YUNGCHEN LHAMO in concerto a Roma, 24/03/2008

E’ d’obbligo premettere che ascolto la musica di questa straordinaria cantante tibetana da tempi non sospetti (almeno una decina d’anni) e non mi sono quindi recato ad ascoltarla spinto dalla grande visibilità che in questi ultimi mesi ha avuto il dramma del Tibet (e, peraltro, dopo quasi 50 anni, era anche l’ora che il Tibet avesse un po’ di visibilità…).

Evidentemente le tante polemiche di questi giorni su olimpiadi si – olimpiadi no hanno fatto che si che alle 11 del mattino ci fosse una sorprendente ressa di gente interessata ad ascoltare questa musicista, una folla così numerosa da farmi disperare per essere rimasto tra i tanti esclusi dall’evento. Poi, fortunatamente, mi sono molto rallegrato per la decisione dell’organizzazione e dell’artista di far svolgere due concerti consecutivi in maniera da accontentare più persone possibile (la sala all’interno della deliziosa Casa del cinema, ennesimo miracolo veltroniano, può ospitare, ad occhio, circa 300 persone).
Era la prima volta che avevo l’occasione di vedere la Lhamo dal vivo e devo dire che se su disco le sue qualità colpiscono, dal vivo ti lasciano letteralmente interdetto. Si è presentata tutta vestita di bianco con i lunghissimi capelli a incorniciarle il corpo fino alle ginocchia (data l’altezza non ci vuole poi molto… ma è comunque una lunghezza notevole) ed un foulard con i colori della sua bandiera appoggiato sulle spalle.
Per tutta la prima parte ha cantato da sola, senza nessunissimo tipo di accompagnamento, le sue canzoni (chiamiamole così… in realtà sono linee melodiche estremamente dilatate sulle quali lei si arrampica con sapienza sopraffina, salendo lentamente e lentamente discendendo, c’è molto poco della nostra classica struttura con strofa e ritornello…) mentre nella seconda parte si è fatta accompagnare da un musicista tedesco (Budi Siebert) che, in buona sostanza, si è limitato a qualche percussione o a minime sonorità, generalmente acustiche, da contrapporre alla nuda voce della Lhamo.
Quello che più mi ha stupito è stato vedere, da un lato, l’estrema attenzione e concentrazione della cantante attentissima a padroneggiare con perfezione le sue corde vocali modulando i suoni con precisione chirurgica e, spesso, tenendo (anche molto) a lungo la stessa nota con perizia assoluta. Dall’altro lato c’e stata una analoga estrema attenzione verso l’aspetto “estetico” della performance: ha sempre accompagnato l’esibizione sforzandosi di mascherare lo sforzo fisico, mantenendo una mimica corporale e facciale adeguata a trasmettere il senso di ciò che veniva cantato senza cedere minimamente alla tentazione di concentrarsi esclusivamente sul cantare col rischio di rovinare il tutto con qualche smorfia inopportuna o con qualche respiro troppo profondo.
Un atteggiamento molto orientale che sembra dare pari valore sia a ciò che si canta sia al come lo si mostra e nel quale l’enorme capacità vocale di questa cantante fa il paio con l’eleganza di una messa in scena nella quale non smette mai di dispensare sorrisi, dolci occhiate e di muovere con delicatezza braccia e mani.
Durante la performance ha anche provato a coinvolgere il pubblico nei suoi canti con risultati non troppo brillanti (a dispetto della folla presente, non ho idea di quanti si siano pentiti di aver sacrificato la mattina della Pasquetta per ascoltare questa musica, a giudicare dalle facce che ho visto direi che più di qualcuno, per quanto solidale con il Tibet, avrebbe preferito ascoltare tutt’altro). A fine concerto, con grande disponibilità, si è trattenuta nei dintorni della sala per chi avesse desiderio di incontrarla più da vicino fosse anche solo per un autografo.

Celestiale (Tibet).


http://www.yungchenlhamo.com
http://www.yungchenlhamo.org/

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