The life and times of Angelo Branduardi (o del cantautorato in Italia negli anni 70)

-) antefatto

Lo scorso 26 marzo ero presente in Campidoglio alla conferenza stampa di presentazione del nuovo lavoro di Angelo Branduardi, intitolato “Senza spina“, e di alcuni suoi progetti futuri che lo riguardano promossi dal comune di Roma. Tra i vari presenti c’era anche un signore (del quale purtroppo non ho afferrato il nome) a rappresentare l’assessore alla cultura del comune di Roma (che non aveva potuto essere presente). Nel suo intervento questo signore ha sinteticamente riepilogato la carriera di Branduardi sottolineando il suo essere riuscito, negli anni ’70, a raggiungere il successo e l’apprezzamento della critica NONOSTANTE nei suoi lavori non si toccassero temi politici. Ha poi insistito sul fatto che in quegli anni se non si era impegnati non si aveva visibilità e ha poi concluso mostrando apprezzamento per l’essere controcorrente di Branduardi in quegli anni così controversi e difficili e ironizzando su come, a partire dagli anni ’80, i cantautori politic(izzat)i abbiano cambiato registro scoprendosi intimisti e, in qualche modo, dando ragione alle scelte branduardiane.

-) premessa

Questo intervento, di per se insignificante, si inserisce però in un contesto molto ampio nel quale l’attuale pensiero dominante (che per comodità potremmo definire “di destra“) sta cercando di riscrivere interi pezzi di storia italiana. In particolare uno dei (tanti) leitmotiv è proprio quello secondo il quale negli anni ’70 fosse obbligatorio, in ambito musicale, essere impegnati (ovvero toccare all’interno della propria opera temi sociali, meglio se da un punto di vista “di sinistra“) e, secondo questa vulgata, chi non avesse aderito a questi standard sarebbe stato più o meno emarginato e/o boicottato (spesso, non so perché, come vittime di questo ostracismo vengono citati il compianto Bruno Lauzi e Franco Califano…). L’intervento di cui sopra si è mosso quindi esattamente nel solco di quella che ormai si può tranquillamente definire “retorica di destra“. Venendo al dunque, e pur non volendo generalizzare più di tanto, cercherò di dimostrare come questa idea non sia corretta (in generale) e (in particolare) nel caso di Branduardi sia da considerarsi estremamente infedele ai fatti.

-) tipologie

E’ tipico del pensiero di destra semplificare ed evitare i rischi e le fatiche della complessità. Anch’io, dato il mezzo di cui dispongo, cercherò di essere sintetico ed eviterò analisi particolarmente approfondite e complesse ma, inevitabilmente, dovrò essere meno semplicistico di questi signori che con tanta facilità parlano di cose che (spesso) non conoscono. E poiché la questione, secondo le parole dello sconosciuto relatore, riguarderebbe soprattutto i cantautori iniziamo provando a distinguere diverse tipologie cantautorali.
Negli anni ’70, molto grossolanamente, possiamo distinguere tre diversi tipi di cantautori.

(a) i cantautori commerciali

Intendiamo per cantautori commerciali quegli artisti che facevano musiche e testi non particolarmente creativi e senza particolari velleità innovative. Appartengono a questa categoria figure quali Claudio Baglioni e Riccardo Cocciante ma anche artisti apparentemente originali come Renato Zero.
Analizzando la loro carriera è facile smontare l’assunto secondo il quale “chi non era impegnato non aveva visibilità“. Questi signori hanno visto le loro carriere sbocciare proprio negli anni ’70, hanno avuto tutti un grandissimo successo, di pubblico e di vendite, e assoluta visibilità negli ambiti a loro appropriati (televisione, radio), hanno fatto i loro concerti e tutto quello che hanno voluto.
Sicuramente non erano particolarmente amati dalla critica (forse, più esattamente, dalla parte ritenuta più autorevole della critica), ma questa non mi sembra proprio essere una cosa particolarmente grave (anche perché la critica ha tutto il diritto, anche sbagliando, di avere le sue preferenze). Di fatto questi, ed altri, cantautori hanno avuto un successo strepitoso pur cantando (soprattutto) canzoni d’amore e pur essendo musicalmente abbastanza banali ed è semplicemente ridicolo disegnare un mondo nel quale fosse peccato mortale NON parlare di politica.

