FRANCO BATTIATO “Inneres auge”, 2009, Universal

Questo è un disco che si può approcciare in due modi sostanzialmente differenti.

Il primo è quello dell’ultra-fan, del battiatologo assiduo che lo segue e che molto conosce della sua opera. Questo soggetto farà molta fatica ad apprezzarlo perché conosce già gran parte dei brani (da quelli recuperati da oscure b-sides, come “Stage door” o “L’incantesimo“, a “Tibet” che era circolato solamente nei circuiti di vendita in formato digitale e non era mai approdato al formato fisico) e nei concerti della scorsa estate aveva già ascoltato anche gli arrangiamenti di brani appartenenti al passato di Battiato e ripresentati nuovamente in questo lavoro (“Un’altra vita“, “No time no space“, “La quiete dopo un addio“, “Haiku“). Anche “Inverno“, brano scritto da Fabrizio De Andrè, l’aveva già sentito in televisione e nei concerti e quindi per chi in un disco cerca innanzitutto la novità l’ascolto risulterà deludente perché gli inediti veri e propri sono solo 2.

L’altro possibile approccio è quello di chi, senza chiedersi se questi brani siano già stati presentati in precedenza e senza divertirsi a fare confronti su quale versione di una certa canzone sia migliore, si limita ad ascoltarli e a vedere (di nascosto) l’effetto che fa.
Questo tipo di persona troverà il disco felicemente riuscito, divertente e piacevolissimo.

La presenza degli archi (spesso lasciati in libertà nelle code dei brani) e l’utilizzo frequente delle ritmiche elettroniche rimandano direttamente a quella stagione del Battiato anni ’80 che tanto felici fece tanti appassionati (nessuna ricerca del vintage da parte di Battiato, più semplicemente lo spirito musicale di allora che si modernizza e rimane al passo coi tempi) per un disco che contiene 10 canzoni semplicemente belle.

Inneres auge“, il primo inedito, ha un incipit felicissimo, la voce di Battiato vocoderizzata con classe sopraffina su un pianoforte ostinato, per poi aprirsi ad una ritmica trascinante e svilupparsi in un classico hit battiatiano che non può lasciare indifferenti (del testo, invettiva contro la classe politica attuale, si è già detto abbastanza e non aggiungo altro, fermo restando il mio concordare con Battiato riguardo la stima per Arcangelo Corelli), i violini chiudono alla grande con un pensiero affettuoso a Giusto Pio (perlomeno a me è sembrato di avvertirlo).

Un’altra vita” e “No time no space“, i 2 brani del disco che risalgono agli anni ’80, suonano rinfrescati e, se non migliorati, certo molto gradevoli. Testi che reggono benissimo i decenni passati, musiche che ancora non ci hanno stancato nonostante i ripetutissimi ascolti, le magie degli archi e pianoforte a contrappuntarsi con vigore, per 2 canzoni che si fatica a non apprezzare (anche) in queste (semi)nuove versioni (e la coda di “No time no space” è un incanto).

Tra i semi-inediti “L’incantesimo” resta per me una canzone non del tutto riuscita e che, dal punto di vista dell’arrangiamento, sembra non riuscire a trovare una sua forma definitiva (siamo alla terza incisione ufficiale…) continuando a galleggiare in uno stato embrionale che non riesce mai a diventare completamente compiuto (nonostante la dolcissima parte conclusiva sia una gioia per le mie orecchie). “Stage door” invece (dopo due versioni demo e diverse presenze nelle scalette live di Battiato) cerca la consacrazione in un nuovo arrangiamento che (a parte il discutibile timbro iniziale della tastiera moooooooolto Bontempi) unisce elettronica, archi e pianoforte in maniera eccellente con una coda romantica inaspettata e pregevolissima. “Tibet” ha invece come unico difetto il testo un tantino retorico e forse non all’altezza degli altri, ma il brano basato su una frase di pianoforte intrigantissima è impreziosito (anche lui !) da una coda strumentale con coro finto-buddhista davvero niente male.

Inverno” era già un gioiello nella versione originale, qui l’arrangiamento ne sottolinea, più che il pessimismo di fondo, una certa forma di serena rassegnazione che ne amplifica la capacità di commuoverci (e che begli archi!).

La quiete dopo un addio” (brano effettivamente tra i più sottovalutati del nostro) viene presentato in un arrangiamento che, con piccole variazioni nel testo, ne ripresenta tutte le qualità e cerca di donargli una nuova giovinezza utilizzando come punto di forza il pianoforte che nella parte conclusiva aggiunge luce lì dove ce n’è bisogno. Si sarà forse intuito che considero Carlo Guaitoli una delle colonne portanti di questo disco, con il suo tocco appropriatissimo (è mia convinzione) aggiunge molto di suo per le parti che lo riguardano andando molto oltre il ruolo di semplice orchestrale/esecutore.

