ANDREW POPPY “On Zang Tuum Tumb”, 2005, ZTT records

Strana storia quella di Andrew Poppy. Dopo la sua partecipazione ai collettivi Regular Music e Lost Jockey (dei quali si dice un gran bene, ma dei quali non ho mai ascoltato nulla) esordisce da solista con un LP intitolato “The beating of wings” che è un fulmine a ciel sereno
Siamo nel 1985, nella vecchia Europa il germe del minimalismo sta incominciando a dare buoni frutti ed è molto interessante il lavoro di alcuni compositori, giovani e meno giovani, che innestano i metodi reiterativi dei patriarchi americani su strutture che pagano debito alla secolare tradizione del Vecchio Continente. Poppy è tra questi ma, rispetto a un Mertens o ad un Nyman, stupisce la sua notevole apertura mentale capace di fargli frequentare contemporaneamente territori musicali assai diversi.
L’album si apre con i 12 minuti di “The object is a hungry wolf“, per orchestra da camera, con voci e legni in bella evidenza, fortissimi echi reich-ani ma all’interno di una grande libertà espressiva, di una sorprendente urgenza rock-oriented e di una ottima capacità (e volontà) di mettere la ripetitività al servizio dell’espressione (quanto di più lontano, quindi, dal Reich degli esordi che è qui, nello stesso tempo, riferimento obbligato e negato). Nella seconda parte del brano i ritmi rallentano e si da spazio ad un tema di leggiadra bellezza affidato a voci femminili contrappuntate da un minimo di archi e dalle immancabili tastiere elettroniche. Tra le cose più piacevoli che sia mai stato dato ascoltare in tema di post-minimalismo.
A seguire abbiamo “32 frames for amplified orchestra“, sempre per orchestra da camera, che si muove dalle parti del Nyman di “Drownings by numbers” (quello più riflessivo e mozartiano) del quale ricorda certi ostinati per archi e certa energia ma aggiungendoci un uso magnificente del pianoforte che lascia interdetti e una dolcezza che, all’epoca, il compositore inglese ancora non aveva mai manifestato (per essere chiari: questo disco PRECEDE la splendida colonna sonora del film di Peter GreenawayGiochi nell’acqua“).
Col terzo brano si cambia completamente atmosfera. I 13 minuti di “Listening in” hanno come protagoniste delle insistite percussioni neo-tribali sulle quali si sovrappone una sofferta voce maschile. Il materiale melodico è ridotto al minimo, le armonie inesistenti, e il ritmo ossessivo sembra volerci trascinare in una trance tutt’altro che piacevole. Se ci sono dei riferimenti forse sono a certo industrial ritual-primitivista (e forse non è un caso che più avanti Poppy collaborerà con gli Psichic TV di Genesis P-Orridge). Ma sorprende ancor di più il successivo scarto quando la quarta, e conclusiva, traccia, “Cadenza for piano and electric piano“, ci riporta vicinissimi al minimalismo storico. I due pianoforti, dopo una rapida presentazione fatta di semplici scale, danno il via ad una dolcemente ripetitiva melodia eternamente precipitante in una sorta di onirico e zuccheroso buco nero per un quarto d’ora di rara magia. Qui il richiamo più palese è ai lavori di Daniel Lentz (particolarmente quelli che nei primi anni ’80 gli vennero pubblicati dalla Cold Blue, storica etichetta della “costa ovest”). Anche Lentz, come Poppy e negli stessi anni, cercava di inserire le tecniche minimaliste in strutture “altre” ricercando nuovi incroci impossibili e allo stesso tempo affascinanti.