(b) i cantautori impegnati

Intendiamo per cantautori impegnati coloro che nelle loro canzoni hanno (più o meno spesso) trattato di temi sociali, politici o storici. Appartengono a questa categoria figure come Francesco Guccini, Francesco De Gregori o Antonello Venditti.
Non si può negare che un certo tipo di testi abbia dato a costoro una visibilità (in certi ambienti) tale da favorirne la carriera. E non si può negare che una certa critica, allora molto autorevole, abbia sopravvalutato alcuni di loro (in particolare Venditti). Va però ricordato che, rispetto ai cantautori commerciali quelli impegnati avevano minore visibilità sui principali mass-media e, a conti fatti, non si può affermare che abbiano venduto significativamente più degli altri mentre è probabile che abbiano avuto più facilmente inviti a suonare in determinare situazioni (peraltro con cachet spesso risibili). C’era sicuramente sintonia tra il loro tipo di musica e UNA CERTA PARTE della popolazione italiana di quegli anni (che mal sopportava i cantautori “di tipo a“), ma mi sembra di poter dire che in tutto questo non ci sia stato nulla di male ne nulla di speciale. Anche oggi ci sono artisti coccolati dalla critica che si ritagliano il loro spazio lontano dalla grancassa dei mass-media e che vengono considerati (dai critici) a torto o a ragione migliori di coloro che dominano le classifiche (pensate agli Afterhours o a Sergio Cammariere). Dov’è tutta questa differenza con gli anni ’70 ?

(c) i cantautori sperimentali

Intendiamo per cantautori sperimentali coloro che nel fare canzoni hanno privilegiato gli aspetti strettamente musicali e di ricerca su quelli testuali (non che questi ultimi fossero privi di qualità, anzi…). Appartengono a questa categoria figure tra loro estremamente diverse come Angelo Branduardi, Claudio Rocchi, Franco Battiato (mi riferisco al Battiato della Bla…Bla…), tutti musicisti che, non a caso, hanno anche inciso dischi strumentali, o in gran parte strumentali. Gli anni ’70 sono stati (e questo elemento manca completamente nell’analisi della destra) anni in cui c’è stata una straordinaria spinta a ricercare ed esplorare ben oltre i confini che sembravano circoscrivere la musica (cosiddetta) pop. In quegli anni la parte più autorevole della critica e le frange più evolute del pubblico italiano (numericamente molto significative) hanno sistematicamente apprezzato figure (italiane o straniere) che provavano a mischiare la canzone così-come-la-si-conosceva con generi apparentemente distanti (folk, jazz, classica, contemporanea…). Questi ricercatori (più spesso sotto forma di gruppo, più raramente come solisti) venivano apprezzati non tanto per i testi (che pure non parlavano praticamente MAI di temi sociali) quanto per la qualità e originalità della loro musica.

-) controcorrente


Se è chiaro ciò che ho scritto sopra emergerà chiaramente come Branduardi non fosse assolutamente un musicista controcorrente ma, al contrario, pienamente e tipicamente inserito nel suo tempo. Chi trova che i suoi testi favolistici o poetici fossero anomali dimentica come in Europa (e particolarmente in Italia) fossero adorati gruppi come i Genesis o i Gentle Giant che nei loro brani certo non parlavano di operai o rivoluzione, ci si dimentica di quanto seguito avessero gli esponenti principali del folk-revival anglo-francese (da Alan Stivell ai Pentangle) che modernizzavano antiche ballate dai testi non certo marxisti, ci si dimentica della straordinaria e aliena stagione dei corrieri cosmici tedeschi (dai Kraftwerk ai Popol Vuh), ci si dimentica del successo e del diffuso apprezzamento di dischi di gruppi nostrani quali “Felona e Sorona” delle Orme o “Banco del mutuo soccorso” del gruppo omonimo, per non parlare dei tanti che facevano musica esclusivamente strumentale ma di altissimo valore come il jazz-rock del Perigeo o il progressive keyboard-oriented dei Trip (e l’elenco potrebbe continuare a lungo tanto è sterminato).
Esisteva quindi un ampio settore di musicisti che preferivano testi in cui le questioni politico-sociali erano l’eccezione e non la regola, che privilegiavano una ricerca, anche poetica, che andasse ben oltre le questioni di cuore-amore, che si sentivano, in sostanza, liberi di parlare di qualunque cosa e, soprattutto, di suonare qualunque genere purchè ci fosse un briciolo di innovazione in quello che veniva fatto.
E tutti costoro erano amatissimi dal pubblico più aperto, compresa la parte politicamente più estrema della gioventù italiana.

