ARVO PÄRT “Diario dell’anima”, Roma, 23 gennaio/2 febbraio 2010

Nell’ambito della sua annuale rassegna dedicata alla musica contemporanea l’Auditorium romano “Parco della Musica” ha dedicato al compositore estone Arvo Pärt una serie di eventi il cui fulcro sono stati alcuni concerti, nei quali sono state eseguite molte delle sue composizioni, unitamente ad una mostra fotografica, alla proiezione di un documentario a lui dedicato e ad altre iniziative. Ho seguito direttamente 2 dei concerti, entrambi nella piccola Sala Petrassi, piccola ma confortevolissima tanto da permettere l’ascolto della musica SENZA amplificazione regalandoci la possibilità di vivere una musica così sottile come quella di Pärt in un contesto di assoluta purezza.
Nella prima serata hanno suonato alcuni componenti della PMCE (Parco della Musica Contemporanea Ensemble, l’orchestra residente specializzata nel repertorio contemporaneo) integrati dalla voce di Arianna Savall e diretti da Tonu Kaljuste (probabilmente il direttore d’orchestra in assoluto più vicino a Pärt e più esperto della sua musica). Il repertorio ha spaziato intorno ad alcuni tra i brani da camera più celebri di Pärt (tra gli altri: “Fratres“, in una inedita versione per percussioni, “Summa“, “L’Abbé Agathon“, “Spiegel im spiegel“, anch’esso in un nuovo arrangiamento per flauto basso e pianoforte) regalandoci, ma non me ne sono certo sorpreso, momenti di assoluta meraviglia e incanto.
L’altro concerto ha invece visto all’opera un quartetto di voci insieme ad un quartetto d’archi (diretti da Paul Hillier, altro storico interprete delle musiche di Pärt). Nella prima parte (meno riuscita) si sono alternate le parti che compongono la “Missa syllabica” di Pärt con brani di autori antichi vicini all’estetica pärtiana (Guillame de Machaut, Perotin e altri…), mentre nella seconda è stato eseguito lo splendido “Stabat mater” con la soprano Else Torp semplicemente superlativa.

Pärt è un autore particolarissimo, praticamente senza eredi o emuli, capace di ridare senso al concetto di “musica sacra” nell’occidente cristiano attraverso la realizzazione di opere che sono allo stesso tempo moderne e pregne di una religiosità non banalmente affermata quanto vissuta concretamente e pienamente. Ha messo in musica tantissimi testi tradizionali della cristianità (oltre allo “Stabat mater” e alla “Missa” di cui sopra ha anche composto, tra le altre cose, una “Passio domini nostri“, un “Miserere“, un “Te deum“, un “Magnificat” e così via) ed è riuscito a rendere in maniera mirabile il sentimento religioso senza per questo risultare mai ridicolo o infantile (e, mi si conceda, ai giorni d’oggi quasi sempre sulle musiche che si dichiarano affini a qualche religione si può stendere un pietoso velo tanto sono elementari nella poetica e lontanissime dalla dimensione del divino nell’estetica musicale).
Nella sua musica spicca l’uso assai parco delle note (poche, solo quelle necessarie) così come quello dei silenzi per opere che sembrano volerci far provare (per quanto possibile a noi umani) l’ampio respiro del creato, l’immobile bellezza del Verbo.
Un autore come lui in un paese come il nostro (dichiaratamente, ostentatamente, orgogliosamente, inutilmente cattolico) sarebbe dovuto diventare una star. Ratzinger, o chi per lui o prima di lui, avrebbe dovuto renderlo obbligatorio nelle parrocchie, al catechismo, nell’ora di religione.
Invece, forse perché puzza un po’ di cristiano-ortodossia, continua a restare un autore conosciuto ed apprezzato da pochi (non pochissimi però, perché in questi concerti romani le sale le ha riempite e i suoi dischi la ECM li vende abbastanza facilmente).
O forse ciò accade perché attraverso la sua musica si fa strada un’idea di cristianesimo puro, di spiritualità vera, di religiosità intensa e profonda che mal si accorda con questa Italia e questo Vaticano.

Celestiale. Nel vero senso del termine.

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