THE DOUBLING RIDERS “Garama”, 1991, Il Museo immaginario

Tra i progetti più affascinanti e più dimenticati degli anni ’80 c’è quello dei Doubling riders. I cavalieri del doppiaggio nascono sulle ceneri di un altro gruppo ingiustamente dimenticato, gli A.T.R.O.X. (due LP nella prima metà degli anni ’80), virando radicalmente la portata del progetto che da derive post-Tuxedomoon si sposta su di una tavolozza molto più ampia e ricca.

Il nucleo di quello che era, a tutti gli effetti, un non-gruppo venne formato da Francesco Paladino e Pierluigi Andreoni. L’idea di fondo era quella di essere un semplice innesco, un semplice stimolo, mettere in circolazione piccole idee e affidarle ad un circuito di amici/collaboratori/complici e, attraverso lo scambio dei materiali, arrivare a definire dei brani non come espressione dei singoli ma come risultato dell’interazione tra sodali più o meno lontani. All’epoca, giova ricordarlo, non c’era la posta elettronica e non c’era Internet, gli scambi avvenivano tramite posta reale o tramite lo spostamento geografico dei collaboratori il che, per progetti come questo, significava anche tempi lunghi e tanta pazienza. L’ambizione, almeno inizialmente, fu quella di realizzare dischi in cui la formazione cambiasse ad ogni pezzo e con essa cambiassero atmosfere, obiettivi e resa sonora.

Il disco d’esordio, pubblicato nel 1986 dalla piccola, coraggiosa e bemerita ADN di Milano, attribuito a F.P. & the doubling riders, venne intitolato “Doublings & silences – volume I” (e già l’idea di un primo volume definisce l’ampio respiro del progetto e l’ambizione alta a realizzare qualcosa che nel tempo potesse svilupparsi e crescere), conteneva ben 16 tracce che si muovevano attraverso scenari assai diversi:
si va da malinconiche atmosfere classicheggianti (“Doublings & Silences“, “Nights“), a tenebrose apparizioni industrial (“Neoplastie part III“), passando attraverso ricordi minimalisti (“The warm current“), droning rileyani (“H F A1“, “Voila le tropiques“), rimembranze elettrokraute (“Chinese rain“), canzoncine sghembe (“Smell into a dream“) o vicine all’Eno più delirante (“Possession and treasures“). Tra i collaboratori fanno la parte del leone Alain Neffe, Marino Benvisi e Gianni Defelici.

Come spesso succede negli esordi il progetto non è ancora perfettamente a fuoco, c’è qualche ingenuità e qualche prolissità di troppo, l’uso insistito di un inglese dalla pronuncia approssimativa sa molto di provinciale, ma questo resta un battesimo di tutto rispetto e ancora oggi suona molto fresco nella sua frammentarietà e nelle sue diversità.

L’anno dopo esce “Doublings & silences – vol.II (Hommage to Gustavo Foppiani)” accreditato semplicemente a The Doubling riders e subito si alza il tiro. L’album è doppio, la confezione, molto elegante, è un box nero contenente i due vinili, un booklet essenziale (ma con tutte le informazioni necessarie) e una stampa riproducente un dipinto di Foppiani. Al duo iniziale si affianca Riccardo Sinigaglia (tra gli sperimentatori italiani più interessanti emersi in Italia negli anni ’80 in quella zona di confine tra pop e avanguardia che tanti gioielli ci ha regalato in quella decade) che diventerà membro stabile del gruppo per tutti gli anni a venire e, tra i tanti collaboratori al disco, troviamo artisti di altissimo livello (personaggi del calibro di Pascal Comelade, Mario Arcari, Giovanni Sturmann, Piero Milesi, Christina Kubisch, Roberto Musci, Raffaele Serra, Gregorio Bardini, Tommaso Leddi…). Per quello che riguarda le sonorità il disco non si discosta particolarmente dal primo nonostante una più marcata presenza di tastiere (l’onnipresente Yamaha DX7) e computers. Nel primo disco spiccano i classici toy instruments comeladiani dell’iniziale “Venice calles“, le tastiere gotiche di “Little penguins in love” e quelle delicatissime di “Artery of the sun“. Nel secondo si fanno apprezzare l’elettronica 80’s di “Azur noise“, a metà tra ambient ed elettronica incolta, i fiati distesi (siamo sempre dalle parti del Riley di “Poppy Nogood…“) di Alain Neffe in “Confidential eggs“, le sincopi a singhiozzo di chiara ascendenza Eno/Byrne (ne ho parlato poco tempo fa in questo post) di “A poetry of broken hearts“, il recitato su soffice base elettronica alla Laurie Anderson di “The lacerny of the harpstrings“, la lunga improvvisazione bucolica in stile Aktuala di “The last picture” con la coppia flauto/oboe vagamente psichedelica (Gregorio Bardini e Mario Arcari superlativi), l’elegante simmetria della conclusiva “Pyramid” dove ancora i flauti si evidenziano duettando con i toni gelidi delle tastiere e donandogli riverberi di calore.
Una attenzione speciale merita “La partienze” primo brano nel quale i Doubling riders collaborano con Mario De Leo e la sua inimitabile voce capace di unire (credetemi) i raga indiani con il canto popolare del sud Italia. E’ questo un brano che mostra inequivocabilmente come una voce di alto spessore possa nobilitare queste musiche così apparentemente sfuggenti e timide, soprattutto mostra come la padronanza della lingua (in questo caso un dialetto, credo, pugliese) renda molto più efficaci le liriche a differenza di quell’inglese abborracciato che, anche in questo secondo disco, segna molti degli episodi.