-) emarginati

Altra favola cosmica che la destra cerca di millantare a chi non c’era e a chi non ricorda.
Rimaniamo su Branduardi. Uno come lui, così poco o nulla politicizzato, veniva tanto emarginato che non solo in quegli anni collaborò con Roberto Vecchioni (cantautore impegnato) o con il Banco del mutuo soccorso, ma, molto significativamente, quando si decise di fare un grande concerto in aiuto di Demetrio Stratos (poi, a causa della sua morte prematura, trasformatosi in un concerto in ricordo della sua straordinaria personalità) venne regolarmente invitato ed eseguì “Il funerale” senza nessunissimo problema. Demetrio Stratos e gli Area erano enormemente compromessi con il movimento extra-parlamentare di quegli anni eppure non solo invitarono Branduardi (segno evidente di comunanza artistica, altro che emarginazione) ma il pubblico non reagì malamente (come sarebbe probabilmente successo con, ad esempio, un Baglioni) segno di evidente sintonia ANCHE con quella parte di pubblico.
E allora: di quale emarginazione stiamo parlando ?

-) intimisti

L’ultima chicca offerta dall’ignoto relatore è stata relativa agli anni ’80, anni nei quali gli (ormai ex) cantautori impegnati avrebbero scoperto l’importanza di testi più intimisti e meno politicizzati. E qui siamo alla malafede pura perché chi conosce appena appena le discografie di gente come Guccini o De Gregori sa benissimo che se negli anni caldi scrissero canzoni quali “Incontro“, “Canzone quasi d’amore“, “Buonanotte fiorellino“, “Il ragazzo“, dove la politica era assente e le questioni interpersonali erano al centro della loro attenzione, molti anni dopo, quando non c’erano più le barricate e gli scontri di piazza, continueranno a scrivere brani dove si parlava di Silvia Baraldini, piazza Alimonda o ci si interrogava polemicamente sull’Italia berlusconiana (“Adelante! Adelante!“, “Bambini venite parvulos“…).
La retorica di destra dimentica la complessità delle produzioni artistiche (che al loro interno contengono forme musicali e testuali diverse) e cerca di costringere in comode (e false) categorizzazioni carriere che, pur essendo caratterizzate da assoluta coerenza, non per questo risultano monolitiche.

-) conclusioni

Negli anni ’70 c’è stato spazio per tutti, ognuno nei propri ambiti. Se la RAI non trasmetteva “Dio è morto” era parallelamente impensabile che Baglioni cantasse al Parco Lambro. Da qui però a vaneggiare di boicottaggi, emarginazioni e quant’altro ce ne vuole. Il problema (per la destra) è riuscire ad ammettere a se stessa non solo che gli artisti a lei vicini hanno prodotto (qualitativamente) ben poco, ma soprattutto che è stata SEMPRE in ritardo nel cogliere e lasciarsi affascinare da ciò che di innovativo e avanguardistico veniva e viene suonato nei palcoscenici del Bel Paese. Forse è ora che invece di riscrivere la storia in modo falso inizino a comprendere meglio il presente artistico (quello sociale l’hanno già compreso benissimo).

Chiudo ritornando a Branduardi: ribadito che trattasi di artista di razza, dalle specificità molto forti e dalla personalità incisiva credo di aver dimostrato con evidenza come in quegli anni non sia stato un alieno, non sia andato controcorrente, non sia stato emarginato ma, al contrario, sia stato perfettamente figlio del suo tempo, in sintonia e in contatto con i suoi colleghi, stimato e apprezzato dalle menti migliori della mia generazione così come dalla critica di mentalità più aperta.
E non dimentichiamo che “Alla fiera dell’est” riporta chiaramente in copertina la scritta “Premio della critica discografica italiana 1977“.

