ENZO JANNACCI “30 anni senza andare fuori tempo”, 1989, DDD

Lo dico forte e chiaro, e lo dico ora che è ancora vivo (dopo sarebbe troppo facile e ci sarà una lunga fila di giornalisti e discografici folgorati sulla via per Damasco improvvisamente consci della sua statura artistica).
Jannacci è uno dei grandissimi della canzone italiana.
Il pubblico sembra averlo dimenticato, la critica non ne parla, ma nel suo caso la parola genio è assolutamente ben spesa.
Certo… non avrà mai la puntigliosità e la cura verso le proprie composizioni che aveva un De Andrè, pure non ha la capacità di scrivere dischi compatti e senza cadute di tono come il suo fratello adottivo Gaber, e nemmeno è capace di usare parole forbite e ricercate come Guccini o di spaziare musicalmente con l’apertura mentale e la sapienza di un Battiato.
Ma vi assicuro che si tratta di un artista dotato di personalità non comune e di enorme spessore sotto ogni punto di vista.


Come cantante è un caso senza precedenti: una vocalità personalissima e intrigante. Stonato, intonato, a tempo o fuori tempo… non si riesce mai a capirlo (ed è un evidente falso problema). Sfugge ai più la sua capacità unica di esprimere il lato disperato della vita con un sorriso a mezza bocca che pare divertito ed invece è agghiacciato. Sfugge ai più la sua intensa capacità interpretativa che, certamente, non ha moltissimi registri, ma quelli che ha sono di una efficacia stupefacente. Chi lo ha visto dal vivo, magari quand’era un po’ più giovane, ricorderà l’assoluta padronanza sulle corde vocali, il perfetto controllo su quei toni suoi, così tipici, capaci di rendere come nessun altro la sostanza più pura della vita, vita intesa come materialità, come quotidiano, come sofferenza e croce giornaliera, come travaglio, giocando con istinto di razza tra i toni comici e quelli drammatici, spesso, e magicamente, sovrapponendoli.
Va sottolineato, raramente viene ricordato, che, pur essendo autore di molte delle sue canzoni, Jannacci non ha affatto disdegnato di calarsi nei panni di (ottimo) interprete di canzoni altrui (da Paolo Conte a Bruno Lauzi, da Lino Toffolo a Chico Buarque da Hollanda) dimostrando così nei fatti il suo essere non solo autore ma proprio uno “che canta dentro nei dischi“.

Solo una voce come la sua può cantare quelle sue liriche sbilenche, quei suoi versi così calati dentro le storie della gente comune con i suoi poveri affanni, le sue miserie, le sue viltà. Jannacci fa tutto questo senza ombra di retorica (e in questo è un maestro dal quale molti dovrebbero imparare), senza quasi mai mostrare simpatia verso le comparse di cui ci racconta frammenti di vita ma, più spesso, semplicemente comunicandoci il peso della loro esistenza con quelle espressioni al limite del surreale, quelle trovate linguistiche spiazzanti che i bravi editori non pubblicherebbero mai in uno dei loro libri ma che contengono il germe migliore della poesia (ammesso che questa parola abbia ancora un valore in un mondo dove in troppi ormai amano pensarsi poeti). I suoi testi sembrano spesso costruiti con pezzi di origine diversa, apparentemente incompatibili tra loro, ma poi, nell’ascoltarli, risultano evocativi e perfettamente efficaci, ti entrano dentro come la lama di un coltello. Tra i più feroci, cinici e commoventi che abbia mai ascoltato.

Musicalmente se la sua vena melodica è felice, ma non sempre originale, sono gli arrangiamenti che in Italia sono (o meglio erano… da quando li ha affidati al figlio ci si è adagiati nella classica aurea mediocrità) alieni e inclassificabili. Basti pensare all’azzardato trombone + chitarra distortissima di “Vengo anch’io, no tu no“, al Dylan in acido con cori cosacchi di “Quello che canta onliù” o alle folli e imprevedibili jam di “El marognero“, o “Dagalterùn fandango” o ancora ai mandolini + vocine accelerate + intermezzo con Attilio della sua riuscitissima versione del “Bartali” di Paolo Conte (raro esempio di cover assai migliore dell’originale con la sua atmosfera surreal-cabarettistica che calza a pennello le melodie del cantautore piemontese). Spessissimo ha utilizzato, sempre con risultati molto buoni, stilemi derivati dal suo amore per certo jazz antico da big-band che in Italia raramente si sentono, altre volte ha inserito con grande naturalezza nelle sue canzoni uno strumento come il banjo assolutamente inusuale per i cantautori.
Non si è mai fatto irreggimentare in un genere musicale, ma ha gironzolato in lungo e largo per stili e musiche, a volte anche molto strane, ma sempre con grandissima libertà e la sua persistente originalità (questo almeno tutte le volte che ha avuto il tempo e la voglia di curare questi aspetti, quando si è rivolto ad altri produttori/arrangiatori, onesti professionisti, gli esiti raramente sono stati più che discreti risultando spesso di maniera, ma anche questo fa parte dell’imprevedibilità del soggetto).

Certo, lo ribadisco, non sempre il gioco gli è riuscito. Spesso nei suoi dischi compaiono canzoni non perfettamente a fuoco, a volte anche approssimative. Ma quando l’ispirazione è chiara e i pezzi si incastrano… allora vengono fuori capolavori che non ci si stanca di ascoltare, escono fuori parole che riescono a contenere vite intere, e il loro senso, in poche frasi, con una precisione che può lasciare sgomenti.

