KARLHEINZ STOCKHAUSEN in concerto a Roma, 7/5/2007


Un’artigiano minuzioso. Un cesellatore dei suoni e della loro forma. Un puntiglioso coreografo dei suoi oggetti sonori.
Nello spazio confortevole dell’Auditorium Parco della Musica è tornato nella capitale il grande vecchio della musica contemporanea.
Entro in sala e subito lo noto, placidamente seduto al mixer posto al centro della sala, tutto vestito di bianco (come iconografia vuole), che ci osserva prendere posto e dispensa sorrisi e autografi a chi glieli chiede. E’ lui stesso a presentarci il programma della serata, rivolgendosi al pubblico direttamente in un buon italiano (e senza leggere). Verranno eseguite due composizioni relativamente recenti (niente suoi hits degli anni ’70 questa sera), entrambe di musica elettronica.
Sul palcoscenico nulla più che un piccolo faro che disegna una timida luna immobile. Si spengono le altre luci e siamo avvolti dalla sua musica.
Non ci sarà nessuna azione scenica, nessuna proiezione di diapositive o filmati, nessuno suonerà di fronte a noi, non avremo nulla da guardare. Semplicemente le macchine del compositore ci proporranno la sua musica utilizzando un complesso sistema di speaker sviluppato su 8 sorgenti direzionali principali.
Come giustamente sottolineato dal compositore stesso è l’occasione perfetta per centrare la propria attenzione esclusivamente sul suono, sul puro ascolto della musica. Ci suggerisce di muovere lentamente la testa verso destra e sinistra, verso l’alto e il basso, per meglio cogliere le evoluzioni spaziali e timbriche dei suoni e ci consiglia di chiudere gli occhi “per riuscire a vedere meglio“.
Il primo brano presentato è “Mittwochs-Gruss” uno spin-off da “Licht“,il suo ciclo di opere dedicate ai 7 giorni della settimana. Fasce di suoni sintetizzati attraversano la sala, muovendosi con delicatezza. Come sempre suonano freddi, quasi gelidi (abituato all’elettronica più recente trovo le sonorità anche un tantino superate), ma ogni tanto compaiono dei campionamenti di voci (soprattutto femminili) che rendono il tutto più caldo e, in certi momenti, appassionante. Parallelamente non possiamo non rimanere affascinati dallo sviluppo dei suoni: l’autore non si vergogna di stupirci con effetti speciali (e infatti lo fa) presentandoci, senza paura di risultare retorico o ovvio (e fa benissimo a non farsi scrupoli), sonorità a volte suggestive e sorprendenti, altre volte familiari (almeno per chi ama la musica elettronica, cosiddetta, incolta degli ultimi 40 anni).
Durante i 50 minuti abbondanti del pezzo si alternano le tante sezioni che lo compongono strutturate in 3 macro-sezioni abbastanza simmetriche. Ma la cosa più importante è lasciarsi andare ai suoni e seguirli nel loro evolversi, nel loro scomporsi e ricomporsi, nel loro alternarsi e sovrapporsi. Un’esperienza indubbiamente piacevole e, fortunatamente, molto distante da certe avanguardie ombelicali che hanno segnato lo scorso secolo e hanno fratturato il rapporto della musica con i suoi ascoltatori. Qui abbiamo una proposta che unisce la cura ossessiva del particolare con lo sviluppo di una struttura originale senza dimenticare il gusto del puro ascolto. Ed è palese come ogni suono che attraversa lo spazio sia stato forgiato dalle mani esperte (e mai banali) del compositore, nel tentativo (vano ?) di esercitare il massimo controllo possibile sulla sua musica e, parallelamente, di ottenere un risultato il più vicino possibile a quello delle sue intenzioni. Sottolineo il fascino di un approccio così fisico e, ripeto, artigianale nei confronti dell’universo sonoro: è come se ogni suono ascoltato avesse una sua personalità che lo rende unico, un po’ come, appunto, gli oggetti prodotti dagli artigiani che si distinguono chiaramente da quelli prodotti industrialmente.
E’ un peccato che questo anziano signore si sia riappropriato di tutti i suoi lavori pubblicati negli anni ’70 dalla Deutsches Grammophone e da altre case discografiche (e che ebbero all’epoca un certo, per quanto relativo, successo) per gestire direttamente le riedizioni digitali (tutto molto giusto, sia chiaro) permettendone l’acquisto solamente tramite il suo sito (e a prezzi non proprio popolari) di fatto togliendo molta visibilita alle sue opere (ormai) storiche. Sicuramente i suoi CD avranno una cura e una dignità impensabile per gli standard delle majors (tra l’altro li correda con libretti ponderosissimi), ma in questo modo viene fortemente limitata la circolazione di una musica che potrebbe entusiasmare molti (e non solo tra gli appassionati di musiche più o meno sperimentali, più o meno innovative).

Il secondo brano, “Cosmic pulses” fa parte di un altro ciclo, questa volta dedicato alle 24 ore del giorno, nel caso specifico le ore 13, intitolato “Klang” ed è un ulteriore passo avanti nella direzione dello studio dei movimenti del suono nello spazio. Per una mezzoretta abbondante alcuni suoni sintetici (basati sul numero 24) rimbalzano, si scontrano, si avviluppano nella sala in una giostra intensissima, cangiante come un caleidoscopio, viva come uno sciame di api. Sulla nostra testa, dietro la nostra testa, tutto intorno a noi, assistiamo a veloci incontri/scontri tra le note in un turbinare che ha l’effetto inevitabile di indurci in una sorta di trance. Mi perdo nel suono e nei suoni. E’ qualcosa che può far pensare alle classiche fughe o ai canoni ma elevati di potenza fino quasi a stordirci.
Bello ?
Onestamente non lo so.
Ma certo molto (molto!) stuzzicante.

http://www.stockhausen.org/

p.s. Sembra incredibile che nei primi anni ’70 un autore come lui, neanche cinquantenne, fosse non solo rispettatissimo e apprezzato tra gli addetti ai lavori, ma avesse anche una fama arrivata fino alla grande massa tanto da venire spesso usato come paradigma per definire una musica difficile o inascoltabile. C’è oggi AL MONDO un compositore ugualmente giovane che può vantarsi di simili risultati ? Ed è colpa dei tempi che rendono l’attività del ricercatore e sperimentatore musicale qualcosa di non divulgabile dai media attuali o, più semplicemente, di autori di questa grandezza si è ormai perso lo stampo ?

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