C’è bisogno di aggiungere altro ?

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6 thoughts on “The life and times of Angelo Branduardi (o del cantautorato in Italia negli anni 70)

  1. Bvirtual ha detto:

    Ciao Stefano.
    Io non sono d’accordo con la tua pur accuratissima analisi.
    Anche io ho vissuto quel periodo e so quanto abbia davvero contato nella ” formazione” e nel vissuto degli artisti appartenere ad una determinata corrente ” culturale”.

    E’ questo il passaggio fondamentale: la peggiore delle censure è quella che si rivolge al seme formativo delle cose. Ed indubbiamente, per onestà di cose, dobbiamo ammettere che gli anni di piombo non ebbero alcunchè di equilibrato e/o bipartizan o compartecipato.

    Era una lotta madre e sanguinosa, che ancora oggi pretende di vedere una razza politica cosiddetta superiore ed una inferiore e che non ha avuto alcuna pietà delle migliaia di corpi in terra senza più calore.
    Una lotta di pensiero.

    Io ricordo i processi pubblici a De Gregori, le difficoltà enormi di Battisti, i quali in virtù di talenti e personalità fuori dal comune pure riuscivano ad essere sè stessi forse più di quanto succeda oggi con il processo della musica commerciale che è oggi l’appiattimento a cui l’arte è costretta.
    Ma a fronte di costoro, a molti altri non è stato neanche permesso di sopravvivere se non a prezzo del conformismo. Ancora, oggi, 5, 6 anni fa, se non eri di sinistra non suonavi in certi circuiti o con certi musicisti politicizzati al massimo ( es Roy Paci ).

    Per chiarirti meglio il mio pensiero che non ha alcunchè di polemico , ma è solo un altro punto di vista, ti invito a visionare la realtà attuale.
    Berlusconi non ha neanche più la necessità di censurare o conformare . Il suo appiattimento culturale è compiuto, così come era compiuto anche negli anni ’80 quando Battiato veniva tacciato di atteggiamenti destrorsi in canzoni del genere di Radio Varsavia.
    Giornalisti ed artisti ci pensano da soli a conformarsi, per galleggiare o avere la possibilità di esprimersi.

    Da che mondo è mondo il potere è sempre stato conformismo e questo accadeva anche quando l’egemonia culturale (i critici che contavano e la sola cultura possibile erano solo di sinistra, e ciò fu un preciso disegno politico che risale addirittura alle teorie di egemonia culturale di Gramsci, che le realizzò ) aveva la possibilità di indirizzare i gusti del pubblico soprattutto stringendo tra le mani la carta dell’impegno, che negli anni 70 era un dovere culturale.

    Poi a fronte di ciò i talenti sono sempre esistiti, e a quelli, soprattutto se ad indirizzo strettamente idealistico, assolutamente artistico, geniale, nessuno mai poteva opporsi con ragione.
    A questo proposito ricordo che quando uscì Branduardi fu una incoercibile folgorazione per tutti ed un tuffo totale in un mondo fantastico, medievale, sofisticato e allo stesso tempo leggibile da tutti.

    un saluto; velvet

  2. abulqasim ha detto:

