FRANCO BATTIATO “Un vecchio cameriere”

Uno degli aspetti minori, ma insistiti, del Battiato sgalambriano è l’amore per la rielaborazione in chiave più o meno pop di materiali reputati, a torto o a ragione, colti. Mi riferisco esclusivamente ai materiali musicali, ma il discorso si potrebbe allargare anche all’utilizzo di (parte di) testi letterario/filosofici di primissima qualità.
Ma limitandoci alla musica possiamo notare come siano ormai anni che ci ripete che ascolta solo musica classica, sono anni che parla con ammirazione dei grandi compositori del passato (certo, non di tutti…) come di grandi autori minori (sembra un ossimoro ma non è così). E tutto questo ha avuto un impatto abbastanza importante sulla sua musica: sia per l’adozione di certe sonorità, sia per una riflessione sulla forma-canzone, che cercherò di illustrare, puntuale e ostinata.

Tutto inizia (ma vedremo che trovare un inizio esatto non è mai impresa banale e scontata) con “Un vecchio cameriere” (da “L’ombrello e la macchina da cucire“).
Le liriche di Sgalambro vengono semplicemente (ma genialmente) appoggiate da Battiato su di un adagio (non a caso) cantabile per quartetto d’archi composto da Haydn.
Non so quanti furono a notare come un operazione al limite dell’eresia (musicalmente parlando) risultasse all’ascolto pienamente riuscita, con quella che suonava in tutto e per tutto come una canzone pur, intimamente, non essendo tale.
Battiato iniziava a svelarci parecchie cosette, e, come spesso gli capita, non lo faceva travolgendoci con teorie e paroloni, ma direttamente praticando l’arte del musicista e mostrandoci gli effetti concreti del suo pensare/agire.
Un vecchio cameriere” suggerisce (a chi ha orecchie pronte ad intendere) che il confine tra musica bassa e alta è davvero molto più labile di quello che normalmente si pensa (che vogliono che si pensi), ci rende chiaro che musiche ritenute immortali e appartenenti alla sfera intoccabile della musica classica (la musica per eccellenza dell’Occidente) possono, con un minimo sforzo, diventare a loro volta delle signore canzoni. Possono incarnarsi tra noi mortali e non solo non perdono di bellezza o di senso, ma, al contrario, solo così sembrano poter mostrare integralmente la loro grandezza.
Si chiarisce definitivamente come nell’ampio universo delle musiche la qualità non dipenda dal genere musicale, dall’epoca nella quale viene scritta un’opera o dalle conoscenze tecniche dell’autore. Semplicemente una musica quando è grande lo è comunque e dovunque. E la forma-canzone ne è una espressione con pari dignità della forma-sonata o della forma-concerto o delle altre forme esistenti.
Punto.
Non si tratta di appiattire tutta la musica in un inutile “tutto è bello“, ma piuttosto di far ascendere alla possibilità del bello (dell’assolutamente bello) ANCHE le musiche spesso guardate con sufficienza da coloro che abitano preferibilmente (se non esclusivamente) il mondo della musica colta (vedi anche le recenti dichiarazioni di Pollini da Fazio grondanti la solita inutile retorica del “la classica e il jazz vanno bene… tutto il resto è robaccia salvo rarissime, sempre le solite, eccezioni“).