L’altro brano che lascia un po’ perplessi è “Haiku” che Battiato asciuga e riduce (in questo rendendolo più affine al suo titolo) ad un brano per piano, archi ed anelli elettronici di assoluta bellezza ma che senza la sua vecchia coda sembra un tantino irrisolto, medesima sensazione che lascia il secondo inedito “‘U cuntu“, uno di quei brani fuori standard (niente ritmica, tastiere funeree) del nostro che ogni tanto gli escono (pensate alla ghost-track del primo “Fleurs” o a quella di “Ferro battuto“) e che, a mio parere, andrebbero coltivati e sviluppati di più, canzoni-non-canzoni affascinanti, magari poco radiofoniche, che potrebbero aprire nuovi orizzonti nell’ambito della canzone pop italiana.

Se vogliamo cercare i difetti di questo disco, che, tra le altre cose, ha anche un libretto molto bello e ben fatto, a me pare di trovarne due:
-) Un disco che nasce con la pretesa (anche) di recuperare brani più o meno dimenticati e che quindi poteva pescare da un enorme bacino di canzoni (40 anni di attività…) dura davvero troppo poco (la solita mezzoretta) e non se ne capisce la ragione. E’ facile stilare l’elenco di brani che potevano, e forse dovevano, essere recuperati sia attingendo tra gli altri brani oscuri e orgogliosamente minori (“Declin and fall of roman empire” ad esempio) sia tra quelli scritti da Battiato per altri e che sarebbe stato interessante sentire eseguiti da lui (“La piramide di Cheope“, “I processi del pensiero“, la recente bellissima “Il movimento del dare” e mille altre…)
-) La voce di Battiato è lontana dai fasti di un tempo e, come nel recente “Fleurs 2“, non osa mai aggredire le note limitandosi a blandirle con eleganza e senso della misura. Non poco certo, ma meno di quanto eravamo abituati ad ascoltare.

In definitiva un disco che percepisco, anche come sonorità, vicinissimo a quel “Mondi lontanissimi” che nel 1985 fu una sorta di momento di riflessione di Battiato che, ragionando sulla sua attività degli ultimi anni, (anche allora) univa in un unico disco alcuni brani nuovi con le reincisioni di brani vecchi (“Il re del mondo“) o di (relative) rarità mai pubblicate prima su suoi LP (“I treni di Tozeur“, “Chanson egocentrique“). “Mondi lontanissimi” fu il preludio ad una svolta nella sua carriera che allora ci portò “Genesi” e “Fisiognomica” a sparigliare le carte sul tavolo.
Cosa ci aspetta adesso ?

5 thoughts on “FRANCO BATTIATO “Inneres auge”, 2009, Universal

  1. anonimo scrive:

     Bravo Gemellito!
    io le cose le penso e tu le scrivi.
    Quanta fatica mi risparmi?
    🙂
    Dedico questo post alla mia amica  Marta che non ama ne gli archi ne le tastiere 😉

  2. anonimo scrive:

    Puntualissimo, se non nei tempi, nei giudizi
    Che, immodestamente, condivido.
    Un abbraccio
    vlm

  3. Pili scrive:

    Ciao Abul! La questione è che è molto difficile dimenticare il fatto di avere seguito Battiato da una vita…  E la comparazione con il momento di "Mondi lontanissimi" forse non è tanto giusta perché in 1985 Battiato pensava soltanto alla musica e non aveva questo grande amore per il cinema che adesso lo tiene "in raptus" totale. Ma anch'io mi domando cosa ci aspetta adesso? Sarà l'opera su Telesio? Riuscirà a consegnarla prima della fine dell'Anno Telesiano? Sarà forse un'opera di 40 minuti con 20 minuti di recitativo e 10 minuti di musica riciclata di altre pubblicazioni?   Speriamo di no.Caro Abul, ti ho linkato nel mio blog http://battiatohispano.wordpress.com   ti chiedo di aiutarmi e linkare la mia radio, sicuramente la radio che più manda in onda "Inneres auge":http://www.radionomy.com/battiatohispano.aspxhttp://listen.radionomy.com/battiatohispano.m3uSaluti da mondi lontanissimi….  Pili

  4. abulqasim scrive:

    Ai tempi di Mondi lontanissimi Battiato era tutto preso dall'idea di fare un'opera, e credo fosse "distratto" tanto quanto lo è ora dal cinemasalutonesS.

  5. anonimo scrive:

    E 'affascinante e interessante in questo blog il soggetto è semplice ed è quello che mi piaceva. Penso che le cose belle non sono così sofisticati ed elaborati, ma il semplice, le sfumature e la bellezza che rende semplice. C'è anche di classe e bellezza.  Affascinante.

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