    Cara Velvet,
    ho cercato di fare un post che non lasciasse spazio a interpretazioni e filosofie ma si appoggiasse a nudi fatti.
    Se nonostante ciò mi hai scritto quello che mi hai scritto evidentemente certa retorica è penetrata più a fondo di quanto credessi.
    La parola chiave del mio scritto era “complessità”. Una di quelle parole che sono sempre più bandite in una società che è convinta di poter imparare qualunque cosa con un corso di 3 giorni.
    Tu ti riferisci agli anni ’70 utilizzando l’espressione stereotipata di “anni di piombo” (che io, viceversa, non uso mai) e sembri non cogliere come sicuramente quegli anni siano stati ANCHE di piombo (ovvero di terrorismo e terroristi, bombe, morti ammazzati durante manifestazioni o attesi sotto casa da aderenti all’opposta fazione extra-parlamentare), ma siano stati ANCHE anni pieni di tantissime altre cose, di persone che hanno fatto politica in maniera seria, vibrante e produttiva, di gente che se ne è fregata della politica e si è dedicata a tutto e al suo contrario così come di gente che viveva in maniera perfettamente normale.
    Per rimanere in ambito musicale potremmo dire che se gli anni ’70 sono stati CERTAMENTE gli anni degli Area sono stati PARIMENTI anche gli anni dei Cugini di campagna (e lo dico senza ironia).
    L’egemonia culturale della sinistra non ha significato la cancellazione del resto del mondo artistico, la sua messa al bando o il suo passaggio in clandestinità. No.
    Ha significato semplicemente una orgogliosa convinzione di superiorità (peraltro, a posteriori, ancora completamente giustificata) nel saper leggere il meglio del presente.
    Se Gong (o Muzak, o altre riviste dell’epoca) scriveva malissimo di certi artisti e bene di altri faceva qualcosa di sicuramente discutibile ma anche di sicuramente legittimo e, ripeto, rileggendo oggi quelle riflessioni sul mondo musicale di allora bisogna ammettere che avevano pienamente ragione nel ritenere più valide certe musiche (cito a caso: minimalismo, jazz rock, elettronica cosmica, free jazz, Zappa e dintorni, Stockhausen, cantautorame vario) rispetto a quelle da loro maltrattate o, più spesso, ignorate.
    Tu citi Battisti e De Gregori ed è facile smontare le tue affermazioni.
    Non so quali difficoltà enormi (?) abbia avuto Battisti, ma è certo che a partire dagli anni ’60 abbia dominato le classifiche vendendo milioni di copie dei suoi lavori e non mi risulta che negli anni ’70 non trovasse chi gli pubblicasse i suoi dischi o le vendite siano crollate. La critica di sinistra non ne parlava bene ? Forse sbagliava, ma non credo sia obbligatorio o necessario parlar bene di tutti, e di geni incompresi è piena la storia della musica (e, a onor del vero, Battisti non è certo definibile come un incompreso).
    Il caso De Gregori è diverso e per molti versi unico. All’epoca fu molto ambiguo nel suo relazionarsi con le frange estreme del movimento e pagò tutto questo con un processo nel quale i processandi furono decisamente ridicoli e infantili (lo pensai allora, lo penso ora) ma il processato se l’era certamente cercata giocando col fuoco (hai mai notato che nessuno ruppe mai le scatole a Renato Zero che non ha mai politicizzato il suo lavoro neanche per un minuto e nella seconda metà degli anni ’70 riempiva i teatri-tenda di migliaia di sorcini ?).
    Ti lamenti di certi circuiti che ghettizzano chi non è di sinistra e anche qui non capisco dove sia il problema. Sono sempre esistiti e sempre esisteranno circuiti artistico/musicali che fanno le loro scelte e legittimamente escludono chi non ritengono adatto al loro palcoscenico. Forse dovevano invitare Battisti al Parco Lambro o Barry White alle Feste dell’Unità ? Forse dovevano invitare gli Area a SanRemo o De Andrè a Canzonissima ?
    Scusami tanto ma quando scrivi “gli anni di piombo non ebbero alcunchè di equilibrato e/o bipartizan o compartecipato” cosa intendi ? Io ho dimostrato con l’evidenza banale dei fatti che in quegli anni c’è stato spazio per tutti e non vedo come si possa negare ciò se non partendo da una convinzione pregiudiziale (ed ideologica). Torno a domandarmi: se era impossibile non essere impegnati nei ’70 come mi spiegate Baglioni e tutta la musica pop de-ideologizzata che dominava le classifiche ?
    Negli anni ’70 l’impegno non era un dovere, come scrivi tu, ma solo una possibilità (allora) molto amata DA UNA PARTE del pubblico (piuttosto vasta, ma, a dirla tutta, neanche la maggioranza). Hai mai notato che il non-politicizzato Branduardi ha sempre inciso per major (RCA prima, Polygram poi) mentre i politicizzati Area incidevano per la Cramps ? Ricky Gianco dovette inventarsi L’Ultima spiaggia (che accolse, tra gli altri, uno Jannacci troppo esplicito per le major…) e altri artisti fondarono la cooperativa L’Orchestra per riuscire a pubblicare le proprie cose, insomma: erano anni in cui una parte dell’audience chiedeva posizioni esplicitamente di sinistra ma questa parte (seppur molto rumorosa) non si impadronì di tutto il mercato (anzi…) e rimase un enorme spazio per tutti gli altri.
    E per spiegarmi meglio chiudo con altri dati ufficiali che, spero, aiutino a fare chiarezza:
    lasciamo perdere i 45 giri da sempre territorio dominato dalla musica leggerissima, proviamo ad osservare quali siano stati gli LP più venduti negli anni che vanno dal 1972 al 1978:
    1972 –> “Mina” di Mina
    1973 –> “Il mio canto libero” di Lucio Battisti
    1974 –> “Jesus Christ Superstar” OST
    1975 –> “Profondo rosso” OST
    1976 –> “Wish you were here” dei Pink Floyd
    1977 –> “Burattino senza fili” di Edoardo Bennato
    1978 –> “Saturday night fever” OST

