FINISTERRE “In limine”, 1996, Mellow records

Incominciamo col dire che non sono un grande esperto di rock progressivo. Sono però da sempre innamorato di questo genere/non-genere sviluppatosi nella prima metà degli anni ’70 e ho una attrazione insana per la scena italiana dell’epoca (anni in cui i nostri rocker erano stimati e apprezzati anche molto oltre i confini dell’italica patria).

A casa mia quindi potete trovare parecchi cd di questi gruppi:
da quelli famosissimi (Area, Banco, PFM, Orme, New Trolls…),
a quelli poco conosciuti dalla massa ma molto stimati dalla critica (Balletto di bronzo, Museo Rosenbach, Biglietto per l’inferno, Metamorfosi…),
a quelli decisamente minori ma comunque sfiziosi (Capsicum red, Alluminogeni, Seconda genesi…).

Proprio a causa di questo amore mi capita abbastanza spesso di provare ad ascoltare qualche disco di gruppi nostrani di neo-progressive (la scena che a partire dalla fine degli anni ’80 ha cercato di dare nuova linfa al genere) sempre con la segreta speranza di rinverdire i fasti di questa (per me) epoca d’oro, ma, viceversa, rimanendone regolarmente deluso.
Anche nel caso di questo disco la reazione è stata la solita.

I Finisterre sono uno dei gruppi più stimati di questa scena, il loro leader Fabio Zuffanti è persona di grandi capacità e grande passione e “In limine” è un disco ben suonato, con musiche di buono spessore e fantasia, pieno di buone idee.
Però all’ascolto (al mio ascolto) l’impressione principale è quello di un compito diligentemente svolto: pulito, perfettino, carino. Ma con la spiacevole caratteristica, vicina a certo cinema italiano pseudo-autoriale degli ultimi 20 anni, di scivolare via senza lasciare troppi ricordi e troppe emozioni.

La mia teoria (approssimativa, grossolana e probabilmente anche un po’ campata per aria) è che ci sia una profonda differenza nel modus operandi dei gruppi di allora rispetto a quelli di oggi a determinare, quasi inevitabilmente, la differente qualità dei risultati.

Negli anni ’70 i musicisti erano si consapevoli di far parte di una determinata scena (in quegli anni si usava parlare di pop italiano), ma questa scena non era ben definita, non era stata ne codificata ne analizzata in profondità, era un magma ribollente pieno di tutto e del suo contrario. Questo faceva si che i musicisti fossero (psicologicamente) liberi di fare un po’ tutto quello che gli passava per la testa con risultati a volte ridicoli, altre volte sorprendenti. Non agivano in ossequio a una qualsivoglia “regola” che li facesse apparire come interni ad una scena, semplicemente vivevano il loro tempo cercando di seguire qualche gruppo, magari straniero, ma senza una chiara coscienza di dove stavano andando a parare.

Ai giorni nostri invece chiunque si voglia confrontare con questo genere musicale dopo essersi pasciuto di lunghi ascolti di tutti i gruppi storici (italiani e non) non può evitare (anche senza rendersene conto) di muoversi all’interno di stili ormai ben codificati e conosciuti e tenderà a mettere le briglie alla propria creatività ricercando quel certo suono, quelle certe strutture musicali, quel certo modo di sviluppare i temi che fanno si che all’ascolto si possa affermare che quel brano appartiene al mondo del progressive. Tutto questo, si badi bene, più a livello inconscio che altro.

Alla resa dei conti (e degli ascolti) quello che rende superiori i vecchi gruppi ai nuovi mi sembra essere una libertà (mentale) di azione, una sana follia, una imprevedibilità che, in un genere complesso come questo, può davvero fare la differenza. E’, un po’ paradossalmente, come se avere chiara coscienza di come vada fatto un brano perché sia progressivo si trasformi nella perfetta ricetta per fallire il risultato che ci si propone. Una sorta di “comma 22” del rock che potrebbe spiegare come mai siano stati così pochi i dischi post-anni ’70 ad apparirmi genuinamente e gustosamente progressive.

Ma, ripeto, è un genere che conosco poco e che considero un peccato di gioventù dal quale ancora mi lascio affascinare moltissimo, consapevole dei limiti di molti di questi gruppi.
Lascio ai più esperti (e agli appassionati più agguerriti) esprimere opinioni meglio fondate di questa.

Mi piace chiudere chiudere questo post con quella che molti troveranno una bestemmia:
dagli anni ’90 in poi la cosa più progressiva che mi è capitato di ascoltare è stata una piccola suite in 4 parti, uscita solo su cd singolo, intitolata “The box” e accreditata al duo electronico inglese degli Orbital. Ecco… li ho ritrovato, traslato in tutt’altre forme, lo spirito progressive che tanto ho amato negli anni ’70.

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8 thoughts on “FINISTERRE “In limine”, 1996, Mellow records

  1. Ochetta ha detto:

    Un bacio

  2. abulqasim ha detto:

    ????
    ai Finisterre tutti ?
    a Zuffanti solo ?
    alla memoria dell’italico progressive ?

    mmmmmmmmmmmm

    🙂

    S.

  3. Ochetta ha detto:

    Ma ovvio, all’italico progressive!
    😛

  4. Ochetta ha detto:

    Aggiorna ti prego.
    Potrei star male per mesi.

  5. abulqasim ha detto:

    eh eh eh eh !!!!
    mi sa che ti devi leggere le cose vecchie…
    se faccio 2 post al mese è festa grande :-)))
    sto preparando un paio di cose, ma prima di pubblicarle le faccio sempre decantare un pochettino, così perdono acidità e rafforzano il sapore.
    Abbi fede !

    S.

  6. Ochetta ha detto:

    Dimmi che i post li tieni al fresco in cantina…
    😛

  7. anonimo ha detto:

    “a Zuffanti solo ? ”

    Fabio e’ un bel ragazzo ma,io preferisco i pinguini!
    😛

  8. […] (credo) apparentemente in contrasto con ciò che affermavo in un mio post di qualche tempo fa (per rileggerlo cliccate qui) che, a partire da un disco dei Finisterre, sviluppava alcune considerazioni sul cosiddetto […]

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