FRANCO FABBRI “Around the clock”, 2008, UTET

I primi indizi risalgono alla seconda metà degli anni ’70, ma, come spesso capita, non fui in grado di comprenderli. Confuso tra le etichette di musica andina e canzone politica non compresi che personaggi come Victor Jara o Rolando Alarcon erano dei cantautori nati e cresciuti lontano dall’Occidente. Neanche compresi che gli Inti-Illimani o i Quilapayun erano innanzitutto fenomeni di musica pop(olare) latinoamericana e non semplici esecutori di musica tradizionale.

Nei lustri seguenti ogni tanto comparvero altri indizi: ci voleva molto a capire che Cheb Khaled NON fosse un cantante folk ? Che le star terzomondiste che ogni tanto si affacciavano nelle classifiche europee (Mory Kante, Youssou N’Dour, Asha Puthli…..) non erano eccezioni ma la punta di un iceberg che si chiamava musica pop non occidentale ?

Ma negli ultimi anni la questione si è infittita e complicata. La scoperta dell’enorme scrigno della musica leggera indiana (Bolliwood e dintorni), la rivelazione del pop etiope degli anni ’70, l’emergere di vecchi 78 giri di canzoni cinesi anni ’30.
E ancora.
La forma canzone superbamente applicata al tango in Argentina negli anni ’40 e ’50, tutta la canzone italiana a partire dalle sue lontanissime origini discografiche, i grandi interpreti e autori sudamericani più o meno sconosciuti qui da noi (da Chabuca Granda a Patricio Manns), la canzone araba con fenomeni immensi come Oum Kalthoum.

D’un tratto prendo coscienza che quella che possiamo chiamare genericamente musica pop è un oceano immenso, un oceano che si è sviluppato nel tempo (almeno a partire dalle prime incisioni fonografiche) e nello spazio (almeno tutto il pianeta) ed ha raggiunto dimensioni e profondità impressionanti.
Sempre d’un tratto mi rendo conto che è assurdo che non ci siano mappe che descrivano questo universo e che aiutino il viandante ad orizzontarsi e ad esplorarlo.
Qualunque giovane si affacci oggi di fronte a questo mondo pieno di meraviglie (e di porcherie…) come fa a scegliere una direzione ? Come fa a distinguere cosa gli può interessare e cosa no ?
Siamo tutti abbandonati a noi stessi, costretti ad un percorso personale che, in maniera tutto sommato casuale, ci porta ad imbatterci in musiche a volte di qualità, a volte meno senza che la complessità del disegno che abbiamo di fronte ci si sveli, capaci solo di riconoscere qualche dettaglio, anche molto bello, ma costretti a muoverci a tentoni e lentamente.

Il problema è che, mentre per arti ritenute più nobili (come la letteratura o la stessa musica classica) la scuola cerca (dovrebbe cercare) di darci gli strumenti per una prima grossolana distinzione di cosa c’è stato di importante negli anni e nei secoli scorsi, per la musica cosiddetta leggera siamo completamente soli.
Anzi no.
Ci sono tante simpatiche e attivissime case discografiche che cercano di convincerci che i dischi più meritevoli siano quelli appena usciti, che gli artisti più importanti siano quelli nuovi-nuovi, e con la loro forza di persuasione dirottano i giovani verso musicisti e musiche di plastica con danni ENORMI per la cultura musicale italiana (e non solo italiana) e per la cultura tout-court (e a mio parere anche con conseguenze gravissime sulle dimensioni del mercato della musica).

Siamo davveri certi di voler lasciare una così alta influenza sulla formazione dei nostri ragazzi in mano a delle multinazionali ?

Significativamente sottotitolato “Una breve storia della popular music” questo libro di Franco Fabbri (probabilmente il più importante studioso italiano di musiche popolari e commerciali) cerca di fare un primissimo punto della situazione e di ricapitolare (a livello planetario) come si è sviluppata quella che lui ama definire popular music evidenziando gli artisti che meglio hanno contribuito a definirla e iniziando, almeno per l’Italia, a fissare qualche punto fermo e qualche prima grossolana mappatura del fenomeno.

