INTI-ILLIMANI “Amar de nuevo”, 1999, EMI Odeon Chilena

Questo disco andrebbe fatto ascoltare forzatamente a Lucio Dalla, Roberto Vecchioni e, soprattutto, a tutti quei giornalisti, pseudocommentatori, tuttologi et similia che ormai da 30 anni tengono inchiodati gli Inti-Illimani ad un passato che (ammesso pure che sia esistito) è scomparso da un’infinità di tempo.
Nelle brevi note del disco gli Inti scrivono che questo disco è un omaggio alla “musica criolla latinoamericana” e al suo enorme patrimonio cruciale per l’identità culturale del loro continente.
E non ci sarebbe da aggiungere altro.
Ma io sono logorroico e qualcosa voglio sottolineare.

A dispetto di tutti coloro che pensano/lasciano credere che questo gruppo sia la banale somma della musica tradizionale andina con la canzone politica va ricordato che, praticamente fin dagli esordi, hanno guardato a tutta la tradizione popolare (antica e moderna) dell’intero continente. Un esempio eclatante è uno dei loro primissimi lavori (1969) dedicato alla rivoluzione messicana tutto costruito su brani tradizionali di quel paese.
Ma è durante il periodo dell’esilio che, lentamente ma inesorabilmente, iniziano a scrivere e suonare brani che nulla hanno a che spartire con la tradizione andina e che guardano molto oltre, in particolare sempre all’America Latina ma non mancano riferimenti alle tradizioni europee. Esempi del primo tipo sono stati “Samba landò” (1979) o “Un son para Portinari” (1981), del secondo “Danza” (1981) o “Danza di Cala Luna” (1985). In un processo di apprendimento senza fine, disco dopo disco, tour dopo tour, il vocabolario del gruppo si è allargato sempre più fino a comprendere un po’ tutta la storia musicale centro e sud-americana.
Inevitabile a un certo punto fare un intero disco dedicato ad alcuni di questi mondi mostrando sia la straordinaria capacità compositiva ed esecutiva (definirli eclettici è decisamente riduttivo) sia una maturità (oserei dire) ideologica di una modernità stupefacente (e molto più avanti di quella dei loro detrattori, ancora congelati, di fatto, negli anni ’70).

Amar de nuevo” è il capolavoro summa di tutte queste esperienze. Un disco che in Italia è circolato pochissimo (e solo grazie alla testardaggine dell’agenzia Pindaro che ha provato a portarlo nei negozi) sempre per il consueto ostracismo delle case discografiche verso quei prodotti che scartano di lato e rischiano di cadere.
Contiene 11 brani che attraversano in lungo e in largo l’America Latina, regalandoci alcune canzoni eccellenti e tra le più belle di sempre (la cumbia irrefrenabile di “La fiesta eres tu“, il bolero languido di “Esta eterna costumbre” e quello amaro de “La indiferencia” con gli archi a consolarci dolcemente per le inevitabili pene d’amore, “Antes de amar de nuevo” dai cori impeccabili, il ritorno in Messico dell’intenso “Corrido de la soberbia“, il landò di “Negra presuntuosa“, il valzer allegro di “El faro“, la cueca “La negrita” dal vibrante violino).
Per l’occasione hanno anche utilizzato in studio strumenti (relativamente) inusuali per loro a partire da un’ampia sezione di archi (anche se, a onor del vero, esiste un disco degli Inti costruito integralmente con l’ausilio di un’intera orchestra) passando per la tromba di Cristian Muñoz arrivando al clarinetto di Efren Viera e ai sax e ai flauti traversi di Pedro Villagra (che purtroppo dopo questo disco lascerà il gruppo).
Gran parte dei testi sono realizzati da quel gigante della cultura cilena (e non solo) che è Patricio Manns per un disco che, comunque lo si guardi, rifulge di bellezza genuina e i cui peccati sono veniali (in particolare le voci non sempre intense ed espressive al punto giusto, si avverte la mancanza di Josè Seves).

E’ solo per l’ansia modaiola che percorre anche la cosiddetta world music che tutti i critici si inchinano (doverosamente) a Ibrahim Ferrer nel momento in cui (2007) dedica il suo ultimo disco al suo amato bolero e gli stessi ignorano bellamente questo lavoro uscito parecchi anni prima e che si muove (benissimo e con grande classe) su coordinate analoghe.
Entrambi atti di amore per generi musicali che nella gran confusione sessantottina erano stati messi da parte accusati di essere troppo commerciali e che ora (seppur tardivamente, come scrivono gli stessi Inti) si sente l’urgenza di far tornare al posto che gli spetta.

Credetemi se vi dico che senza questi ritmi la vita è più triste.

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...