    Onestamente, di fronte a certe evidenze, come si fa ad affermare che “l’impegno era un dovere” senza rendersi ridicoli ?

    Non si tratta di opinioni (sempre legittime), ma di liberare da troppi luoghi comuni anni meravigliosi e meravigliosamente complicati come quelli che hanno segnato la decade dei ’70 e, da come ti immagino, non dovrebbe essere da te abboccare alla retorica fatta di luoghi comuni e mancanza di approfondimento.

    Salutones

    S.

  3. anonimo ha detto:

    tipico del pensiero dei comunisti costruire teorie su nulla.Ti sei forse dimenticato di Battisti? Favola cosmica(per citarti) è quella per cui, stanco e indolente,si sia allontanato dalle scene per dedicarsi esclusivamente all'incisione di dischi con sempre meno frequenza. Mamentre per Mina è incontestabile il fatto che abbia volutamente abbandonato la scena, Battisti invece è stato costretto dopo pesanti minacce rivolte a lui e alla sua famiglia,a stare lontano dall'Italia.Ma è pieno di filmati in cui lo si vede esibirsi all'estero.Interviste a Arbore edaltri possono testimoniare.   Per finire:Dal '600 sino al 1965 l'Italia è stata una big mondiale nel campo musicale. Successivamente, per merito del fenomeno dei cantautori,tipicamente italiano, siamo stati emarginati dal panorama musicale internazionale. Ma sì, tenetevi gli anni 70 italiani con guccini lolli e gli altri. Così mentre negli altri paesi c'era il punk l'havy metal il reggae, voi ascoltavate la locomotiva. Va bè che ve le cantate e ve le suonate——–

     

  4. abulqasim ha detto:

    Non ho dimenticato Battisti, ma poichè cerco di fare ragionamenti seri e dovevo fare dei paralleli con Branduardi ho citato artisti che sono, come lui, sbocciati negli anni '70. Battisti a quell'epoca era già famosissimo e se lo avessi preso ad esempio come artista che riusciva comunque a sfornare (e vendere) frotte di dischi sarebbe stato facile smentirmi dicendomi "Battisti vendeva tanto perchè si era fatto un nome PRIMA dei maledetti anni '70". In questo senso era molto più calzante la figura di Baglioni.Detto questo, caro anonimo, è evidente che se avessi letto quello che ho scritto non mi avresti accusato di "costruire teorie sul nulla" perchè io ho affermato una tesi e l'ho appoggiata ad un lungo elenco di fatti che la comprovano, puoi non essere d'accordo con me, naturalmente, ma anche per far questo dovresti leggerti tutto il post, ma mi rendo conto che per chi ancora va in giro farneticando di "pensiero dei comunisti" sia troppo faticoso sciropparsi tutte queste chiacchiere :-)p.s Ti informo che in quanto a punk e reggae "noi comunisti " non siamo secondi a nessuno, mentre l'heavy metal te lo lasciamo davvero tutto (è raro ascoltare musica più stupida del metallo pesante).S.