Forse non ha saputo gestire al meglio il successo arrivato inaspettato e troppo presto, quando si è ritrovato (erano ancora gli anni ’60) ad essere identificato come un autore e interprete comico per via di una serie di canzoni che trattavano temi serissimi ma con quel suo tono dove l’ironia serve ad addolcire l’amarezza e la drammaticità di storie senza lieto fine come quelle di “Giovanni telegrafista“, “Ho visto un re“, “Ragazzo padre” o quel tormentone di “Vengo anch’io, no tu no” che se l’avesse scritta Tom Waits si sarebbe gridato al miracolo ed è invece spesso percepito come un brano commerciale (detto con la spocchia tipica di chi ha disgusto per questo aggettivo).
Non si è mai più liberato, un po’ anche per scelta, di questa etichetta e va detto che se non si può negare che nel suo repertorio siano presenti canzoni di puro divertimento (“Ho soffrito“, “Zan zan le belle rane“, tanto per fare due esempi) resta misterioso come a modificare questo stereotipo non siano bastate canzoni dove l’ironia era bandita e si toccavano ben altre corde (“Vincenzina e la fabbrica“, “Mario“, “Sei minuti all’alba“, “Io e te“, l’agghiacciante “Natalia“) e neanche tutta una seconda parte di carriera dove splendide canzoni, spesso drammatiche e amare, si sono aggiunte ai successi giovanili mostrando una maturità invidiabile ed un intelligenza rara e acuta. Il pubblico non si è realmente accorto di brani memorabili quali “Se me lo dicevi prima“, “Saltimbanchi“, “Son s’ciopàa“, “E allora concerto“, “Ci vuole orecchio“, “La fotografia” (passata a Sanremo ma non per questo notata dal grande pubblico così come l’ottima “I soliti accordi“) e tanti altri (troppi per elencarli tutti).
E’ solo grazie a Fabio Fazio che l’arguzia sfacciata di “Quelli che” si è fatta un po’ strada tra gli italiani (ma inzuppata nella minestra pallonara). Per il resto è stato sostanzialmente dimenticato dalla televisione e dai mass media (e dalle case discografiche).
E’ uno scandalo che di lui si trovino quasi esclusivamente raccolte (sempre coi soliti brani) e che i suoi bellissimi LP incisi per L’Ultima spiaggia (l’etichetta coraggiosa di Ricky Gianco, tra le migliori indipendenti italiane degli anni ’70), probabilmente l’apice della sua produzione, non siano mai stati ristampati. Ma siamo uno strano paese che, nonostante Jannacci abbia avuto strettissime e ripetute collaborazioni con due giganti della cultura italiana come Giorgio Gaber e Dario Fo (e scusate se è poco), fatica a riconoscere completamente le qualità di uno come lui così fuori dagli schemi.
Forse l’uso ostinato del non-sense e di testi dall’alta componente surreale risulta indigesto a chi è abituato a testi calligrafici e/o retorici (quando non banali o banalissimi), forse la schiettezza e il sincero sporcarsi le mani con la realtà così-com’è e non così-come-vorremmo-che-fosse lo ha reso inutilizzabile per i critici carichi di buoni sentimenti o di ideali salottiero-rivoluzionari, fatto sta che gli unici reali attestati di stima gli sono arrivati da alcune band più o meno alternative che hanno realizzato cover di suoi brani (dai veterani Brutopop a Giuliano Palma & the Bluebeaters, dalla BandaBardò ai Mariposa fino ai Baustelle).

Ci sarebbe da scrivere tantissimo, ma questo non è un saggio su Jannacci e spero vi accontentiate dell’entusiamo che cerco di trasmettere.

Tra il poco che si trova segnalo questo live che ha il pregio di avere una buona scaletta e dei buoni, a volte ottimi, arrangiamenti (oltre che ospiti di assoluto spessore) e uno Jannacci interprete nel pieno della sua maturità, ma la speranza è che qualcuno si degni di realizzare una qualche ultimate collection o una platinum edition per onorare come si deve un autore di siffatta portata e, soprattutto, per tornare a rendere finalmente disponibili alcuni dei più bei gioielli della canzone italiana.

Un miracolo che non ci meritiamo.

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5 thoughts on “ENZO JANNACCI “30 anni senza andare fuori tempo”, 1989, DDD

  1. anonimo ha detto:

    la Gemellina se lo merita…:P

  2. giovannidepalma ha detto:

    Io e te decisamente abbiamo gli stessi gusti…già gli Inti-Illimani…pure Jannacci.
    Concordo pienamente con la tua critica entusiasta e competente…
    per quanto riguarda lo Jannacci interprete vorrei ricordarti l’interpretazione da pelle d’oca di “Via del Campo” nel tributo a Fabrizio De Andrè, altro mio mito…
    Ciao Giovanni

  3. AbulKasim ha detto:

    in realtà “Via del campo” è un brano la cui musica è di Jannacci, in origine si intitolava “La mia morosa la va alla fonte”, poi De Andrè (passando attraverso alcuni qui pro quo, in rete si trova del materiale su questa storia) l’ha fatta sua cambiando completamente il testo.
    Quindi non è propriamente una interpretazione di Jannacci di un brano altrui quanto un brano in condominio con De Andrè che, concordo con te, resta un gigante della storia della musica italiana.

  4. giovannidepalma ha detto:

    sapevo che la musica di “via del campo” fosse di Jannacci, e quindi in effetti hai ragione a dire che non si tratta del tutto di un’interpretazione di un brano altrui… rimane cmq da brividi e secondo me è il miglior pezzo di quel tributo al grande Fabrizio..
    P.S. a Jannacci, inoltre, sono affezionato in quanto collega….(sono un medico 😉

  5. […] a parlarvi di Jannacci (nonostante avessi già affrontato questo artista in un lunghissimo post) perché nel frattempo ho comprato questa raccolta che ho trovato molto molto bella, troppo per non […]

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