BIOSPHERE “Shenzhou”, 2002, Touch

Quando un musicista è capace di un minimo di autocritica verso se stesso e il proprio lavoro difficilmente corre a fare dischi su dischi, ma centellina le uscite lavorando di cesello sui propri brani prima di pubblicarli (il De Andrè maturo docet). Non sono molti quelli che praticano questo tipo di attenzioni e questa forma di disciplina, ma uno di questi è Geir Jenssen in arte Biosphere. In oltre 15 anni ha fatto circa 7 album a suo nome e tutti decisamente appetibili. In questo, che ritengo uno dei suoi migliori lavori (appena sotto lo storico “Substrata” del 1997), il tentativo (ambizioso e rischioso) è quello di mescolare la sua tradizionale ambient elettronica oscura e gelida alle note di un maestro assoluto quale Claude Debussy.


Biosphere ha perciò selezionato alcuni frammenti da (a volte gracchianti) vinili contenenti esecuzioni delle musiche di Debussy e li ha poi utilizzati , spesso mettendoli in loop, integrandoli coi suoi panorami artici, le suo lunghe notti subpolari, i suoi suoni sempre caldi ma con quel pizzico di angoscia e solitudine che, so che è banale dirlo, la sua terra d’origine, il nord della Norvegia, sembra evocargli. Il risultato è assai piacevole, particolarmente riuscito nei brani (“Shenzhou“, “Ancient campfire” dall’atmosfera favolistica e sognante, la cupa e ostinata “Houses on the hill“, la mesmerica “Fast atoms escape“) nei quali, all’interno dei frammenti campionati, oltre agli archi emergono i suoni di oboe a dare un tocco di strano esotismo e a disegnare micromelodie ipnotizzanti che sembrano provenire da lontano, come sfumati bagliori di luci in fondo ad un orizzonte infinito.
I ritmi sono blandi e spesso proprio inesistenti. Biosphere ha ormai da tempo abbandonato i lidi della morbida techno dei suoi esordi e sembra molto più interessato a disegnare spazi piuttosto che a scandire ritmi, utilizzando spesso pulsazioni lente e ossessive (“Heat leak“, “Thermal motion“, il battito affaticato di “Spindrift” con quel reverse a rendere instabile e inospitale il nostro ascolto, le atmosfere amniotiche di “Two ocean plateau“). Tra i brani migliori citazione d’obbligo per la lenta e faticosa marcia “Path leading to the high grass“, dove i campionamenti disegnano una estenuante camminata senza fine attraverso bufere di neve, e per l’iniziale “Shenzhou” dove l’elettronica evoca vortici notturni nei quali i suoni orchestrali sembrano offrirci se non protezione almeno una direzione verso la salvezza.

Musiche che non vanno da nessuna parte. Semplici disegni che si mostrano per poi, discretamente, scomparire, come corpi illuminati dalla fioca luce di una candela che presto si spegne per riportarci al buio. Suoni materici e avvolgenti, per nulla caratterizzati dalla freddezza dei tipici toni sintetici di chi fa(ceva) musica elettronica, che ti entrano piacevolmente dentro alla ricerca di un riparo, ma che presto fuggono a cercare altri a cui donarsi.

http://www.biosphere.no

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