poppy

Per ragioni incomprensibili questo capolavoro sarà l’unico disco di Poppy a risultare abbastanza facilmente rintracciabile nei negozi. Già il suo successore, due anni più tardi, “Alphabed (a mistery dance)” farà (almeno qui a Roma) solo una fugace comparsa sugli scaffali dei negozi per subito scomparire e non approdare mai ad una vera e propria distribuzione. Le sue atmosfere sono simili a quelle del disco precedente, con una maggiore propensione per i suoni elettronici e un minore utilizzo di strumenti acustici. Apre l’album “The amusement“, probabilmente la cosa più leggera (quasi radiofonica) mai fatta da Poppy: una cavalcata ben ritmata (batteria e percussioni) dove su una struttura schiettamente sinth-pop si inseriscono le consuete reiterazioni (ma questa volta solo con il compito di arredare lo scheletro della canzone senza stravolgerla e virarla verso lidi sperimentali). Un po’ Talking heads, un po’ Art of noise, “The amusement” si fa ascoltare con piacere e non sfigura vicino ai brani più sperimentali. Di ottimo livello anche i 20 minuti di “45 is“, molto vicini al Glass di “Songs from liquid days” così come ai lavori di David Borden (potremmo situarlo a metà tra il pop elettronico e l’opera “Einstein on the beach“). A chiudere l’album l’ipnotico e suggestivo “Goodbye Mr G“, con il quale ritorniamo alle atmosfere di “Listening in“, ma con una maggiore delicatezza e cura dell’atmosfera (il risultato è qualcosa di non lontano dalle prime canzoni di Laurie Anderson, grazie anche al recitato della ottima Annette Peacock).

A questo punto non solo i suoi dischi diventano davvero difficili da trovare (ricordo ai più giovani che negli anni ’80 non c’era Internet, non c’era Amazon…), ma ogni volta che incrocio il suo percorso mi ritrovo con un autore involuto, completamente dimentico della felicissima vena creativa dei suoi primi lavori e perso in opere sempre più autoreferenziali e poco comunicative. La sua grande forza, l’aver unito tre elementi così apparentemente distanti (tradizione colta europea, il suo background rock e il minimalismo degli anni ’60 e ’70), lascia il posto a composizioni complesse al limite dell’incomprensibile (e comunque lontanissime dalla piacevolezza e immediatezza di questi lavori).

Fortunatamente l’anno scorso la sua vecchia etichetta dal bel nome futurista decide di editare questo triplo CD che raccoglie i suo primi due album, ci aggiunge alcuni suoi lavori dell’epoca pubblicati su EP e 7 pollici (presentati per la prima volta in digitale) più un terzo lavoro completamente inedito (“Under the son“, registrato nel 1988). Abbiamo così (finalmente) l’opportunità di ascoltare il suo lato più tuxedomooniano (il singoletto “Inside the wolf” e, ancor di più, i 16 minuti di “The impossible net” che danno tutta un’altra interpretazione, ma sempre affascinante, dei già citati “32 frames“) o quello più tribal-percussivo (la suite “Kink Konk presto/East fragment/Kink Konk adagio“).
Del lost album (particolarmente innamorato delle nuove sonorità elettroniche, soprattutto in tema di campionamenti, che la tecnologia cominciava a mettere a disposizione dei compositori a costi bassi e buona facilità di utilizzo) si può dire che, pur non contenendo brani memorabili, si fa comunque apprezzare, in particolare per la lunghissima “The passage” (specie la seconda delle tre parti che lo compongono) dalla ritmica ossessiva e quasi marziale, con melodie e armonie praticamente assenti tanto da assomigliare in certi punti ad una sorta di gamelan elettronico con una ricerca sui suoni particolarmente curata e affascinante.

C’è ancora qualcuno che parla (solo) male degli anni ’80 ?

www.andrewpoppy.com
www.ztt.com

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4 thoughts on “ANDREW POPPY “On Zang Tuum Tumb”, 2005, ZTT records

  1. […] (che lo miscelava con aspetti provenienti dal rock più creativo degli anni ’80 come scrissi in questo post qua). Tra le tante è giusto segnalare l’influenza su artisti italiani quali Roberto Cacciapaglia […]

  2. Anonimo ha detto:

    ztt ce l’ho , grandezza e raffinatezza che non disdegna un certo retaggio pop ma intelligentissimamente amalgamato con l’anelito avanguardista del nostro, …hungry wolf e 32 frame… semplicemente unici e irripetibili
    grazie per il post della rece,

  3. Anonimo ha detto:

    grandissima raccolta!

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