F:A.R. “Final alternative relation”, 1983, Technological feeling

Continuando nell’opera di digitalizzazione amatoriale delle audiocassette accumulate in gioventù, mi sono ritrovato a (ri)ascoltare alcune produzioni dei F:A.R. (la creatura polimorfa creata e guidata da Mauro Guazzotti, meglio noto come MGZ) che negli anni ’80 uscirono solo in questo formato ormai sorpassato.
I F:A.R. erano parte attiva di quella florida e vivacissima scena industrial-rumorista che, a partire dai Throbbing Gristle, dilagò nell’underground mondiale, compreso quello italiano. Tantissimi giovanotti e giovanotte si misero a lavorare con pochissimi mezzi, senza alcuna pretesa di fare lavori che suonassero “bene“, e senza paura delle impurità e dei limiti tecnici di un supporto come l’audiocassetta (che aveva l’enorme pregio di essere economico e facilmente incidibile e duplicabile da chiunque, esattamente come oggi i CD-r). Incominciarono quindi a circolare decine di cassettine di alterno valore e, per quanto la scena fosse piccola e lontanissima dai mass-media, furono molti i musicisti (e i non-musicisti, come sottolineerebbe Brian Eno) che ebbero l’occasione, attraverso circuiti non ortodossi e fortemente spontanei, di far sentire le loro cose a chi ne era interessato.

Conobbi i F:A.R. prima attraverso i loro vinili (“Da consumar con grazia“, ma, soprattutto, il bellissimo e profetico “Presto i topi verrano a cercarci“, disco che, quando diventerò ricco e fonderò la mia casa discografica personale, certamente ristamperò) e fui curioso di sentire i loro altri lavori. Scrivendo direttamente a Mauro, ovvero alla sua pseudo-etichetta personale di allora, la Technological feeling, mi arrivarono a casa queste splendide cassette: oltre a quella che da il titolo a questo post c’erano la acerba e ancora rock-orientedDuello sul cervello“, “Frammenti“, “Lust” (l’unica ad essere distribuita e prodotta da un’etichetta, relativamente, conosciuta come la storica ADN) e “Affection” il suo esordio solista attribuito alla sigla MGZ (sigla che anni dopo gli darà qualche piccolissima soddisfazione commerciale).

A riaverle tra le mani oggi fanno tenerezza queste copertine fatte con la fotocopiatrice e la macchina da scrivere, curatissime e allo stesso tempo grezze, estremamente efficaci e adatte alla musica che contenevano e allo stesso tempo frutto nobile e diretto dei limiti tecnici ed economici delle autoproduzioni di allora. Discorso analogo per la qualità delle incisioni, spesso iper-casalinghe, piene di distorsioni, fruscii, montaggi fatti con l’accetta e l’approssimazione di un artigiano neanche troppo esperto. Ma questa bassa qualità aggiungeva energia a produzioni che rifuggivano i suoni da audiofili come la peste privilegiando l’espressività e il calore di suoni concreti (un po’ come le immagini graffiate dei film neorealisti rispetto alle patinate produzioni hollywoodiane).
L’ascolto riserva ancora oggi delle sorprese. Innanzitutto, data la maggiore esperienza sviluppata in questi anni, riesco a cogliere molti più riferimenti musicali (oltre a quelli, scontati, verso i padri di questa corrente musicale): dai Tuxedomoon al Battiato di “Clic“, dal krautrock di Faust e Neu! a certa new wave brutta sporca e cattiva (e decadente) fino al rock fai-da-te genialmente dilettante dei primi Einsturzende Neubauten.
Nelle varie cassette si alternano: collage più o meno rumorosi dove si fa incetta di quelli che oggi si chiamerebbero campionamenti e all’epoca erano invece faticose selezioni da nastri e registrazioni rimediate chissà come (spesso dalle trasmissioni radio in onde medie e corte), canzoni ossessive su basi ritmiche semplicissime, violente e marziali progressioni su ritmi pesanti, lugubri atmosfere di paura e panico ma anche mood tristi e quasi bucolici, divertiti pastiche con vocine accelerate, ma anche grida belluine, gemiti di donna, lamenti provenienti da oscure segrete e tutto quanto si adattava alle atmosfere del gruppo, in più, naturalmente, quantità smodate di rumori, fischi e suoni fastidiosi che, come la scena imponeva, si facevano musica e venivano modulati ad hoc dagli artisti (e, sia chiaro, l’ascolto è tutt’altro che sgradevole).

C’è parecchia eterogeneità nelle scelte musicali di Guazzotti, ed il vero trait d’union tra i brani è il suo spirito apocalittico, ma follemente ironico, che lo caratterizza da sempre, il suo riciclare continuamente i medesimi materiali (a cui forse teneva particolarmente) che ritroviamo trasversalmente in tutta la sua opera, e il suo personalissimo sound sempre accompagnato da tonnellate di distorsioni e disturbi. A differenza di altri colleghi non eccederà mai in tematiche oscuro-esoteriche o iper-decadenti, ma rimarrà sempre fedele ad uno stile più aperto e (relativamente) solare.

Tra tutte le cassette “Final alternative relation” è quella che più mi convince per il perfetto equilibrio tra reminiscenze rockettare e curiosità industrial. La cupa e solenne “Intro“, le ossessive e disturbate pulsazioni di “Voice of industry” e di “Figure (live)“, fitte di urla, sirene, esplosioni e tutto l’armamentario rumoroso tipico di Guazzotti, convivono tranquillamente con la dark-wave elettrificata post-Trio (ve li ricordate ? Da, da, da…) di “Lights in the deep” e della spasmodica ed essenzialmente punk “Trybal dance” così come con la depressissima “No future” (premio dell’anno per la canzone dal titolo più originale).
Non mancano alcune elucubrazioni free-form non troppo riuscite, (“Against reason“), gli ossessivi, ma efficaci, pseudo-cori para-infernali malati e dilaniati di “Violence“, le ascendenze germaniche della conclusiva “Final relation“, strano ibrido tra i Neu! più sporchi e gli Einsturzende Neubauten degli esordi.

Ma la cosa più incredibile che mi viene da pensare ascoltando questa musica è notare, con immensa nostalgia, come l’AbulQasim poco più che ventenne avesse tempo ed energia non solo per scoprire nuovi mondi musicali, ma anche per seguire approfonditamente, da vicino e con piacere, scene mediaticamente quasi inesistenti. Ormai, purtroppo, fatico anche a seguire SOLAMENTE gli artisti che, bene o male, conosco da tempo e mi è diventato estremamente difficile lasciarmi andare alla corrente turbinosa delle novità e, forse, questo è davvero un serio sintomo di invecchiamento.

Bei tempi.

www.mgz.it

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One thought on “F:A.R. “Final alternative relation”, 1983, Technological feeling

  1. louis cunningham ha detto:

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