ENZO JANNACCI “I grandi successi”, 2008, Rhino

Torno a parlarvi di Jannacci (nonostante avessi già affrontato questo artista in un lunghissimo post) perché nel frattempo ho comprato questa raccolta che ho trovato molto molto bella, troppo per non dedicargli qualche riga.

24 canzoni che focalizzano l’attenzione sul primissimo Jannacci. Tutti i brani sono presi da 3 suoi lavori usciti consecutivamente tra il 1964 e il 1966 (“La Milano di Enzo Jannacci“, “Enzo Jannacci in teatro“, uno dei primi dischi registrati dal vivo pubblicati in Italia, e “Sei minuti all’alba“) o da singoli appartenenti allo stesso periodo. In quegli anni Jannacci non aveva ancora raggiunto il grande successo di vendite di “Vengo anch’io. No tu no” e, in generale, questo è forse il suo periodo meno conosciuto e meno apprezzato e invece in questa antologia si possono ascoltare una serie di (spesso belle) canzoni che sorprendono per la grandissima libertà negli arrangiamenti e nelle interpretazioni così come per la varietà dei registri utilizzati. Forse proprio per l’incoscienza tipica della giovane età Jannacci veste ogni canzone con ritmi e atmosfere originalissime (il flamenco-rock schizzatissimo de “L’appassionata“, il sud-america di cartapesta evocato da “Aveva un taxi nero“) e con la sua vocalità lontana da qualunque forma di imbrigliatura e di buona abitudine. Siamo a svariati anni luce dalla prossimità con l’elegante canzone jazz che suo figlio Paolo (suo arrangiatore attuale) cercherà con determinazione negli ultimi lustri, anzi qui l’eleganza è bandita e tenuta lontana in cambio di una espressività sincera e istintiva magari poco adatta per certi salotti raffinati ed intellettuali, ma c’è più intelligenza e analisi socio-politica qui che in tanti dischi di alcuni seriosissimi cantautori (cosiddetti) impegnati.

In una felice alternanza si susseguono canzoni ironiche e divertenti (sempre prive di qualunque forma di umorismo qualunquista) con brani drammatici che raccontano intense sofferenze e dolore (spesso con il fantasma della seconda guerra mondiale a fare da sfondo, evidentemente 20 anni non erano ancora un lasso di tempo sufficiente per averla esorcizzata e infilata nel baule dei ricordi).

Le canzoni più famose qui presenti (“Faceva il palo“, “El portava i scarp del tennis“, “L’Armando“) lo sono in versioni primigenie, molto più grezze di quelle che le hanno rese celebri, ma, a voler fare il confronto, risultano molto più fresche e dirette (e convincenti) anche per l’interpretazione molto sopra le righe che ne viene fatta. In molti casi qualcuno potrebbe parlare di stilemi cabarettistici, e avrebbe ragione, ma deve essere chiaro che certe forme espressive servono a Jannacci per accrescere la forza di ciò che si racconta e non semplicemente per strappare qualche risata a buon mercato. C’è la pretesa di raccontare storie spingendo sul pedale delle emozioni senza vergognarsi di fronte ad una lacrima o ad una risata.
L’uso insistito del dialetto (ai giorni nostri è stato sdoganato ed è considerato abbastanza normale utilizzarlo nella musica pop, ma in quegli anni, lo si abbinava esclusivamente alle canzoni folk), deve aver lasciato interdetti molti degli ascoltatori (e dei critici paludati) ancora non avvezzi a questa scelta utilissima per aumentare l’intensità del racconto e l’immedesimazione di Jannacci nei personaggi ai quali da vita.

Le storie raccontate disegnano la consueta umanità jannacciana fatta di sfigati, vittime del potere in ogni sua forma, spesso troppo fragili per poter tentare qualche forma di resistenza (e quando ci provano gli si ritorce regolarmente contro) ma sempre caratterizzati da una intensa dignità e una altrettanto intensa autoironia. Incontriamo personaggi tridimensionali (pur nel ristretto spazio di una canzone) quali l’operaio pendolare che “Prendeva il treno” per amore e dall’amore è stato rovinato, il ladro principiante de “Il primo furto non si scorda mai” (raffinatissima presa in giro della retorica fascista), l’innamorato malricambiato di “La luna è una lampadina“, il condannato a morte di “Sei minuti all’alba” che cerca di non dispiacere il suo boia, i fratelli/coltelli di “Aveva un taxi nero” che praticano spietatamente l’arte di arrangiarsi (peraltro senza riuscirci), fino alla sublime anti-retorica militarista di “E l’era tardi” (in questa Italia che ama “stringersi intorno ai suoi eroi“, dove se muori e non hai la divisa non conti niente, qualcuno avrebbe il coraggio di scrivere una canzone tanto esplicita, e vera, sull’essere commilitoni ?).

Di buono questa raccolta ha la qualità delle canzoni e il costo relativamente modesto (sotto i 10 euro). Di negativo il libretto davvero troppo sintetico, l’inutile divisione in due cd (in tutto ci sono meno di 80 minuti di musica, ne avevamo già parlato in quest’altro post) e soprattutto la sensazione di una grande occasione perduta: avrebbero potuto pubblicare (in 2 cd) tutti e 3 i dischi originali integralmente e se ci avessero aggiunto un booklet dignitoso avremmo avuto come risultato un prodotto da leccarsi i baffi e che avrebbe veramente reso onore allo spessore artistico di Enzo Jannacci, ma si sa, non sono cose che si possano pretendere da chi ha fatto del repackaging l’unica sua ragione di vita.

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3 thoughts on “ENZO JANNACCI “I grandi successi”, 2008, Rhino

  1. anonimo ha detto:

    qualcuno avrebbe il coraggio di scrivere una canzone tanto esplicita, e vera, sull’essere commilitoni ?).

    Alfredo Cohen!

  2. abulqasim ha detto:

     🙂
    si va bene,
    ma io intendevo ai giorni nostri,
    il disco di Cohen è del 76 !!!!

    S.

  3. anonimo ha detto:

    Del 76.. come passa il tempo. Proviamo a farlo sapere pure alla Binetti?
    v.

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