Schematizzando, riducendo la complessità dei fenomeni a dimensioni più facilmente maneggiabili, si può dire che alla dicotomia musica colta/musica popolare si sostituisca progressivamente una tricotomia musica colta/musica d’intrattenimento/musica popolare, dove la musica d’intrattenimento incorpora elementi precedentemente categorizzati negli altri due insiemi, segnandone la commercializzazione, e poi l’industrializzazione“.

La scelta dell’espressione popular music (in inglese) è “sia in omaggio all’importanza storico-economica della musica anglosassone e afroamericana, sia per accettare un’espressione di larga diffusione che (con tutti i suoi limiti) non presenta connotazioni dispregiative e si presta meno di altre a equivoci epistemologici“.

Il libro parte cercando di descrivere la situazione precedente la nascita dei supporti fonografici (immaginavate che esistesse un floridissimo mercato degli spartiti con hit quali “After the ball” di Charles K. Harris capace di venderne tra i 5 e i 10 milioni ? a fine ‘800 chi poteva permettersi un pianoforte in casa amava comprare spartiti da far eseguire nelle riunioni di famiglia) e cerca poi di raccontare il processo che ha portato all’odierno scenario. L’autore prova a narrare non solo la genesi e lo sviluppo di generi e sottogeneri musicali (tango, canzone napoletana, blues, rock’n’roll e poi cantautori, beat, progressive, rap, techno e chi più ne ha più ne metta…), ma cerca anche di svelare l’influenza sullo sviluppo della musica di intrattenimento dell’evoluzione tecnologica (dal disco al cinema sonoro, dalla radio alle musicassette agli mp3) e quella di un industria a lei legata sempre più potente e ricca.
Straordinariamente simbolico, a tal proposito, il passaggio nel quale, riferendosi agli anni ’20, Fabbri scrive che “autori ed editori accusano la radio di aver danneggiato gravissimamente, attraverso l’offerta di musica ‘gratis’, il mercato discografico, di aver distrutto il vaudeville, di ‘uccidere la popular music’

E’ evidente come in meno di 200 pagine si possa solo accennare a tutto ciò di cui si dovrebbe parlare, si possa solo sfiorare la superficie di un mare tanto ampio quanto complesso. E’ altrettanto evidente che l’autore è sicuramente criticabile per gli artisti e i fenomeni taciuti o sottovalutati (tutto il rock post ’77 ridotto a poche righe, neanche una citazione per i Kraftwerk, gruppo tra i più importanti e seminali del pop elettronico, buio totale sugli autori di colonne sonore indiani e gran parte della musica leggera asiatica) così come per il forse troppo ampio spazio dato a musicisti e generi musicali più vicine alle sue corde (l’onnipresente canzone politica italiana degli anni ’60 e ’70), ma questi sono tutti peccati veniali e probabilmente inevitabili. La cosa importante, per non dire determinante, è avere aperto la discussione riguardo la storicizzazione e la nascita di un serio apparato critico su di un fenomeno di fortissimo impatto sulla vita e la cultura di gran parte degli abitanti del pianeta che deve uscire dalle secche degli addetti ai lavori e degli ultra-appassionati per diventare un argomento di dibattito culturale a pieno titolo ed a pari livello con le altre forme d’arte. Forme d’arte che tutte devono essere raccontate, illustrate e possibilmente praticate nelle scuole se vogliamo garantire alle future generazioni la capacità di essere protagonisti del proprio immaginario e non semplicemente succubi di scelte altrui.

Un primo, necessario, passo.

http://www.francofabbri.net/

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One thought on “FRANCO FABBRI “Around the clock”, 2008, UTET

  1. […] proposta e illustrata da Franco Fabbri nel suo libro “Around the clock“, ve ne parlai in questo post), preferibilmente non europee e non […]

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