KRONOS QUARTET & ASHA BHOSLE “You’ve stolen my heart”, 2005, Nonesuch

Che il Kronos Quartet sia una istituzione benemerita della musica contemporanea non ci sono dubbi. Di loro non si può non apprezzare il loro porsi esclusivamente come interpreti delle musiche altrui (approccio quasi scandaloso in un mondo come il nostro dove l’ego di ognuno cresce a dismisura e tutti tendono ad essere “autori”, un mondo dove si è persa la capacità di essere artigiani della musica, umili servi nella vigna di Euterpe). Parimenti non si può non apprezzare il loro porsi senza preclusioni verso la musica (verso tutte le musiche) e il loro aver navigato in tutte le direzioni stimolati da grande curiosità e altrettanta apertura mentale: li abbiamo visti perciò entrare nella baia minimalista, attraversare il grande oceano della musica contemporanea, azzardare qualche puntatina nei pressi dell’enorme continente della musica pop (Hendrix, ad esempio) e verso autori di continenti e culture lontane (da Hamza El din e tutta l’Africa alla brace nascosta, ma ardente, che caratterizza le ex-repubbliche sovietiche). Con i loro antichi strumenti della tradizione europea sono sempre riusciti a trovare punti di contatto con mondi che potevano sembrare lontanissimi.

 

Su tutto questo non ci piove.

 

Questo disco però (e a questo punto un però sono sicuro che ve lo aspettavate…) mi lascia assai insoddisfatto. Le premesse erano intriganti: il colto quartetto d’archi europeo si confrontava questa volta con le musiche da film indiane (particolarmente quelle di Rahul Dev Burman) e nel farlo chiamava come guest star la voce (ormai mitica, forse qualcosa in più…) della regina di quella musica (e moglie del compositore): Asha Bhosle. Mi aspettavo un disco che unisse questi due mondi musicali regalandoci qualcosa che non appartenesse a nessuna delle due tradizioni. Invece il risultato è deludente.

Non si è riusciti a limitare le session al quartetto d’archi e alla voce della Bhosle (azzardando un unplugged che poteva risultare esplosivo) ma hanno deciso di aggiungere percussioni, tastiere, sitar e altri elementi pop che hanno spinto le canzoni verso lidi più ortodossi. Inoltre il Kronos più che a reinventare gli arrangiamenti delle canzoni si limita ad eseguire quelle che, già in origine, erano parti affidati agli archi. La Bhosle, nonostante l’età, canta ancora splendidamente, ma quelle che ascoltiamo, alla resa dei conti, sono versioni abbastanza fedeli agli originali, semplicemente rese più ingessate e rigide da arrangiamenti che spengono tutta l’effervescenza (a volte anche kitsch-barocca, ma sempre piacevole) delle versioni originali. Versioni timide che non hanno il coraggio di spiccare il volo verso mondi nuovi ma si limitano a ripercorrere percorsi già noti senza mai lasciarsi andare fino in fondo. Anche un hit assoluto come “Dum maro dum/Take another toke” scivola via svogliato e intristito da un ritmo (chissà perché) troppo rallentato. Tra gli altri brani spiccano la versione lento-psichedelica di “Rishte bante hain/Relationship crow slowly“, “Mera kuchh saaman/Some of my things” da ballare cheek-to-cheek, la divertente e spigliata “Piya tu ab to aaya/Lover, come to me now“.

Fondamentalmente il merito per le buone vibrazioni che riceviamo va quasi esclusivamente alla flessuosa e sapiente voce della Bhosle (non a caso i brani strumentali scivolano via senza lasciare tracce e ricordi particolari), ovviamente senza dimenticare le ben note doti compositive di suo marito, ma questa operazione non supera lo sfizioso guado che le si presentava.

 

Un’occasione sprecata.

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