FRANCESCO DE GREGORI “Left & right”, 2007, Caravan

Da molto tempo a questa parte De Gregori ha metodicamente pubblicato dischi su dischi dal vivo di cui questo è solo l’episodio più recente (ma non certo l’ultimo). Tanto per riepilogare e per darvi la dimensione esatta del fenomeno ricordo che a partire dal 1990 ha pubblicato questi cd live:
Niente da capire“, “Catcher in the sky“, “Musica leggera“, “Il bandito e il campione“, “Bootleg“, “La valigia dell’attore“, “Fuoco amico“, “In tour” (con P.Daniele, F.Mannoia e Ron) e, appunto, il recentissimo “Left & right” (si noti come nello stesso periodo abbia fatto “solo” 5 album di canzoni inedite).

Chi mi conosce sa che sono tutt’altro che interessato al contenuto di questo ultimo, ennesimo, lavoro. Ritengo, credo fondatamente, che dopo l’ottimo “Terra di nessuno” (1987) sia ben poco ciò che di interessante De Gregori abbia aggiunto al suo corpus compositivo e aggiungo pure che dal vivo l’ho sempre trovato abbastanza deludente oltre che un discutibile interprete di sé stesso.
Sono invece molto più interessato all’operazione portata avanti testardamente dal cantautore romano sfidando pazientemente le tante critiche e il dileggio subito per queste reiterate incisioni live che a molti (critici, ascoltatori, giornalisti più o meno specializzati…) sono sembrate inopportune e ridondanti.

Facciamo un passo indietro.

Sono anni che le case discografiche si lamentano del crollo delle vendite dei dischi, di come le nuove generazioni non pensino neanche lontanamente a comprare i CD, ma si limitino a scaricare i brani dalla rete. Nello stesso tempo però questi colossi del disco fanno un’enorme fatica a modificare comportamenti e stili nati diverse decine di anni fa e, oramai, fossilizzati in rigide abitudini delle quali si è perso il senso e la motivazione originaria. Sembrano incapaci di rinnovare il loro modo di pensare al mercato della musica adattandosi alle mutate sensibilità dei loro clienti e alle nuove enormi possibilità che la tecnologia gli mette a disposizione.

Anni fa i dischi dal vivo quasi non esistevano (erano davvero rarissimi), poi, grosso modo a partire dalla fine degli anni ’60, è diventata una felice consuetudine fotografare il picco della propria carriera, o un momento di ispirazione particolarmente felice, con la pubblicazione di interi concerti in corposi LP spesso doppi a volte addirittura tripli o quadrupli. Il disco dal vivo (anche per le complessità legate alla necessità di ottenere delle registrazioni di buona qualità con la strumentazione di allora) era un’occasione speciale che un artista sfruttava pochissime volte nell’arco di una carriera.

Ma i tempi sono cambiati, e attualmente registrare (tutti) i concerti è prassi pressochè automatica di ogni artista e De Gregori ha capito una cosa estremamente semplice (per non dire ovvia).
Ha capito che esiste una fetta del suo pubblico (molto) interessata alla documentazione di ogni suo tour e ha compreso che non c’è alcuna ragione per negargli questo piacere. A lui non costa niente, ai suoi fan fa piacere, alla casa discografica porta qualche soldarello in più.
Nessuno ci rimette, tutti ci guadagnano qualcosa.

In una epoca nella quale siamo rimasti in pochi a comprare CD non si capisce perché non ci sia uno sforzo delle case discografiche verso tutte quelle nicchie di ascoltatori disponibilissimi a spendere i loro eurotti per un determinato prodotto (e si noti come, in mancanza di live ufficiali, gli aficionados non rinuncino all’oggetto del desiderio ma si limitino a dirottare le loro attenzioni verso prodotti amatoriali, a volte anche molto approssimativi, dando vita a quel fittissimo scambio di bootleg tra appassionati che, in barba alle leggi, va avanti intensamente da oltre 30 anni).
Senza scomodare le teorie sulla lunga coda, mi pare evidente che 50.000 copie vendute con il live di un certo cantante, altre 50.000 per quello di un altro cantante e così via rappresentino un interessante contributo utile, se non a superare la crisi, certo a limitarla.
La cosa misteriosa è che questo concetto così elementare e trasparente sembra essere chiaro solo a De Gregori e a pochi altri (rimanendo confinati nella nostra bella penisola direi che mi vengono in mente solo Elio e le storie tese, Claudio Baglioni, e, in parte, Vasco Rossi e Ligabue).
Non si tratta tanto di spremere al massimo il limone, quanto di intuire e assecondare i legittimi desideri di gruppi di clienti/appassionati, magari numericamente minori rispetto alla grande massa degli ascoltatori, ma comunque abbastanza numerosi da giustificare tirature significative e (fondamentale!) ben tarate (inutile stampare milioni di copie di dischi che fin dall’inizio si sa destinati, salvo eccezioni, ad una fetta di pubblico circoscritta e ben determinata).
Aggiungo, mi si perdoni la polemicità, che è molto più rispettoso verso l’ascoltatore chi, come De Gregori, pubblica tanti dischi dal vivo (nei quali si ricantano magari sempre le stesse canzoni ma con diversa sensibilità e, inevitabilmente, diversi arrangiamenti) di chi (e questa pessima abitudine è davvero molto, troppo diffusa) pubblica antologie, best of o roba simile aggiungendo ai propri successi uno o due inediti giusto per costringere l’appassionato a comprare e ricomprare materiali che già possiede (e quindi magari spendere 20 euro per una sola canzone…).

Un esempio, questo di Francesco De Gregori, che spero venga seguito sempre più spesso e sempre da più artisti (e voi sapete a chi mi riferisco).

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