CARLOS GARDEL “Déjà vu golden collection”, 2006, Recording arts

Non sono un esperto di tango, incomincio solo adesso a scoprire questo universo che tanti amanti annovera. Di Gardel so solo che è da sempre considerato l’uomo che ha incarnato il tango alla massima potenza. Sono rimasto folgorato, casualmente, da questa musica ascoltata in un negozietto berlinese visitato durante la mia vacanza del luglio scorso e non appena tornato a casa sono corso ad approfondire la questione.

Il tango è una musica allo stesso tempo conosciuta e ignota, familiare ed esotica.
Conosciuta perché fa parte della nostra cultura musicale in maniera profondissima (da “La cumparsita” al “Tango delle capinere” è uno stile che non si può non avere nel nostro DNA di ascoltatori italiani, lo si incontra facilmente anche in alcune canzoni di cantautori nostrani, da Guccini a Morgan per non parlare delle pubblicità strapiene di temi di Piazzolla).
Ma è anche ignota perché da noi non si è colto che qualcosa di molto superficiale, e non abbiamo sviluppato che in minima parte il culto, la dedizione, che in Argentina circonda questo ritmo appassionato ne tantomeno ci siamo interessati della raffinatezza che ha raggiunto questa musica e delle tante articolazioni che ormai la compongono.

Questo mega-cofanetto (4 cd più un dvd) raccoglie 80 canzoni (3 ore e mezzo di musica) cantate da Gardel nel breve arco di un quindicennio (1920-1935) e la sensazione principale che si prova ascoltandole è quella di uno straordinario e particolarissimo coinvolgimento emotivo. La voce di Gardel è abilissima nel caricare di enfasi le interpretazioni di brani che sembrano parlarci di amori lontani, non corrisposti o finiti male (l’intenso odio espresso in “Rencor” è qualcosa di strano e inusuale per una canzone), più raramente di amori felici e sereni, incrociando questi amori con il rapporto struggente con la terra natia. Siamo al limite della teatralità con l’espressività vocale molto pronunciata e che, di volta in volta, veste i personaggi protagonisti delle vicende cantate dalle canzoni (a volte ricoprendo contemporaneamente più di un ruolo).
Il rischio di cadere nella macchietta o nell’avanspettacolo è sempre presente (per tacere dell’incubo sceneggiata-strappacuore nascosto dietro l’angolo), ma lui sempre, e con grande abilità, riesce a rimanere vero e credibile con il risultato di commuoverci e far risuonare le corde dell’empatia con precisione quasi scientifica. La dizione è attenta e curata, il cantante accelera o rallenta ad arte i versi cantati in maniera da renderli meglio aderenti alla storia raccontata, insomma c’è una capacità interpretativa di tutto rispetto (e non ci volevo certo io a scoprirlo).
Naturalmente non tutti i brani sono riusciti allo stesso modo, alcuni si appoggiano su melodie affascinanti che ti entrano in testa e non ti abbandonano per giorni e giorni mentre altri scivolano via abbastanza distrattamente. Ma resta lo stupore per una musica che sembra comunicare con parti di noi straordinariamente intime, che raramente riescono ad essere sollecitate dall’universo musicale tutto.

Difficile citare qualche titolo, tra i tanti, forse, posso segnalare “Por una cabeza“, dagli archi e coro struggenti come non mai, la drammaticissima “Sus ojos se cerraron“, “Almagro“, piena di rimpianto per il quartiere della giovinezza e appoggiata su di una melodia maschia e nostalgica allo stesso tempo, o ancora le classicissime “Volver“, “Clavel del aire” e “Mi Buenos Aires querido” fino alla divertente deriva anglofona di “Cheating muchachita” dove sembra di ascoltare un Dean Martin ante-litteram emigrato in Patagonia.
Le canzoni sono spesso arrangiate in maniera essenziale, voce e una o più chitarre, anche se ogni tanto si presentano dei cori di accompagnamento (“Lo han visto con otra“) o altri strumenti (gli archi di “Lejana terra mia“, il violino+fisarmonica di “Senda florida“, dei, presunti, mandolini, come in “Silbando“), dosati sempre con misura e buonissimo gusto, che aggiungono pathos alle canzoni. Com’è naturale che sia non ascoltiamo sempre e solo tango, ogni tanto l’interprete allarga i propri orizzonti eseguendo canzoni di altro genere come la messicaneggianteMi tierra” o “Caprichosa” dall’intenso odore mediterraneo.
Singolare (a dir poco) la scelta della casa discografica di mettere la gran parte dei brani in ordine alfabetico (?) o alfabetico-rovesciato (????). Più interessante sottolineare come questa musica non venga rovinata dalla inevitabile scarsa qualità audio delle incisioni, ma, al contrario, i fruscii e le distorsioni del grammofono sembrino donargli energia emotiva con effetto simile a quello che si prova guardando graffiati film muti in bianco e nero con gli attori che si muovono a scatti.

Il dvd, seppur non fondamentale, contiene oltre un’ora di estratti da film o da proto-video di misteriosa provenienza (forse furono fatti per i cinema dell’epoca ?) nei quali possiamo vedere il nostro eroe cantare e recitare (spesso sopra delle navi…), ed è un utile compendio al materiale prettamente audio che ci regala immagini di una epoca lontana (canonicamente in bianco e nero) che è bello ritrovare.

Dritto al cuore.

One thought on “CARLOS GARDEL “Déjà vu golden collection”, 2006, Recording arts

  1. […] Di Sarli, Edgardo Donato e chi più ne ha più ne metta (manca all’appello Carlos Gardel, di cui parlai tempo fa, che, rispetto al contenuto di questo cofanetto, dava una interpretazione più intimista del tango […]

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