ALBERGO INTERGALATTICO SPAZIALE “Angeli di solitudine”, 2009, Giallo records

Ci sono piccole etichette che, nonostante si vendano sempre meno dischi e nonostante le difficoltà dovute alla impossibilità di arrivare sugli scaffali delle principali catene di vendita dei CD (prima o poi ne parleremo), si ostinano a produrre operazioni di recupero archeologico di materiali musicali molto interessanti e qualitativamente notevoli seppure legati a nomi di non grandissimo richiamo. E’ il caso di questo disco prodotto dalla italica Giallo records che assembla, come chiaramente dice il sottotitolo dell’album, provini inediti del periodo 1974-1996.

Albergo Intergalattico Spaziale è stato il progetto seminato, fertilizzato, innaffiato e amorevolmente curato da Mino De Martino (ex-Giganti e tante altre cose, ultimamente lo potete incontrare con Il compleanno di Mary) e Terra Di Benedetto (tra le altre cose una dei partecipanti al tour del Telaio Magnetico insieme a Battiato, Juri Camisasca, lo stesso Mino e altri coraggiosi). A dispetto del suo lungo corso l’AIS pubblicò un unico album ufficiale: era il 1978, nel disco avevano abbondante spazio tastiere e voce per tracce largamente improvvisate dall’atmosfera cosmico-apocalittica (non siamo distantissimi da “M.lle Le Gladiator” di Battiato), la Musicando lo ha opportunamente rieditato in CD qualche anno fa.
Rispetto all’opera prima questa raccolta di materiali vari si muove su lidi meno sperimentali puntando l’attenzione da un lato su una forma canzone relativamente tradizionale e dall’altro su un tentativo interessante di unire musica e poesia in maniera innovativa.
Le canzoni (“Luna di marzo“, la breve “C’incontreremo” classicamente dimartiniana, “C’e uno strano fiore“, “Lo scorpione“, l’hit potenziale “Il tempo gira“) sono molto interessanti per come uniscono aspetti tradizionali (la classica struttura strofa-ritornello, ritmi regolari, sonorità prossime al Battiato anni ’80) con tutta una serie di particolarità/anomalie (innanzitutto la voce interessantissima e obliqua di Terra Di Benedetto, il vero cuore del progetto, e, a seguire, melodie sghembe che sembrano inciampare per poi rialzarsi e correrci incontro nobili come gazzelle unite a ritmiche robotiche che cozzano amabilmente contro più nobili strumenti acustici).

Per quello invece che riguarda le sezioni meno ortodosse c’è il tentativo di utilizzare testi molto interessanti (se non odiassi questa espressione li definirei poetici), a volte recitati, altre volte salmodiati, adagiandoli su musiche generalmente basate su elettronica e pianoforte estremamente libere e spesso assai lontane dalla forma canzone di cui sopra. Troviamo quindi: echi spacey, con qualche debito (addirittura) nei confronti di Jean-Michel Jarre, (“Marte“, “Stella“), dissonanze e improvvisazioni (“Luce di stelle siamo oltre la morte“, “Giglio di novembre“), quasi-spoken poetry vocoderizzata (“Movimenti senza eventi“), leggerezze psichedelico-acustiche (“Irradia trottole e specchi poesia“, un po’ di fricchettonaggine non guasta mai).

A volte i due generi si fondono in eccentriche non-canzoni (la semi-ballata con chitarra acustica circolare di “Esodo“, le atmosfere sospese di “Angeli di solitudine“) capaci di straniarci e lasciarci piacevolmente interdetti.

Puntuali ed essenziali le note ai vari brani contenute nel booklet (spartano ma con tutto il necessario), l’unica vera pecca del disco è la qualità audio che è (non inaspettatamente) MOLTO scarsa con i nastri che dimostrano tutta la loro precarietà. Ma quello che si ascolta è comunque così interessante che davvero valeva la pena pubblicare questi brani.
Complimenti anche al duo che è stato capace di assemblare brani provenienti da epoche assai diverse in maniera da legare il tutto in un ascolto che suona abbastanza coerente e riesce a dare, attraverso le varie tracce dell’album, l’impressione di un legame e di uno sviluppo vero e proprio.

Tra i tanti ospiti che collaborano ai vari brani del disco impossibile non segnalare Franco Battiato e Giusto Pio che compaiono in alcuni tra i brani più leggeri del disco. La loro presenza si nota soprattutto nella splendida “Il tempo gira” che sorpassa a sinistra un capolavoro come “Popstar” osando lì dove la Colli non avrebbe mai potuto osare. Datata 1977 integra (e rafforza) quello che scrissi (altrove) un po’ di anni fa sul rapporto tra Battiato e la canzone nel periodo 1975-1978 (chi mi conosce lo sa, magari prima o poi lo riepilogheremo anche su questi lidi).

17 tracce per 50 minuti sinceramente consigliati.

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