ALVIN LUCIER “I am sitting in a room”, 1970, Lovely music

Ho una particolare predilezione per i compositori che, più che scrivere musica, si limitano ad innescare processi che, autonomamente, producono un risultato musicale che, pur derivando da precise scelte del compositore, di fatto non è dettagliatamente descritto ne, realmente, previsto dal compositore stesso. Esempio classico di questo tipo di composizione sono i primi lavori per nastro magnetico di Steve Reich (“Come out“, “It’s gonna rain“…) nei quali attraverso il fenomeno del phasing si dischiudevano universi caleidoscopici di straordinaria bellezza prodotti non da uno spartito ma, più semplicemente, dall’indicazione di una serie di atti da fare per mettere in moto un meccanismo che poi procede da se (nella fattispecie tutto nasceva da una leggera differenza di velocità tra due o più registratori che suonavano nastri identici).

Il lavoro (splendido!) che mi ha impressionato in questi giorni appartiene a questo tipo di composizioni. Alvin Lucier (autore che ho davvero ignorato per troppi anni…) lo ha strutturato in maniera estremamente semplice. In un determinato ambiente viene recitato e registrato un breve testo (didascalicamente esplicativo del modo in cui si struttura l’opera). A questo punto la registrazione viene suonata nuovamente nella stanza e ri-registrata, la ri-registrazione viene suonata anch’essa, e anch’essa ri-ri-registrata e così via per una trentina di volte.

Tecnicamente quello che accade è che sopra la voce iniziale si vanno a sommare i riverberi prodotti naturalmente dalla stanza nella quale avviene la performance (e l’ambiente diventa parte essenziale e determinante del modo in cui evolve il brano) mentre, progressivamente, la voce tende a scomparire fino a diventare incomprensibile per poi essere definitivamente sommersa dai riverberi.

Ma la cosa meravigliosa è ASCOLTARE quello che accade e seguire il processo passo passo.

All’inizio si ha l’impressione, quasi visiva, di un suono che lentamente, molto lentamente, affonda in una sorta di “sabbia mobile acustica”, sempre più ovattato, sempre più lontano… Poi incominciano a prendere il sopravvento i riverberi, le parole si mutano in un linguaggio alieno, lento e maestoso, mentre dal nulla emergono delle sonorità vagamente elettroniche che, progressivamente, si impossessano della scena sonora trasfigurandola in un collasso di echi e vibrazioni che potrebbero appartenere ai corrieri cosmici più estremi che potete immaginare (un po’ come “Zeit” dei Tangerine Dream rallentato, distorto e ridotto alla sua essenza primigenia) o al suono dell’universo ascoltato da un’astronave persa nel cosmo.

Qualcuno potrebbe obbiettare che non si tratta di musica, io penso di poter affermare che questo tipo di ascolti sono tra le esperienze sonore più eccitanti che sia dato vivere.
E mi riprometto di approfondire ulteriormente i lavori di questo grande della musica contemporanea.

http://alucier.web.wesleyan.edu/
http://www.lovely.com

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One thought on “ALVIN LUCIER “I am sitting in a room”, 1970, Lovely music

  1. […] di questo capolavoro troviamo una composizione di Alvin Lucier (vi ho già parlato di lui in questo post e in quest’altro articolo) intitolata (magnificamente) […]

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