SHANGHAI LOUNGE DIVAS, 2004, EMI

Doppio CD curato da tale Ian Widgery che mi aveva molto incuriosito e il cui ascolto, dalle alterne qualità, mi spinge ad un paio di riflessioni.

Tutta l’operazione gira attorno ad alcune registrazioni risalenti agli anni ’30 di cantanti cinesi (le divas del titolo) che incisero, all’epoca, per la Pathe Marconi e delle quali, evidentemente, si è riusciti a recuperare parte della produzione d’epoca (siano sempre ringraziati i collezionisti di 78 giri e vinili vari e il loro cocciuto quanto infantile entusiasmo).

Il primo disco contiene quelli che vengono definiti, con formula che fa drizzare i peli della schiena, remix for today. Fortunatamente non si tratta di appoggiare le voci altissime di queste chanteuses orientali sul classico ritmo ossessivo da discoteca, piuttosto Widgery tenta una operazione ESTREMAMENTE simile a quella fatta qualche anno fa da Moby. Costui prese alcuni frammenti vocali di musicisti che oggi si definirebbero di pre-war folk (registrazioni storiche di cantanti di blues e dintorni) e ci costruì attorno delle canzoni elettro-pop di buona fattura, senza maltrattare troppo gli originali e soprattutto trovando un buon equilibrio tra la creatività propria e l’uso delle melodie originali.
In buona sostanza Moby si limitò a rubare alcune melodie essenziali e ad utilizzarle all’interno di brani suoi. L’operazione, seppur discutibile e in parte blasfema, ebbe un grande successo (specie tra i pubblicitari che cercavano musiche per i loro spot) e buone critiche, ed era naturale producesse degli epigoni.
Qui, purtroppo, mancano sia le capacità musicali di Moby sia la chiarezza del suo progetto, e quelle che ascoltiamo sono solo versioni modernizzate dei brani originali, neanche troppo dissimili, e solo raramente apprezzabili (la battuta bassa di “Plum blossom“, la techno dolce di “The pretender“). Widgery le rende appena appena più moderne (e più banali) aggiungendoci di suo molto poco (e quel poco suona molto di maniera). Tra l’altro tra tutti i campionamenti aggiuntivi che poteva inserire in queste versioni moderne sfrutta ogni occasione possibile per metterci frammenti di brani dei Kraftwerk che, francamente, hanno troppa personalità per passare inosservati e suonano completamente fuori posto.

Per moltissimi versi è più interessante il secondo cd contenente le original recordings. Inutile dirvi che nulla sapevo di questo estremo Oriente canterino di inizio secolo scorso, mi aspettavo quindi qualcosa di molto cinese e invece mi sono sorpreso ad ascoltare brani non molto dissimili da quelli che nella stessa epoca venivano cantati in Europa, Stati Uniti e Sud America.
Evidentemente già allora, grazie alla radio, alla neonata industria del vinile e, ovviamente, a tutto l’enorme fenomeno del colonialismo, il mondo era già molto globalizzato (sicuramente molto più di quanto immaginassi io) e pure in un paese lontanissimo come la Cina si potevano ascoltare canzoni fortemente debitrici alla musica nera e alle sue evoluzioni nord-americane (soprattutto al jazz e al blues come in “Waiting for you” o “The pretender“, ma si può ascoltare anche lo straniante swing exotico-tribale di “Beautiful spring night“, il quasi-country di “Rose rose I love you” o il Broadway-musical di “Shangri-la“). Naturalmente la vocalità acuta di queste artiste (tra quelle che ho apprezzato di più vi cito Bai Kwong, Li Xiang-Ian e Chang Loo) restava giustamente condizionata da secoli di storia musicale cinese, ma se vi capiterà di ascoltare qualcuno di questi brani non potrete non notare la vicinanza tra queste musiche e quelle, ad esempio, del coevo Trio Lescano.

Il disco si ascolta con grande piacere e contiene diversi brani di cristallina bellezza con interpretazioni da brivido. E’ il caso dello pseudo-boleroPlum blossom” dove Li Xiang-Ian si supera in una performance semplicemente perfetta, o del Cotton Club made in China di “All the stars in the sky” e di “Listen up“.

Spiccano anche, qui e la, echi della tradizione melodico-operistica italiana ed europea (il violino strappacuore di “You in my dream“, le nacchere spagnoleggianti di “Intoxicating lip rouge“), e imbarazzanti somiglianze con famosissimi brani occidentali (“The Blossom Youth” dall’inizio molto simile al classicone “Happy birthday/Tanti auguri a te” o “Without you” una polka non lontana dalla nostrana “Reginella campagnola“)

Era un (sorprendentemente) piccolo mondo già 80 anni fa…


p.s. Scusatemi per i titoli impropriamente in inglese, ma questo passa il convento (solito vizio di noi occidentalocentrici)
p.p.s. Di questa antologia esiste anche un “volume 2” che, per quello che riguarda i remix, è ancora peggio del primo, mentre la qualità dei brani originali è alterna e mediamente inferiore (e secondo me anche contaminata da cose molto più recenti e meno interessanti).

One thought on “SHANGHAI LOUNGE DIVAS, 2004, EMI

  1. […] nei ’50 e ’60 (ne scrissi qui), delle chanteuse cinesi nella Shanghai anni ’30 (ne parlai qui), della musica cubana anni ’50 (riscoperta grazie a Wim Wenders e Ry Cooder, ne parlammo qua […]

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