FRANCO BATTIATO “L’era del cinghiale bianco”, 1979, EMI

Generalmente questo lavoro viene considerato il disco della svolta pop di Battiato e il primo di una serie che presto lo porterà ai vertici delle classifiche. Nelle analisi più comuni non viene sostanzialmente differenziato dai dischi che lo seguiranno mentre, è la mia opinione, questo gioiello è un disco assolutamente unico all’interno della lunga carriera di Battiato e si definisce innanzitutto proprio come classico disco di transizione: sostanzialmente diverso dalle cose che lo hanno preceduto (rispetto alle quali si cambia decisamente rotta), così come da quelle che lo seguiranno (nelle quali il progetto verrà messo a fuoco in maniera molto più precisa). Un disco, pertanto, assolutamente sui generis e che, forse oltre le intenzioni dell’autore, si rivela un episodio assolutamente speciale all’interno del panorama nazionale e non solo.

Se le differenze rispetto ai dischi precedenti di Battiato appaiono evidenti (i dischi del cosiddetto “periodo Ricordi” erano lavori di ricerca, nessuna canzone, nessuna concessione verso la fruizione più leggera), proviamo a sottolineare anche le sostanziali differenze con i dischi che seguiranno.

Musicalmente è un lavoro lontanissimo da “Patriots” come dai dischi che gli daranno fama internazionale (“La voce del padrone“, “L’arca di Noè“…). Innanzitutto l’elettronica è confinata a presenza marginale (le tastiere qui e la creano un tappeto armonico, ma niente di più, anzi più che di tastiere dovremmo parlare di organo e harmonium, le tastiere classiche per definizione). Niente batteria elettronica e neppure troviamo quelle sonorità pop-elettroniche tipicamente anni ’80 che invece domineranno i dischi seguenti. Mancano anche quelle stranezze/esotismi tecnologici ai quali Battiato ci aveva abituati in passato e che riutilizzerà in futuro.
Un disco quindi fondamentalmente unplugged molto vicino ai lavori (relativamente) “leggeri” che Battiato produsse e arrangiò alla fine degli anni ’70 (Giorgio Gaber, Alfredo Cohen, Astra…) e a proposito del quale più che di arrangiamenti si dovrebbe parlare di orchestrazioni.
A suonare (a differenza di come farà in seguito) non sono dei fidati collaboratori: Battiato chiama dei turnisti d’eccezione e dalla forte personalità (Tullio De Piscopo, Alberto Radius, Julius Farmer…) alcuni dei quali non saranno mai più riutilizzati dal nostro (forse proprio per una decisa distanza estetico-musicale con essi) ma che, proprio per questo, doneranno a questo disco un profumo bizzarro e straniante rispetto ai prodotti del Battiato più tipico e riconoscibile.
Dal punto di vista compositivo queste canzoni hanno una complessità (e spesso una lunghezza) che, già a partire dal disco seguente, Battiato asciugherà fortemente spostandosi verso linguaggi più minimali, scarni ed essenziali (e più diretti). Vi sono brani nei quali lo spazio lasciato ai solisti è davvero notevole (“Il re del mondo“, “Strade dell’est“, “Magic shop“, “Pasqua etiope“), cosa che in seguito quasi non accadrà più, fino ad arrivare a “Luna indiana” pezzo (quasi) completamente strumentale senza possibilità di paragone con nessuno dei suoi altri brani degli anni ’80 (almeno quelli incisi a proprio nome) con il suo guardare alla tradizione pianistica ottocentesca europea ma da un punto di vista strettamente contemporaneo.
Discorso simile per quello che riguarda i testi: seppure inizia ad essere presente il suo personalissimo cut-up quasi-burroughsiano qui non ci sono ancora i voli pindarici che troveremo in seguito (vedi “Frammenti“, “Passaggi a livello” e poi “Cuccurucu” e altre mille canzoni), viceversa ogni canzone rimane piuttosto aderente al tema trattato (dal viaggio attraverso l’Oriente di “Strade dell’est“, alle riflessioni guenoniane de “Il re del mondo“, fino al cinico, ma efficacissimo, spaccato contemporaneo di “Magic shop” passando per i ricordi siciliani e le pene d’amore di “Stranizza d’amuri“). In questo LP la apparente libertà del testo viene comunque messa al servizio di un messaggio o di un discorso portato avanti da Battiato che all’epoca, forse molto più di oggi, riteneva di “dover dire delle cose”.

Analogamente si può ragionare per quello che riguarda i punti di contatto con i lavori più limitrofi. Se appaiono scontati quelli con i dischi che seguiranno (l’uso della forma canzone, l’interesse per l’esoterismo e la spiritualità, il desiderio di divulgazione o, perlomeno, di stimolare la curiosità degli ascoltatori, la presenza validissima di Giusto Pio) ve ne sono alcuni anche con i lavori del suo periodo più sperimentale.
Innanzitutto va sottolineato come molte di queste canzoni siano comunque figlie degli anni precedenti il 1979 e siano delle sorta di “riduzioni pop” di composizioni che inizialmente avevano, diciamo, maggiori ambizioni compositive (“Il re del mondo“, ad esempio, che comunque spicca anche qui per i suoi lunghi interludi strumentali). Va poi ricordato che di questo disco Battiato fece una prima stesura/incisione (poi sostituita per scelta, credo, dello stesso Battiato con quella che tutti conosciamo) che suonava meno pop e più aristocratica negli arrangiamenti e sicuramente più vicina alla sensibilità sviluppata da lui nella seconda metà degli anni ’70.
Appare poi evidente nelle interpretazioni vocali di Battiato l’influenza delle esperienze e degli studi fatti da lui stesso negli anni immediatamente precedenti per tutto quello che riguarda l’impiego della voce (anche su questo, già a partire da “Patriots“, l’autore propenderà per una vocalità più neutra e inespressiva, sostanzialmente priva di ornamenti e orpelli). Un esempio su tutti la sua eccellente performance in “Luna indiana“, ai limiti del raga, con una capacità di modulare le note ben lontana dalla normale sensibilità dei cantanti di musica leggera (ma non vanno dimenticati anche gli strepitosi cori in “Il re del mondo” o le raffinatezze in latino di “Pasqua etiope“).
In generale gli arrangiamenti hanno una tale ricchezza nelle linee melodiche che si contrappuntano vertiginosamente e una tale originalità nella scelta dei suoni che rimane davvero difficile paragonarli alle canzoni degli anni seguenti (in qualche modo decisamente più ortodosse).

Quindi, concludendo, un disco che per la sua assoluta unicità e specificità è da avvicinare più che ai dischi che lo seguiranno a quei (capo)lavori del Battiato pop che spiccano per non aver mai avuto un vero e proprio seguito (o precedente) stilistico (penso a “Come un cammello in una grondaia” o a “L’ombrello e la macchina da cucire“).

In ogni caso 7 canzoni eccellenti per un disco il cui unico difetto è la brevità (trentuno-minuti-trentuno !).

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2 thoughts on “FRANCO BATTIATO “L’era del cinghiale bianco”, 1979, EMI

  1. Ochetta ha detto:

    Per me Battiato è Dio.
    Ogni suo album, collaborazione o testo è un miracolo geniale.
    Un capolavoro e sono contenta che questo post in parte riassuma il lavoro di un grande.
    Di un mito.

  2. abulqasim ha detto:

    Allora sarai contenta perchè qui di Battiato si parla (e si parlerà) assai spesso 🙂

    salutones

    S.

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