una meravigliosa melodia finto-orientale che rende perfettamente la NOSTRA idea di musica cinese senza per questo suonare retorica e/o ridicola.
Molto apprezzabile il fatto che Battiato e Sgalambro specifichino canzone per canzone alcune delle fonti che hanno saccheggiato nell’assemblare i testi (dal poeta cinese Ch’u Yuan a J.G.Herder) cosa che non sempre era avvenuta in passato.
Non mi convince invece la produzione (ancora!) troppo casalinga del CD, l’uso esclusivo dell’inglese in “I’m that” che appesantisce la canzone (musicalmente riuscitissima), i finali molto spesso affrettati dei vari pezzi (tutti sotto i 4 minuti) dai quali sono praticamente scomparse quelle deliziose piccole code nelle quali Battiato amava sbizzarrirsi e divertirci (cfr. “Orizzonti perduti“) con l’unica eccezione della bella parte conclusiva di “Conforto alla vita“.
Resta l’impressione che forse la presenza di qualche musicista di qualità in più (“Gommalacca” docet) avrebbe giovato al disco (Battiato suona personalmente quasi tutte le tastiere e spesso anche la chitarra) mentre risulta azzeccata la scelta delle due voci femminili che lo accompagnano (Kumi Watanabe e Cristina Scabbia) come la presenza del trio FSC per le parti più rock. Sempre prezioso Pino Pinaxa Pischetola per la gestione delle ritmiche computerizzate.
Va ancora una volta sottolineata la qualità dei testi e l’apporto determinante di Manlio Sgalambro. Verrà sempre troppo tardi il giorno in cui la critica “ufficiale” comprenderà appieno l’importanza di questa collaborazione che, nel panorama asfittico e ombelicale della musica popolare italiana, indica una strada decisamente interessante per abbinare a musiche degne di questo nome anche dei testi che non siano la solita solfa trita e ritrita (senza andare a pescare tra gli autori notoriamente più scarsi chi volesse può divertirsi a confrontare i testi sgalambrici con autori comunque di spessore quali l’ultimo De Gregori, per la gloriosa vecchia guardia, o magari, tra i nomi nuovi, con i Baustelle e noterà subito la differenza…).

Un discorso a parte meritano due brani.
23 coppie di cromosomi” è un divertissement elettro-rock nel quale Battiato, sopra dei recitati camuffati, gioca con le macchine elettroniche realizzando un riuscitissimo pastiche sonoro, potente, ricco di voci distorte, effetti speciali e campionamenti mediorientali ai quali aggiunge la sua voce prima salmodiante in falsetto poi in un canto vero e proprio. Si ha l’impressione che di queste cose potrebbe farne una al giorno e che lui si diverta a realizzarle ma non gli dia troppo valore. Visto il risultato (godibile, divertente e mai banale) viene voglia di invitarlo a fare questi giochi più spesso.
Apparenza e realtà” è invece un brano inafferrabile. Ad un primo ascolto appare figlio degli anni ’80 peggiori con un ritornello facile-facile, sempre banalmente uguale, ed una tastiera dal suono annoiato. Se lo si ascolta con più attenzione il brano rivela alcuni aspetti che lo rendono decisamente più attraente (dalle voci zoolookiane che lo aprono e tornano nella seconda parte, alla ritmica intelligentemente techno), ma il risultato finale è che il brano piace e non piace contemporaneamente risultando straniante (e questa cosa lo rende comunque affascinante).

Il neo-regista perde il pelo (solo metaforicamente) ma non il vizio (di scrivere grandi canzoni).

2 thoughts on “FRANCO BATTIATO “Dieci stratagemmi”, Sony, 2004

  1. Beatrice scrive:

    Sottoscrivo in tutto e per tutto… sei riuscito ad espletare benissimo anche le mie impressioni su questo disco 😉

  2. quenca scrive:

    “Dieci stratagemmi” mi è piaciuto al primo ascolto (lo stesso no posso dire del nuovo cd “il vuoto”, forse ho bisogno di ascoltarlo più volte)…
    Sono anche io d’accordo su tutto! Trovo che la collaborazione Sgalambro-Battiato sia vincente, talvolta mi scopro ad ascoltare più il testo che la musica (mi è successo con “le aquile non volano a stormi”).
    Hai pienamente ragione sulle voci femminili, sono perfette.
    Su I’m that non avevo riflettuto e trovo che tu abbia ragione. Adoro invece quei brani in cui si alternano italiano e inglese (una delle canzoni da me preferite di Battiato è “Strani giorni”), come succede in Ermeneutica, bellissima.
    Battiato è geniale!
    G.

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