PREWAR FOLK

Qualcuno avrà forse notato che da qualche mese nella colonnina dei link (sulla vostra sinistra) ne compare uno collegato al sito dove la mia rivista di riferimento (Blow Up) ospita una serie di podcast relativi alle musiche di cui si occupano nei loro (spesso interessanti) articoli. Tra i tanti già resi disponibili mi fa piacere segnalarvi 3 corposi mp3 da un’oretta l’uno in cui si ripercorrono, per sommi capi e poche chiacchiere, le vicende legate a quello che oggi si usa chiamare prewar folk (la musica popolare americana incisa a cavallo tra le due guerre mondiali dello scorso secolo). Li trovate nella sezione “Other sounds“.

Detto grossolanamente: trattasi delle radici degli stili che saranno chiamati country e blues e che, a loro volta, sono alla base di gran parte della musica pop moderna.
Ad accompagnarci in questo viaggio c’è Stefano Isidoro Bianchi, direttore della rivista e recente autore di un libro che approfondisce proprio queste musiche e tutti questi musicisti ormai entrati nel mito come veri e propri padri fondatori della musica di oggi.
Chi mi conosce e segue questo blog sa che sono abbastanza allergico alla musica nera. Ciò nonostante ho trovato queste 3 ore di ascolto molto stimolanti, piene di curiosità e utilissime a meglio comprendere il modo in cui si è evoluta la musica popolare del ‘900 smentendo anche alcuni diffusi luoghi comuni (interessantissima la parte dedicata all’influenza che la neonata industria discografica, codificando i generi musicali, ha avuto su una realtà che era molto più complessa e razzialmente indistinta deformandola e modificandola).
Credo ci siano più cose interessanti e sorprendenti in queste 3 ore che in un anno di programmazione musicale di Radio DJ o di RadioRai2.

Dall’ascolto di questi che sono, a tutti gli effetti, dei veri e propri programmi radiofonici (seppur diffusi attraverso un canale diverso dalla radio) mi sono nate alcune riflessioni che voglio condividere con voi (sperando di riuscire ad essere comprensibile).

Nel sentire SIB parlare di questi musicisti e penetrando in questo universo che mi era quasi completamente sconosciuto mi è venuto naturale pensare che quello che fa Blow up (oltre, ovviamente, alla legittima promozione della rivista e dei suoi libri) è vero e proprio SERVIZIO PUBBLICO. Quello che la RAI non ci da più, o non ci da in maniera adeguata.

Le grandi case editrici di musica (peraltro ormai dirette da personaggi emblematici come Eric Nicoli, presidente della EMI dal 1999 al 2007, che proveniva dalla United Biscuits e che nella sua vita aveva lavorato esclusivamente nel settore alimentare, il suo più grande successo fu la barretta di cioccolato Lion….) continuano con la loro caccia alle streghe contro i cosiddetti pirati informatici e il download selvaggio (identificati ipocritamente come unica vera e indiscutibile causa del crollo delle vendite dei CD) e non si rendono minimamente conto che quella che ormai manca in tutto il mondo occidentale, e particolarmente nei giovani, è una vera cultura della musica unita ad una appropriata educazione all’ascolto della stessa.

Negli ultimi 20 anni le major si sono sforzate di vendere la musica come fosse una merce qualsiasi CERCANDO DI PERSUADERE i ragazzini ad appassionarsi a divi e divetti di plastica (vedi le tante boy-band o le tante nuove ed ennesime strafiche della musica nera). In questo hanno avuto anche un discreto successo ma non si sono resi conto che si trattava di una vittoria di Pirro. Non hanno pensato/provato a fare musica di qualità con la quale far crescere i propri “clienti” portandoli ad avere passione ed interesse REALI per la musica. No.
Li hanno persuasi a correre appresso alla moda del momento senza mai appassionarli al contenuto dei dischi che venivano venduti (contenuto al quale i ragazzini sono, alla fine della fiera, fondamentalmente indifferenti, non a caso con la stessa rapidità con la quale si entusiasmano per Tizio altrettanto rapidamente se lo dimenticano per passare al nuovo “artista” trendy).
In questo modo hanno cresciuto generazioni di fanciulli che una volta adulti si sono inevitabilmente disinteressati alla musica smettendo, logicamente, di comprare dischi.
Non è un caso che sembra siano rimasti solo gli over-40, formatisi oltre due decenni fa, ad essere interessati all’acquisto di musica, ancora convinti che valga la pena spendere qualcosina per avere dei dischi che, essi ritengono, li possano accompagnare piacevolmente per anni facendo parte stabilmente delle loro giornate.
Non rapide fiamme di passioni ormonali ma veri amori adulti che durano tutta una vita.