Tornando al nostro cameriere: all’epoca la canzone passò semi-inosservata, come se quella di Battiato fosse un’operazione banale.
Probabilmente si faceva confusione con altri (e più venali) rifacimenti.
Qualcuno ricorderà ad esempio (cito le prime cose che mi vengono in mente) un hit beethoveniano di James Last intitolato “Romance“, o la rivisitazione in chiave elettronica di “Also sprach Zarathustra” fatta da Eumir Deodato o le Ave Maria intonate con energia da Al Bano o Mino Reitano. Forse per una sorta di riflesso pavloviano l’operazione di Battiato venne assimilata ad una di queste (e alle tante altre simili) e subito ignorata preferendo guardare oltre.
Grosso errore.
La dove Last e Deodato prendevano un tema, una melodia (meglio se conosciutissima) decontestualizzandola musicalmente (in maniera esagerata) per poi banalizzarla in arrangiamenti alla moda, violentando così la natura stessa di questi brani, Battiato prendeva integralmente la struttura haydniana e la mutava in canzone senza stravolgerla, senza snaturarla, conservandone delicatamente tutta la originaria bellezza. In questo modo riusciva così a svelare un lato di quella musica forse oscuro persino al suo autore, ma indubbiamente presente.
Nel fare questo (e nel farlo così) probabilmente Battiato chiedeva anche scusa per l’abuso di Tchaikovsky maturato (ma era bambino…) in “Vento caldo“, così come per “Giardino segreto“, dove Bach veniva arditamente (ma in realtà era un gioco) sovrapposto a delle voci orientali recitanti e parallelamente poppizzato e, in parte, snaturato (ma con l’autore consapevole di ciò e, nei limiti, rispettoso nei confronti della grandezza di Bach).
Analoga sorte ci fu per il Faurè di “Restoration” e seppure la classe immensa di Battiato riesce sempre ad impedire che le nuove versioni suonino offensive per gli autori originali è evidente come non ci fosse ancora la chiarezza ideologica degli ultimi 15 anni.

Avevamo avuto però un altro precedente ed importante campanello che avrebbe dovuto metterci sull’avviso, ed aiutarci a capire, con l’uscita di “Come un cammello in una grondaia“, ma, in quel caso, l’operazione era meno esplicita e si poteva aver avuto l’impressione di un Battiato che cercava di elevare le SUE musiche avvicinandole/confrontandole con i 4 lieder di autori illustri o ridursi, come molti soloni fecero, a questionare sulla capacità/autorevolezza o meno di Battiato nell’interpretare brani dal così alto pedigree.
Senza tirare fuori (ma ci starebbe) la solita storiella del dito e della luna diciamo che, forse, anche allora non si comprese appieno che Battiato ci diceva: “Guardate e, soprattutto, ascoltate: tra un lied di Brahms o Wagner e la canzone di un cantautore non c’è poi tanta distanza” (magari differenza, ma non distanza).
Non a caso nel tour che seguirà l’uscita del “Cammello” proverà ad intonare tra i bis un’aria di Bach, “Bist du bei mir“, con la sua consueta inarrivabile e serissima nonchalance. E anche questo avrebbe dovuto farci riflettere.

Passano gli anni e con “Ferro battuto” ritornano ancora echi di autori classici:
la già citata “Bist du bei mir” e, ancor di più, “Personalità empirica” tornano a mischiare le acque, anche se il discorso non è cristallino come con “Un vecchio cameriere” e il Battiato autore non riesce questa volta a farsi da parte occupando parte del proscenio e così offuscandoci lo sguardo.
Fleurs 3” invece torna pienamente in tema con la cover (?) di uno degli ultimi lieder di R.Strauss, “Beim schlafengehen“. Qui il brano viene reinterpretato in chiave elettronica, rispettando l’originale ma allo stesso tempo spostandosi su lidi lontanissimi per quello che riguarda sonorità e timbri. Non c’è alcuna banalizzazione, ma una fedele/infedele trasposizione.
E funziona.

Il tour di “X stratagemmi” lo apre con un altro recupero del passato quel “Come away death” di R.Quilter che, se nulla ha a che spartire con le atmosfere di “Ermeneutica” o di “Odore di polvere da sparo“, subito convince come straordinaria e riuscitissima canzone (e ci risiamo…).

Ma la prova provata di tutto questo ragionamento (il famoso terzo indizio che fa una prova) arriva solo oggi con “Il vuoto” dove nuovamente il nostro mischia alle sue canzoni un’aria di Tchaikovsky (“Era l’inizio della primavera“) della quale traduce (e modifica) il testo (insomma, ci mette le mani senza timore di violare i sacri spartiti) sfornandoci l’ennesima canzone-non-canzone di genesi nobile.

Come a dire: “Se non l’avete capito, ve lo ripeto. E vediamo se stavolta ve ne accorgete“.

