WIM MERTENS “Years without history vol.1-5”, 2002-2004, Les disques du crepuscule


Una delle cose che adoro di Wim Mertens è la sua precisione e il suo ordine.
Sono anni che fa dischi e tutti hanno lo stesso stile grafico: copertine con immagini brutte (o bruttissime), note interne estremamente parche ma complete (chi e cosa suona, data e luogo della registrazione), titoli plurilingue fantasiosi e disturbanti, una foto sua o un suo spartito. Tutto molto essenziale ed efficace.
Tanto è ordinato nel preparare i booklet altrettanto lo è nel curare i contenuti musicali della sua discografia. Per un autore come lui che segue almeno 3 distinti filoni musicali non bastava un solo disco dal vivo a rendere conto della sua arte ed ecco quindi che ha partorito questa serie (che non so se si fermerà definitivamente al quinto volume) che riesce a ben riassumere la sua poliedricità di compositore ed arrangiatore e che inoltre, spaziando dal 1986 al 2002, riesce pure a ricapitolarci la sua crescita ed evoluzione come interprete di se stesso.
Il filone a me più caro è quello dei suoi brani scritti per ensemble, qui degnamente rappresentato dal terzo volume (“Cave musicam“) dove una scaletta imperniata sul bellissimo “Integer valor” viene eseguita da una piccola orchestra, formata da piano, tromba, trombone e 2 sassofoni, nella quale brilla proprio Mertens per il suo modo molto personale di suonare il piano alternando con disinvoltura momenti di assoluta dolcezza ad altri più nervosi nei quali le note piovono improvvise una sull’altra.
Ma Mertens ha una qualità abbastanza rara tra i compositori contemporanei, quella di saper benissimo adattare e riorchestrare le sue partiture per gruppi (anche molto) diversi da quello originale con una particolare abilità nel riuscire a far ben rendere i suoi brani anche con orchestre più piccole (a volte anche estremamente ridotte). E’ il quinto volume “With no need for seeds” a documentarci questa sua capacità presentandoci un suo concerto con un gruppo decisamente atipico (piano, voce, violino, flauto, clarinetto e sei soprano). Atipica anche la scaletta con 2 inediti ed una rara quanto intensa esecuzione di “Whisper me“.

Il secondo filone è quello dei brani per pianoforte e voce. Rispetto ai brani per ensemble abbiamo qui una atmosfera più intima, si stemperano le velleità del ricercatore musicale favorendo l’espressione del sentimento attraverso quelle cellule melodiche che da supporto alle strutture (nei brani per ensemble) diventano qui il cuore di lunghe ed amabili riflessioni. A questa fetta di repertorio è dedicato il secondo volume, “In the absence of hindrance“, che si muove dai quasi esordi di “Multiple 12” (da “Vergessen“,1982) fino alle delicatezze di “Alef” (da “Jeremiades“, 1995).
Allo stesso filone si aggancia il primo volume “Moins de metre, assez de rythme” dove però al piano si aggiunge anche un clarinetto per una interessante rilettura in duo di brani estratti soprattutto dall’alterno “Shot and echo“.

Ma quello di cui voglio parlarvi è il (per me) enorme mistero di quello che considero il terzo filone, anch’esso rappresentato in questa serie di CD dal quarto volume, “Not yet, no longer“, che contiene la sezione conclusiva di “Kaosmos“, terza parte del robusto ciclo intitolato “Aren lezen“.
Dovete sapere che da parecchi anni ormai il buon Mertens pubblica periodicamente dei giganteschi cicli di composizioni, generalmente organizzati in 3 o 4 parti ognuna delle quali è di solito costituita da 2 o 3 CD. Come intuirete ogni ciclo è quindi composto da una decina di CD per almeno 5-6 ore di ascolto. Non per essere pedanti, ma per darvi una idea esatta, attualmente siamo arrivati a 4 cicli pubblicati per un totale di 37 (trentasette!) cd belli fitti di note.