Una strada seria per riacciuffare per i capelli il mercato dei dischi potrebbe essere quella implicitamente indicata da Blow Up. La RAI dovrebbe, a parer mio, preparare decine di programmi dedicati a tutta la storia della musica. Da quella antica a quella classica, dal rock alla techno, dal folk sud-americano a quello asiatico e così via. Ma invece di limitarsi a trasmetterli una tantum per radio dovrebbe creare un archivio facilmente consultabile in cui conservare queste trasmissioni, dall’esplicito intento didattico/enciclopedico, rendendole liberamente scaricabili da chiunque. Ovviamente questi programmi dovrebbero essere fatti da esperti (e possibilmente appassionati) della materia in maniera tale da risultare il più possibile appropriati (da un lato) e coinvolgenti (dall’altro).

Mi piace immaginarmi un ragazzo che, incuriosito chissà come sulla musica di Verdi, si va a scaricare un’oretta di estratti dalle sue opere liriche per decidere se approfondirlo o meno, o un altro che avendo sentito parlare del rock progressivo inglese degli anni ’70 (oppure del krautrock, o della dodecafonia, o del tango argentino, o della musica pop etiope degli anni ’60 e ’70…) va in rete e con un paio di click ha subito la possibilità di farsi una idea (approssimativa, sbrigativa, generalissima, forzatamente schematica, ma, comunque, una prima accettabile e condivisibile idea) di quello che nasconde quel genere (o quell’autore).
Ancor di più mi entusiasmo al pensiero delle singole scuole (elementari, medie, superiori) dove i docenti potrebbero ogni anno scegliere alcuni temi, fornire ai ragazzi gli ascolti (sempre pescando dall’archivione RAI), darglieli come compito a casa (oh yeah !) per poi integrarli con lezioni, dibattiti, approfondimenti, ulteriori ascolti, libri e quant’altro.
La rinascita di una cultura musicale in Italia degna di questo nome passa obbligatoriamente per l’istituto scolastico (sulle tanto mitizzate famiglie meglio non contare…). E’ quello il luogo e il momento nel quale si può provare a far nascere nei cuori dei nostri giovani (o almeno in alcuni di loro) un sano interesse verso questa arte ingiustamente ridotta a puro marketing.

In questa maniera si potrebbe (forse) rimettere in moto un meccanismo che porterebbe (parte del)le nuove generazioni ad amare la musica, ad ascoltarla, a comprarla e, soprattutto, a desiderarla come una componente importante e fondamentale della propria cultura e non solamente come qualcosa da usare come tappezzeria o per avere compagnia in automobile.

Costerebbe poco. Basterebbe organizzarsi.

Ma naturalmente la RAI avrà altre cose da fare (tipo inseguire l’audience delle radio commerciali), mentre il parlamento italiano continuerà a voler credere che è tutta colpa del P2P e persisterà nel fare leggi assurde in difesa del diritto d’autore (mito moderno dai piedi di argilla) compiacendo non tanto i cittadini del belpaese quanto l’industria discografica.

Ecco com’è che va il mondo.

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One thought on “PREWAR FOLK

  1. LesFolies ha detto:

    Donne di poesia
    echi di temporali
    follie perverse

    Siamo anime fragili
    nello spazio che vaga

    (eros tanka)

    Buon fine settimana…

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