Battiato sta terribilmente accorciando (annullando!) le distanze tra i generi musicali dando (nei fatti) una enorme dignità alla forma-canzone e alla musica popolare in generale facendo smottare ogni distinzione che privilegi una casta di musicisti rispetto ad altri e riportando tutto esclusivamente alla qualità della scrittura piuttosto che ai presunti lignaggi o a parametri (relativamente) insignificanti quali epoca, stile, complessità, originalità e quant’altro.
E questo lo fa agendo dall’interno del mondo musicale, con i fatti (cioè i suoi dischi), e lasciando poi che le contraddizioni esplodano naturalmente. Non gli è bastato evidentemente frequentare lidi musicali diversissimi nella sua lunga ed onorata carriera. Molti critici possono aver interpretato l’eterogeneità dei suoi lavori come una caratteristica intrinseca di Battiato e rimanere comunque ancorati a vecchi schematismi (“Genesi” è bella mentre “La voce del padrone” è commerciale, “Gommalacca” è troppo rock mentre “Fleurs” si che è un disco raffinato, e così via…) rifiutandosi di comprendere come la bellezza sia ovunque e, nel nostro caso, ma anche in generale, sia l’autore a nobilitare i generi che percorre e non viceversa.
Non gli è bastata questa enorme duttilità per farsi capire, doveva inventarsi esecutore ed arrangiatore di canzoni-non-canzoni perché si potesse comprendere quanto la musica sia UNA.

Ed è in questo contesto che vanno pure letti e interpretati i suoi due dischi di cover, perché se da un lato Battiato ci ricorda che la forma-canzone appartiene di diritto ANCHE ai grandi nomi della musica classica poi non dimentica coloro che l’hanno resa grande (magari non sempre, magari solo ogni tanto) tra i compositori più o meno ghettizzati nell’ambito della musica popolare. Ed ecco quindi gli omaggi a De Andrè ed Endrigo, a Lauzi e ai Rolling Stone (e magari io ci avrei aggiunto ModugnoBindi e Donaggio).

Un’operazione realmente, aristocraticamente, rivoluzionaria.

p.s. Qalche riga va dedicata ad un altro progetto affine, quel “A casa di Ida Rubinstein” che vede Battiato molto defilato dietro le quinte (i protagonisti sono a tutti gli effetti Giuni Russo e Alessandro Nidi) e che reputo decisamente meno riuscito rispetto alle rielaborazioni fatte da Battiato. Vuoi per la scelta del repertorio (non amo particolarmente Donizetti e Bellini e, in generale, la lirica dell’800), vuoi per la vocalità dirompente della Russo che prende comunque il sopravvento e mette al centro dell’attenzione la sua capacità di interpretare i brani piuttosto che l’analisi su cosa sia o non sia una canzone, vuoi anche per gli arrangiamenti un po’ indecisi tra classica, jazz patinato e canzone italiana che non mi hanno mai soddisfatto a pieno. Fatto sta che anche questo resta un disco meritorio, che operava nella stessa direzione del Battiato di cui sopra, seppur con meno efficacia e lucidità, e che è stato a suo tempo tanto incompreso quanto (sostanzialmente) inosservato.

p.p.s. Spero sia evidente come Bocelli e affini non abbiano nulla a che vedere con quello di cui si è scritto sopra e abbiano, al contrario, fatto solo danni contribuendo a PERPETUARE la presunta distanza tra i due mondi che Battiato ci dice essere uno solo (e in altri tempi tale atteggiamento si sarebbe definito reazionario, ma oggi come oggi siamo diventati tutti più gentili e abbiamo smesso di usare queste terminologie). Analogamente male si può pensare di progetti come quelli che furono di Emerson, Lake and Palmer (sottotitolo: guarda come sono bravo che PUR essendo un musicista rock ti suono Moussorgsky) o Branduardi (sottotitolo: canto sia la classica che il pop MA tenendole rigorosamente separate).

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One thought on “FRANCO BATTIATO “Un vecchio cameriere”

  1. […] Non torno più, se non per un attimo, sull’infinita, meravigliosa, liaison tra le canzoni di Battiato e la musica classica, qui portata avanti nuovamente in “Caliti junku” e in “Passacaglia” (ne ho già parlato a sufficienza altrove e in altri tempi). […]

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