LOREENA MCKENNITT “An ancient muse”, 2006, Quinlan road

Negli ultimi anni avevo messo un po’ da parte questa autrice e musicista canadese dalle radici (non solo musicali) ben piantate nei territori anglo-celtici. Ero rimasto relativamente deluso dal suo “The book of secrets” (1997) e solo recentemente mi è tornata un po’ di sana curiosità verso i suoi lavori. Sono così inciampato in questo “An ancient muse” (da Mel Bookstore a Roma, in via Nazionale, a meno di 9 euri) che ripropone in toto i pregi e i difetti del suo predecessore. Ma 10 anni non passano invano e, come spesso capita, mi sono ritrovato a non più condividere il concetto di difetto che io stesso avevo espresso a suo tempo.
Provo a spiegarmi meglio.

La McKennitt è musicista sopraffina, di lei amo molto lo stile con il quale ha riarrangiato vecchi brani della tradizione inglese e irlandese. Amo lo stile delle sue composizioni che, pur muovendosi nel solco delle tradizioni da lei amate, sviluppano e portano avanti un discorso che scorre da secoli. Amo il suo circondarsi di strumenti tradizionali appartenenti alle sue culture di riferimento mischiati senza problemi, e con rara intelligenza musicale, con strumenti di culture altre che portano i profumi di terre lontane e meno lontane. Amo la ricchezza dei suoi arrangiamenti, la sua squisita musicalità che spazia oltre le frontiere ed oltre il tempo. Amo lo spessore dei musicisti ai quali si accompagna, anch’essi provenienti da luoghi distanti e meno distanti, che spesso colpiscono per capacità tecniche e senso della musica.
Cosa non mi andava bene nei suoi lavori ? Preda dell’ansia nuovista tipica di noi occidentali faticavo ad accettare il fatto che la McKennitt, bene o male, si muovesse sempre sulle stesse coordinate musicali e non innovasse abbastanza le sue composizioni.
Non ho bene idea di cosa pretendessi da lei, ma resta il fatto che ascoltando un suo disco più che badare alle sue qualità intrinseche mi perdevo ad analizzare le differenze con i lavori precedenti e non trovandone abbastanza finivo per ridurre il mio giudizio (e soprattutto la mia percezione della sua musica) ad un superficiale “è sempre la solita minestra”.
Ascoltando oggi invece questo lavoro mi si sono (finalmente) riaperti i padiglioni auricolari e invece di badare al tasso di innovazione mi sono goduto queste lunghe 9 composizioni alcune delle quali (pur muovendosi, come è giusto che sia, nel solco tracciato in questo ultimo quarto di secolo dalla McKennitt) sono pregevolissime e autentica goduria per orecchie pure.
Sia chiaro: in ogni suo disco si coglie chiaramente il tentativo di crescere, di ampliare i propri orizzonti, di portare avanti il proprio progetto (qui, ad esempio, si circonda, tra gli altri, di alcuni musicisti greci che donano alla sua musica sapori inediti) cercando di non ripetersi. Quello che bisogna assolutamente imparare a non confondere è la specifica cifra artistica di un autore con il banale ripetere sempre le stesse cose.
Libretto ricco, confezione elegante, tra i vari brani mi piace segnalarvi “The gates of Istanbul” speziatissima di umori mediorientali dove la lyra, gli oud, il bouzouki greco e quello celtico si rincorrono in una lenta danza infinita, “Caravanserai” e “Penelope’s song” classicissime e morbide ballate tipicamente mckennittiane, “Kecharitomene” dove le tantissime percussioni si confrontano con gli hurdy gurdy e gli strumenti a corda in una sarabanda dal maestoso crescendo, la seducente e sinuosa “Beneath a phrygian sky” con le uillean pipes mirabilmente unite alla chitarra elettrica sotto un cielo disegnato da una sezione d’archi incantatori. Nota speciale per la conclusiva “Never-ending road (Amhran duit)” in cui le uillean pipes riescono ad essere incredibilmente evocative e toccano davvero il cuore (e non solo quello).

Questo è un gran bel disco.
Tutto il resto è (para)noia.

www.quinlanroad.com

p.s. Spero che il Mullah Nasrudin non se la prenda a male per questo post 🙂

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