BUENA VISTA SOCIAL CLUB presents, 1999-2007, World circuit

Subito dopo il successo mondiale e la consacrazione dei suoi componenti il cosiddetto “Buena Vista Social club” si è sciolto o, per essere più esatti, ognuno dei suoi componenenti ha ripreso, moltiplicata all’ennesima potenza, la sua attività di musicista solista.
Parallelamente la World circuit ha fatto seguire al pluripremiato cd collettivo una serie, che col tempo è diventata piuttosto nutrita, di cd intitolati ad alcuni dei singoli componenti caratterizzandoli con il marchio, a questo punto famosissimo, “Buena Vista Social Club presents“. Devo ammettere la mia diffidenza e il mio scetticismo. Temevo che, pur di sfruttare l’onda lunga del successo, si pubblicassero lavori approssimativi, fatti senza il trasporto, la cura e l’amore per la musica cubana, che avevano caratterizzato il primo disco. Mi sono avvicinato perciò a questi lavori con circospezione e senza particolari aspettative e, devo ammettere, i fatti hanno decisamente smentito le mie paure.
Me ne sono passati molti tra le mani (forse tutti) e posso tranquillamente affermare che il giudizio è globalmente molto positivo.
Ho ascoltato i 3 album solisti di Ibrahim Ferrer, i 2 di Ruben Gonzalez, i 2 di Omara Portuondo, quello del trombettista Manuel “Guajiro” Mirabal, quello del contrabassista Orlando “Cachaito” Lopez e in tutti ho riscontrato una squisita produzione, un’ottima scelta dei musicisti, una altrettanto ottima scelta delle canzoni.

Per le canzoni non era difficile: ognuno di questi dischi (con l’eccezione forse di quello di Cachaito) va infatti a pescare nell’immenso repertorio della musica cubana dello scorso secolo e c’era solo l’imbarazzo della scelta. Ma resta il fatto che chi si è dedicato a questa attività (credo, in primis, gli stessi titolari dei dischi) ha dimostrato seria e approfondita conoscenza di questa musica e ottima capacità di selezionare i brani più significativi (o, perlomeno, alcuni di essi). I musicisti, bene o male, sono sempre i soliti e questo ha garantito sia la qualità, chi conosce il disco-madre o ha visto il film di Wenders sa di cosa parlo, sia una certa uniformità di stile (e di sonorità) tra i vari dischi, come se fossero, come effettivamente sono, non progetti diversi ma manifestazioni diverse di un medesimo progetto.
Le esecuzioni sono calde, appassionate. Si sente che chi suona ama la musica che sta suonando, nessuno sembra ragionare come un session-man ma tutti danno il massimo e, contemporaneamente, si divertono un mondo a suonare queste canzoni alle quali sembrano essere legati da un affetto profondissimo (per inciso: prima o poi bisognerà approfondire i vantaggi e le caratteristiche di una musica tramandata oralmente, da maestro ad allievo, secondo consuetudini apparentemente antiche ma, probabilmente, più interessanti dei metodi utilizzati nell’Occidente tardo-capitalista dove l’ambizione e il desiderio di essere autori sono alquanto sovradimensionati…).

La produzione è anch’essa legata ai soliti nomi (Ry Cooder, Nick Gold, Demetrio Muniz, Juan De Marcos…) e garantisce la qualità dell’incisione e di tutti gli aspetti tecnici insieme ad una cura davvero notevole per gli aspetti musicali (arrangiamento e orchestrazioni in primis, ma anche l’atmosfera che si respira nei dischi, la capacità di lasciar andare liberamente musicisti così valenti).
I dischi suonano molto molto bene (con un plauso particolare per la resa dei bassi) e, a dispetto dell’età di gran parte degli esecutori, tutto è fresco e moderno in una unione perfetta tra tradizione e tecnologia. Le confezioni, le copertine e i libretti interni dei CD sono estremamente curati e, in buona sostanza, si rasenta la perfezione in un progetto che poteva facilmente scivolare in dischi tirati via tanto per guadagnare.
Se proprio vogliamo trovare un difetto va forse ricordato come tutti questi dischi, anche quelli che sono stati pubblicati oltre 7 anni fa, continuano ad essere commercializzati a prezzo pieno, forse sarebbe ora che scendessero a prezzi più consoni.

Naturalmente ogni interprete caratterizza il suo disco in base al suo modo di sentire queste musiche. I lavori di Gonzalez sono raffinatissimi e sfiorano spesso e volentieri le libertà jazzistiche, il primo e il (bellissimo) secondo di Ferrer sembrano voler ricapitolare la storia del son e dei tanti ritmi cubani mentre nel terzo (uscito postumo) emerge meglio il suo ruolo di interprete confidenziale eseguendo alcuni meravigliosi boleros, il disco di Mirabal invece ci riporta dentro al Tropicana degli anni ’40 e ’50 con un disco festosamente pirotecnico (incredibile per un ultra-settantenne…), in quello di Lopez la voglia di comporre è molto pronunciata ed è il disco dove l’improvvisazione para-jazzistica è più evidente, i due della Portuondo spiccano per l’eleganza e l’attenzione all’interpretazione tanto misurata quanto emozionante, con un uso delicatissimo degli archi e dei cori che, quando presenti, sembrano accarezzarci con la cura di un’amante sopraffina.

Tutti rari esempi di come si possa coniugare perfettamente l’adesione a determinati stilemi musicali senza per questo rinunciare alla propria personalità di musicisti.

Sarebbe bello se alla chiusura del progetto tutti questi lavori venissero raccolti in un unico cofanetto, a sottolinearne la compattezza e le affinità.

www.worldcircuit.co.uk

3 thoughts on “BUENA VISTA SOCIAL CLUB presents, 1999-2007, World circuit

  1. […] contiene il concerto conclusivo di questo progetto del quale già vi ho parlato lungamente (qui e sopratutto qui) e che ho trovato musicalmente e umanamente straordinario. Il concerto è stato pubblicato in una […]

  2. […] (ne parlai qui), della musica cubana anni ’50 (riscoperta grazie a Wim Wenders e Ry Cooder, ne parlammo qua ma anche qua), così come vi ho accennato al meraviglioso universo del tango argentino negli anni […]

  3. […] del Buena Vista Social Club (ci andai in fissa anni fa e ve ne parlai ripetutamente in questo e quest’altro post). Realizzato con tagli, ritagli e frattaglie (frammenti live, scarti dalle […]

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