ROY PACI & ARETUSKA “Parola d’onore”, 2006, V2 records

Ricordo benissimo la prima volta che vidi Roy Paci & Aretuska dal vivo: era, credo, il 2002 e non avevo mai sentito nulla di loro, ma andai lo stesso fidandomi delle buone critiche lette sulle riviste specializzate e (soprattutto) dell’eccellente e trasversalissimo pedigree del trombettista siciliano (non poteva non incuriosirmi chi aveva militato in due gruppi così diversi come i Mau Mau e gli Zu). Il concerto fu bellissimo, trascinante e divertente, ben suonato e molto curato nella messa in scena (dai vestiti in stile gangster ai vari siparietti con la band che si succedevano sul palco). Su tutto una esilarante ” ‘U mercatu” (sorta di versione surreal-siculoide di “Alla fiera dell’est“) che mandò in visibilio il pubblico del Villaggio Globale (il centro sociale romano che ospitò l’evento).
Nei giorni seguenti, giustamente entusiasta, si sprecarono le segnalazioni che feci ad amici e parenti per suggerirgli/invitarli/costringerli ad andare a vedere i loro concerti.
Viceversa quando, mesi dopo, comprai il loro album d’esordio (“Baciamo le mani“, 2002) rimasi assai deluso: il gruppo che sentivo su CD era imparagonabile a quello goduto dal vivo, troppo pulito, troppo elegante. I brani che dal vivo mi avevano entusiasmato suonavano decisamente troppo mosci (fermo restando che il disco risultava comunque carino e godibile). Identica impressione, sostanzialmente, me la diede pure il secondo loro lavoro (“Tuttaposto“, 2003).
Mi ero pertanto disinteressato al loro terzo lavoro.


Qualche settimana fa però l’ho visto a 6,90 eurotti (i dischi costano meno di quanto si crede e si fa credere…), non ho resistito e l’ho preso. Con mia felice sorpresa ho potuto ascoltare un disco di ottimo livello, interpretato da ottimi musicisti e, soprattutto, ben prodotto che ci restituisce questo gruppo al meglio delle sue possibilità e che può rivaleggiare con i loro set live (che in ogni caso sono da considerarsi imperdibili). Il disco testimonia una ottima vena compositiva (quasi ogni brano è un potenziale singolo) e una parallela, e credo non casuale, diminuzione delle cover unita ad una discreta varietà nelle scelte degli arrangiamenti (fermo restando il marchio di fabbrica che, come si evince dal nome della band, fa dello ska e dei ritmi in levare i suoi punti di riferimento). Rispetto al recente passato troviamo una maggiore enfasi per i ritmi centro-sud-americani e una maturità impressionante nell’uso della tromba che gigioneggia solo quando è il caso sapendosi perfettamente dosare in tutti gli altri momenti (la tecnica di Paci, ovviamente, non è mai stata in discussione).
Tra i brani più riusciti segnalo l’iniziale “Superreggae stereomambo“, molto vicina alle atmosfere contaminatissime tipiche dei Mau Mau (Roy ? ma perché li hai lasciati ?), la notissima “Viva la vida“, in doppia versione, normale e accelerata, la splendida “Boca dulza” dove si incrociano Caraibi, Medio Oriente ed Europa in un mid-tempo dal ritornello killer e dalle armonie sopraffine, la divertente e vagamente retrò “Up and down” dalle rime follemente baciate (e provate, se ci riuscite, a rimanere fermi mentre l’ascoltate), il bel reggae “Anna“, quasi-preghiera laica con brillanti backing vocals femminili e una tromba di straordinaria dolcezza, il sorprendente funk anni ’70 di “Fela Kuti aye!
Di loro ho sempre apprezzato il modo leggero-ma-anche-no che hanno nel trattare la loro sicilianità (lo ska classico ma trascinante di “Nesci lu suli“, la finta retorica deanmartiniana di “Pizza e sole“) e gli inevitabili riferimenti alla mafia o alle questione sociali: in questo disco vanno obbligatoriamente segnalati l’ottima “Gasterbeiter” sul tema dell’emigrazione di ieri e di oggi (e la memoria corta degli italiani…) dove lo ska incrocia/incontra il rap e “What you see is what you get” ritratto senza ipocrisie di certa emigrazione nostrana.

Un inciso particolare per la traccia numero 7, “Malarazza“.
E’ davvero misterioso il destino di canzoni come questa. Scritta da Domenico Modugno eoni fa non mi era MAI capitato di ascoltarla fino a qualche mese fa (e non essendo proprio di primo pelo vi assicuro che di musica ne ho ascoltata tanta…). Ora, improvvisamente, prima la scopro grazie alla versione fatta da Ginevra Di Marco nel suo ultimo album e subito dopo la ritrovo in questo disco. E’ una scoperta piacevolissima che ci conferma la statura di un autore forse non ancora sufficientemente riscoperto, ma rimane il mistero su chi l’abbia nascosta per tutti questi anni (e ringrazio coloro che l’hanno liberata).

Vulcanico e frizzante.

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