CHRISTIAN ZINGALES “Italiani brava gente”, 2008, Tuttle edizioni

Considero Christian Zingales una delle penne migliori in campo musicale emerse negli ultimi 10 anni. Di lui ammiro due cose in particolare: lo sguardo libero e lo stile della sua prosa.
Per sguardo libero intendo la sua capacità di guardare al mondo delle cose musicali senza nessuna forma di pregiudizio o di snobismo. Lo troviamo ad occuparsi, senza difficoltà nel passare dall’uno all’altro, sia di dischi editi da major sia di dischi di (cosiddette) indipendenti, di cantanti strafamosi come di artisti sconosciuti (quasi) a tutti, di cose recentissime e di cose vecchie. Nessuno dei filtri che spesso agiscono all’interno delle riviste musicali sembra agire su di lui. Fermi restando i suoi amori e i suoi generi preferiti lo troverete a parlare di qualunque opera o artista con assoluta indifferenza verso aspetti dell’oggetto della sua analisi che non siano strettamente inerenti all’oggetto stesso. Che sia un’autoproduzione in 500 copie o un disco di platino in tutto il mondo la cosa non lo turba più di tanto e (soprattutto) non smuove il suo giudizio di un millimetro.

Troppo spesso nelle riviste musicali di tendenza si avvertono chiari e forti i pregiudizi dei giornalisti verso chi vende molto, verso chi esce dal circuito più o meno underground per passare nel mondo dorato delle grandi produzioni, verso chi non è schierato sulle loro stesse barricate. Similmente nei giornali più popolari ci sono pregiudizi simmetrici e contrari a quelli sopraelencati e per principio non vi trovano spazio artisti che non appaiano in televisione o non abbiano dietro le spalle enormi battage pubblicitari.
In questo libro invece Zingales da spazio a tutti quelli che (a suo giudizio, ovviamente) lo meritano e nel raccontarci questi musicisti evidenzia la sua capacità (assai rara) di saper leggere e interpretare non solo artisti monolitici e già evidenti di proprio (Gianna Nannini, Vasco Rossi…), ma anche carriere discografiche apparentemente contraddittorie (Alan Sorrenti, Matia Bazar, Antonello Venditti…) riconducendole ad un percorso umano e artistico sostanzialmente lineare.

Il suo stile di scrittura è efficace ed interessante, capace sia di non essere un banale amplificatore delle schede preparate dalle case discografiche (troppo spesso prese per oro colato da pseudo-giornalisti che vanno di fretta), sia di non perdersi in elucubrazioni eccessivamente astratte alla fine incapaci di aiutarci a comprendere ciò di cui si sta parlando.
Frequente inventore di piccole sintesi illuminanti (“milanese dagli occhi candidi e gli occhiali fermi” riferito a Jannacci, “uno che non sta dicendo quello che ti sta dicendo, e neanche lui lo sa” introducendo Zucchero, “quella sottile linea di confine tra serpente e agnello” parlando di Claudio Rocchi) Zingales riesce a rimanere sull’argomento dell’articolo/recensione cogliendo (e riuscendo a comunicarci) gli elementi essenziali dell’oggetto del suo discorso con consumata abilità.
Credetemi: parlare di musica non è facile e ogni qual volta trovo qualcuno che realizza il difficile equilibrio tra ovvietà e tentazioni pseudo-poetiche o pseudo-filosofiche per me si tratta di un (neanche tanto) piccolo miracolo.

Italiani brava gente” cerca di affrontare una cinquantina di artisti della canzone italiana, spaziando liberamente nella storia del dopoguerra con l’attenzione rivolta quasi esclusivamente a quegli artisti che negli anni ’70 e ’80 hanno avuto il cuore della loro produzione. La scelta è ovviamente estremamente soggettiva, e chiunque proverà a leggere l’elenco troverà clamorose mancanze e altrettanto clamorose (in negativo) presenze, ed è evidente come sia impossibile fare un elenco definitivo degli artisti più importanti di queste 2 decadi. Ma io vi invito lo stesso a leggere questo libro dove troviamo artisti sulla cui grandezza la critica è, tutto sommato, concorde (Franco Battiato, Fabrizio De Andrè, Paolo Conte…), altri più controversi (Pino Daniele, Litfiba, Gino Paoli…), altri ancora che, concordamente con Zingales, trovo decisamente sottovalutati o non valorizzati quanto meriterebbero (Enzo Jannacci, Ivan Graziani, Eugenio Finardi, i CCCP…), altri che sono ormai fenomeni di culto sotterraneo (Canzoniere del Lazio/Carnascialia, Flavio Giurato, Juri Camisasca, Enzo Carella, Fausto Rossi…) o fenomeni stra-cult al limite dell’inspiegabile (Squallor, Diana Est…). Troverete poi sfiziose schede su artisti che io personalmente ho sempre ritenuto mediocri e che invece lui adora ben argomentando (è questa la grande forza di Zingales) cosa ci sia di interessante e valido nelle loro opere (penso a Nino Buonocore, Riccardo Cocciante, Zucchero, Umberto Tozzi….), non mancano, infine, alcuni capitoli dedicati ai campioni del pop italico, nomi così grossi che proprio non se ne può non parlare (Adriano Celentano, Mina, Vasco Rossi, Lucio Battisti).