  5. anonimo ha detto:

    concludo quì il mio commento,visto che non era mia intenzione entrare in polemica.Ma tant'è… allora faccio giusto alcune precisazioni.Cercando su google una pagina su una conferenza a cui avevano partecipato Battiato e Branduardi, mi sono imbattuto su questo sito.Chiaramente non ho letto tutto il post, ma se in un serial sugli antichi Romani vedo che anzichè andare sulle bighe vanno in bicicletta, dico che c'è qualcosa che non torna, anche se non ho visto le precedenti 18 puntate.Il fatto che ci fossero degli artisti non politicizzati che entravano in Hit Parade e facevano concerti, dimostra solo che, nonostante le avversità e ledifficoltà oggettive,per merito della "maggioranza silenziosa" era comunque possibile vendere dischi ed essere apprezzati(ribadisco:nonostante tutto). Il periodo storico '68-'78 italiano è inconfutabilmente quello. Artisti stranieri (presente la storia di Santana?)che non potevano esibirsi in Italia, organizzatori(David Zard) sotto scorta, e per fino processi politici ai cantautori schierati(…poi dire che se la sono cercata…fa rabbrividire). O vogliamo parlare del tour della PFM negli USA boicottatoa causa dell'Unità (a quel tempo non c'era Obama e l'America veniva considerata l'avversario imperialista del buon Breznev). Questo era il periodo storico. Ma ci può stare.Nel senso che comunque,non solo in Italia, per avere successo in un lavoro, un compromesso con una lobby, una partecipazione  ad un festival, una tessera di un partito ecc…hanno sempre fatto comodo.       Però  il mio punto di vista sullo sviluppo(anzi arretramento) della musica italiana da quel periodo ad oggi rimane che: a causa del fenomeno italiano del cantautorato e le difficoltà di far esibire artisti importanti non schierati e stranieri, è venuta meno quella contaminazione che è preludio all'interscambio fautore di crescita. NON DIREI QUINDI GRANDI ANNI musicalmente parlando(si potrebbe anche dire socialmente parlando, ma inutile aprire un altro capitolo). Poi si può dire che è meglio Guccini di Marco Carta,ma quello riguarda la musica attuale con tantissime eccezioni.Ma nel panoramamondiale l'Italia si è fermata a Nel blu dipinto di blu.Cito: <ha significato semplicemente una orgogliosa convinzione di superiorità (peraltro, a posteriori, ancora completamente giustificata) nel saper leggere il meglio del presente.>…..<nel ritenere più valide certe musiche (cito a caso: minimalismo, jazz rock, elettronica cosmica, free jazz, Zappa e dintorni, Stockhausen, cantautorame vario) > Un pressapochismo e generalismo allucinante(così mi riallaccio al discorso havy metal)!Frank Zappa? vorrei conoscere qualcuno a cui veramente piace Zappa non solo per fare il fichetto.Ma non perchè non sia valido,anzi validissimo.Ma mi chiedo solo tra questi,quanti conoscono così bene l'inglese per cogliere le sfumature e i doppisensi. Sarebbe come ascoltare gli Elio e le storie tese che cantano in norvegese.Come per Leonard Cohen: ma tu lo ascolteresti De Andrè che canta in tedesco?  Mi sembra tutta genteche parla e non conosce. Havy metal: pensi che ascolto quello? ah ah.MA guarda  che tolta la musica classica barocca, dove ovunque peschi,peschi bene, ogni altro genere ha le sue cagate e i suoi capolavori. Tra l'altro l'ascolto è influenzato dall'ambiente in cui si sta. In auto mi fa piacerissimo un pezzo pop commerciale che non riesco a sentire mentre leggo un libro.Poi, da buon anonimo, ho usato la parola "comunismo", solo perchètu parlavi di destra soltanto in versione negativa e di sinistra solo in versione positiva(rileggiti).Anonimo

  6. abulqasim ha detto:

    Il problema non è la polemica. Quando parlo (e penso) male della retorica e del pensiero di destra (categorie grossolane, lo so…) non ne faccio una questione ideologica ma di metodo e contenuto. Io, nel mio piccolo, ho affermato una tesi e l'ho corroborata da fatti che, a mio parere, la dimostrano e la sostengono. Tu invece appoggi la tesi che circola da anni sugli anni '70, ma non solo non la sostieni con nulla ma, ancor peggio, ti rinchiudi in una afffermazione tautologica. Quando dici che "Il fatto che ci fossero degli artisti non politicizzati che entravano in Hit Parade e facevano concerti, dimostra solo che, nonostante le avversità e le difficoltà oggettive,per merito della "maggioranza silenziosa" era comunque possibile vendere dischi ed essere apprezzati(ribadisco:nonostante tutto)" in pratica mi metti con le spalle al muro senza via di uscita. Se in quegli anni le classifiche avessero premiato esclusivamente (o soprattutto) Paolo Pietrangeli, Guccini, gli Area mi avresti detto "vedi, vendevano solo loro", se questo non è accaduto (ed è oggettivo che non sia accaduto) la risposta tua è quella scritta sopra. In pratica hai sempre ragione tu. Io invece ribadisco cocciutamente la COMPLESSITA' degli anni '70, invito tutti a non confondere la minoranza rumorosa con la maggioranza silenziosa, e a rileggere quegli anni in maniera più equilibrata. All'epoca io andavo al Liceo, uno dei licei più "sinistri" di Roma, tra i miei compagni c'era gente che apprezzava i cantautori, chi amava Renato Zero, chi era indifferente alla musica che non fosse quella che dominava la classifica dei 45 giri, c'era chi come me adorava i Kraftwerk e chi Pino Daniele, insomma non c'era nessun obbligo di ascoltare solo canzoni di protesta.MI chiedo perchè a fronte di una serie di incidenti ai concerti (Santana, Lou Reed…) nessuno fa una statistica di QUANTI concerti in quel decennio siano andati lisci lisci senza problemi. E' forse possibile che, per l'atmosfera dell'epoca, alcuni incidenti fossero "inevitabili", ma è forse anche possibile che questi casi siano una iper-minoranza insignificante (riprendo l'esempio di Renato Zero e la sua Zerolandia itinerante senza problemi). Non sto difendendo chi ha praticato la violenza, la sto riducendo alla sua reale portata sociale. E il caso De Gregori (un caso praticamente unico) andrebbe analizzato seriamente in uno spazio più ampio e non fatto diventare il manifesto di una realtà che non è affatto rappresentata dalla sua vicenda (detto altrimenti: agli altri non è capitato di venire "processati", qualunque sia la ragione credo sia evidente che una rondine non fa primavera e non il contrario)  Ancora: il cantautorato NON è stato un fenomeno tipicamente italiano. Viene dalla scuola francese e da quella americana (Dylan !), cantautori esistono ed esistevano in tutte le "culture musicali" occidentali e hanno avuto successo e soddisfazioni un po' d'ovunque (non che io sia un cantautorista fissato peraltro, come dimostra questo blog).Infine ribadisco che la critica musicale italiana allora più autorevole ha avuto (storicamente) ragione. Sono stati loro in quegli anni a saper meglio cogliere il buono e l'innovativo che circolava (compresa una seria attenzione per il nascente punk anglofono e per il reggae giamaicano). Gli altri diedero spazio ad artisti che poi la storia ha seppellito o imbalsamato. Con tutti i limiti nel modo di scrivere che avevano (ma queste riviste parlavano il linguaggio che all'epoca parlava una parte dell'Italia), Gong e Muzak erano il meglio che avessimo in quegli anni.E io credo che parlassero di quello che ascoltavano con cognizione di causa esattamente come oggi fa Blow Up (e a me Zappa non ha mai entusiasmato, così come il free-jazz e altre delle musiche che loro hanno amato mentre sono perdutamente innamorato di alcune delle musiche che hanno spinto dal minimalismo a tutta la scena tedesca ed elettronica in genere).Concludendo. E' vero, non amo la retorica di destra che da anni riscrive a suo uso e consumo la storia recente e non utilizzando la grancassa mediatica di cui dispone e sono vicino alle forme più evolute di pensiero della sinistra dei '70 e odierna, ma non ho alcun problema a confrontarmi con un pensiero di destra serio ed argomentato correttamente (e a mia difesa ammetto un debole per molti gruppi "industrial" alcuni evidentemente destrorsi altri che hanno giocato ambiguamente con simboli della tradizione politica di destra). Non sarò io a lanciare anatemi ma solo ragionamenti.

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