Per gli appassionati della musica del compositore belga dovrebbe essere ogni volta un evento da festeggiare a lungo se non fosse che in questi lavori Mertens abbandona completamente il suo stile fatto di sapientissimi contrappunti, linee melodiche fortemente ripetitive dall’evidente eleganza europea e tutto ciò che ha contribuito a farcelo amare per sciorinarci una serie di brani dalla lunghezza variabile ma quasi sempre caratterizzati (molto genericamente, ma serve a rendere l’idea) da orchestrazioni ridotte all’osso (uno, due strumenti, rarissimamente qualcosa di più) che sembrano divertirsi a sbrodolarci addosso lunghe e imperscrutabili linee melodiche avvitate su loro stesse e spesso inframmezzate da silenzi più o meno lunghi ma sempre spiazzanti.
Può capitare di ascoltare un oboe, piuttosto che un violino, che per lunghissimi minuti gironzola per il pentagramma senza una meta apparente o un senso che risulti comprensibile all’ascoltatore. Ascoltando queste composizioni notai subito come l’impressione sonora che ne ricevevo fosse molto simile a quella fattami da “Cheap imitation” di John Cage ovvero qualcosa di non sgradevole ma tremendamente irrisolto e vuoto. Ma mentre mi può essere chiaro (anche se non necessariamente condivisibile) il percorso di Cage e il modo in cui ha ricavato la sua “povera imitazione”, non sono affatto riuscito a comprendere (neanche vagamente) cosa sia passato per la mente di un autore come Mertens che la musica la scrive nota per nota senza affidarsi al caso o all’alea (e sembra assolutamente disinteressato a questo approccio compositivo).
In certi casi si ha l’impressione che lui abbia preso dei suoi brani (magari quelli che abbiamo molto amato) e abbia compiuto un processo di isolamento e stralcio dei materiali che lo componevano e ci voglia presentare DISTINTAMENTE la parte di uno strumento, poi quella di un altro strumento e così via… ma questa de-composizione non è ne indicata (è solo una mia supposizione basata ragionando sulla durata dei vari pezzi che compongono alcuni dei cicli e/o sulla somiglianza di certe linee melodiche) ne se ne capisce il senso visto che poi le singole partiture (ammesso che siano tali) lasciano all’ascolto una fastidiosa impressione di incompiutezza e non fanno certo godere l’ascoltatore.
Un’altra cosa che mi sorprende è che non sono riuscito a leggere nessuna critica (positiva o negativa) su questi lavori, come se anche i recensori ufficiali non riuscissero a padroneggiare questo materiale (che, a dispetto delle vendite, che immagino assai limitate, continua ad uscire regolarmente) e per non sbilanciarsi evitassero qualunque commento. Neppure mi ricordo di interviste nelle quali gli sia stato chiesto qualcosa riguardo queste opere.
Per cui lancio il sasso nello stagno e chiedo alla critica ufficiale di battere un colpo se hanno qualcosa da dire pro o contro questa ampia fetta del repertorio mertensiano. Io ammetto i miei limiti e sventolo bandiera bianca.

Vanno però ancora dette due cose.
In “Not yet, no longer” Mertens fa un’operazione assai interessante: prende quelli che in origine (su “Kaosmos“) erano brani per solo pianoforte (o poco più) e li orchestra aggiungendoci la sua voce e una piccola sezione di ottoni donandogli nuova vita e (soprattutto) nuova bellezza (e il disco non solo si può consigliare tranquillamente agli appassionati di Mertens, ma è anche il più interessante dei 5).
A chi invece voglia conoscere questo autore prolifico dalla media qualitativa molto alta non consiglio nessuno di questi cd dal vivo ma piuttoso l’ottimo dvd uscito recentemente intitolato “What you see is what you hear” che, con un’ottima scelta di brani dal suo repertorio, fotografa uno splendido concerto ben suonato da un gruppo nel quale spiccano alcune deliziose voci femminili, benissimo registrato per oltre un’ora e mezza di grande musica ad alta intensità energetica.

Materiali da maneggiare con prudenza, ma che contengono perle di assoluto valore.

www.wimmertens.be

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One thought on “WIM MERTENS “Years without history vol.1-5”, 2002-2004, Les disques du crepuscule

  1. […] mio vecchio post), o Wim Mertens (che ci aggiungeva la sua sensibilità europea e romantica, vedi quest’altro post), o Andrew Poppy (che lo miscelava con aspetti provenienti dal rock più creativo degli anni […]

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