Ogni scheda è normalmente strutturata con una introduzione impressionista (a volte molto riuscita, altre volte tracimante tanto da impossessarsi dell’intera scheda come accade per Paolo Conte e Luigi Tenco) seguita da una sintetica biografia dell’artista con relativa ricostruzione della sua carriera discografica a volte puntualmente per ogni disco (Ivan Cattaneo, Mauro Pagani…), a volte fermandosi a riflettere solo sui dischi più interessanti (ad esempio con Jannacci del quale si focalizza solo il periodo in cui incideva per l’etichetta L’ultima spiaggia), a volte quasi limitandosi ad una sola canzone (la struggente parabola di Mia Martini narrata attraverso “Almeno tu nell’universo“). Nell’analizzare le varie carriere Zingales cerca di mettere a fuoco le qualità e i meriti degli artisti trattati a volte con grande originalità (vedi la scheda su De Gregori dove spiega benissimo, e verosimilmente, come sia un grande della canzone nonostante se stesso…), altre volte percorrendo sentieri più scontati (Alberto Camerini), il risultato è un libro che si legge con grande piacere, che pone interessanti questioni e che cerca di raccontare la grandezza della recente canzone italiana con amore, passione e competenza notevoli.

Mi si consenta un’ultima osservazione: troppo spesso si leggono libri dedicati a questo o a quel musicista dove gli autori dimostrano (ahimè) scarsissima conoscenza dell’oggetto di cui trattano (le opere, quindi i dischi, di quel certo musicista). Con Zingales è quasi commovente l’attenzione che mette nell’analisi di ogni disco ed è’ sempre evidente il fatto che il nostro abbia ascoltato le cose di cui parla e sia perfettamente in grado di contestualizzarle sia in relazione al mondo politico-storico-musicale dell’epoca sia in relazione al percorso personale dell’artista (e proprio per questo gli perdono qualche svista di troppo sui primi passi di Battiato). E’ poi ammirabile il suo soffermarsi sul ruolo che i collaboratori degli artisti di cui tratta hanno avuto man mano che la loro carriera progrediva: è molto più che una semplice annotazione, al contrario è spesso un ottimo punto di partenza per cogliere aspetti essenziali di quei determinati lavori.

Come è scritto nell’introduzione questo libro è “un viaggio sentimentale nei mari della canzone italiana” e vale davvero la pena farsi accompagnare per questi lidi così ricchi di bellezza e passioni.

Dei ragazzi del rock’n’roll italiano, quelli che a un certo punto, tra i ’50 e i ’60 , si sono messi a cacciare versi, Jannacci, Celentano e Gaber hanno condiviso in maniera prototipica da Milano il problema della gestione delle maschere, quella artistica, e quella legata più profondamente al modo di rapportarsi alla vita. Celentano, forte della sua benzina levantina, l’ha giocata in alto, e l’ha saputa rimpallare con la classe del grande fantasista. Il suo ghigno è trasparente, perfettamente smontabile, ma assolutamente inattaccabile. Anche là dove sia trapelato un dietro le quinte della rappresentazione, non avrà messo in discussione neanche per un secondo la solidità del copione. Magari si sarà potuto discutere della maggiore o minore validità di quel copione, qualcuno avrà cercato di ridicolizzarlo, ma nessuno in fondo sarà riuscito a scardinarne la bontà strutturale. Gaber ha finito per scontare invece quest’incapacità tutta milanese di raccordare i due volti, in una vertiginosa, dolorosa gara con se stesso che lo ha visto soccombere, lasciando al suo vissuto l’aura della sperimentazione più brutale, finendo per assurgere, lui di programmatiche origini istriane, a icona scomoda di una milanesità irrisolta. Jannacci, che con il molleggiato condivide origini pugliesi ma che diversamente da lui ha finito per naturalizzarsi di una milanesità più tipica, è precisamente in mezzo, poetica quadratura del cerchio, bilanciamento romantico, e sinceramente idealista, dei due opposti sguardi. La sua soluzione al problema non è il pragmatismo a tinte acide di Celentano, non la deriva sacrificale di Gaber, ma due occhiali per prendere tempo e oliare il motore.

altre informazioni cliccando qui

p.s.
Non resisto però a non indicare quali siano, a mio parere, le esclusioni più gravi. Incomprensibile la mancanza di una scheda dedicata esclusivamente a Giorgio Gaber, autentico faro degli anni ’70 quando scrisse alcuni dei suoi lavori più belli. Altrettanto misteriosa, per me, la mancanza del Banco del Mutuo Soccorso laddove, in ambito progressive, sono presenti gli Area (giustamente) e la PFM (che onestamente fatico a valutare come più importante e originale rispetto al Banco). Tra i cantautori fatico a comprendere la mancanza di Angelo Branduardi, a mio parere molto più intrigante e valido dei vari Ruggeri, Cocciante, Cattaneo… e forse anche Francesco Guccini meritava una chance. Se capisco la presenza dei Litfiba ritengo pure che negli anni ’80 Elio e le storie tese siano stati (e siano ancora) una delle esperienze più complesse e interessanti del panorama italico.
Discutibile anche la triade messa sul podio del libro: se adoro Battiato e posso comprendere la grandezza di Battisti, trovo che Lucio Dalla non sia assolutamente al di sopra di tantissimi dei nomi citati nel libro. Ma, ca va sans dire, in questi ambiti ognuno ha i suoi amori, e probabilmente è giusto così.

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