Passano un paio d’anni e Supporti Fonografici pubblica il loro terzo lavoro (primo in formato digitale) intitolato “World!“. Formula invariata, stesso trio alla base del progetto con accanto alcune conferme e qualche new entry (Tiziano Popoli, Gabin Dabirè, Ira Stein tra gli altri). Il titolo e i vari brani sembrano voler disegnare una specie di viaggio in giro per il mondo in cerca di suggestioni musicali e non solo, ma si avverte un pizzico di stanchezza nella proposta che presenta episodi fuori misura (l’iniziale valzerino con voci demenziali “Ghost waltz“, lo spagnolo rigido di “Rosas“, il girare un po’ a vuoto di chitarra acustica + tastiere elettroniche e voce svociata di “Don’t leave fingerprints“, la kora di “Alla la ke” sostanzialmente fuori contesto) accanto ad episodi molto più riusciti e in linea con il loro recente passato (l’abbacinante panorama gelido di “Gulhane park” in cui le progressioni delle tastiere disegnano orizzonti di rara bellezza, l’interessante dialogo tra armonie elettroniche e voce afro di “Belcher beach“, quello elegantissimo e intenso tra violino e tastiere in “Tiddley winks 1“, quello a tre tra tastiere, balafon e la voce di Rossana Maggia nel conclusico “Tiddley winks 3“, le impennate del sax di Mario Arcari e quelle dei flauti di Angelo Avogadri sulle tastiere placidissime di “Vietcong details“).
Ancora brilla la luce di Mario De Leo nella suggestiva “Nu indize“: su di un unico tono sostenuto indefinitamente la sua voce, la tromba di Tommaso Leddi e i sax di Pierre Zeidler intessono ricami dalla trama ardita.
Luci ed ombre, ma un lavoro di transizione che non lascia indifferenti e presenta alcuni spunti che saranno alla base di “Garama“, il loro quarto disco che, nel 1991, segnerà anche l’interruzione del progetto.

Ormai il gruppo è, a tutti gli effetti, un trio che, pur utilizzando ospiti nei suoi lavori, tiene ben stretto il timone e naviga nelle direzioni che lo affascinano (i 9 brani che compongono il disco sono quasi tutti firmati da loro 3 con minime partecipazioni di altri musicisti). Dedicato al popolo africano dei Garamanti (secondo la tradizione gli antenati degli attuali Tuareg), è uno tra in non molti capolavori dell’elettronica post-ambient italiana ed un disco la cui bellezza è passata misteriosamente sotto silenzio.
Pubblicato da Il Museo Immaginario (praticamente una autoproduzione…) il cd si apre con “Garama“, ancora la voce di Mario De Leo che si contrappone a quella classicamente impostata di Annarosa Cortellini e la accompagna con eleganza su un tappeto di tastiere celestiali, di seguito “La pista del Kidal” vede la voce recitante (questa volta in un ottimo inglese) di David Rider sorretta da delicate gocce di tastiere e dal flauto misticheggiante di Paolo Pirato che disegna arabeschi nel cielo per un brano che è pura estasi. E ancora, a seguire, brani splendidi come “Ultimi porti” (elettroniche dal lento e maestoso incedere impreziosite dal violino di Tommaso Leddi e, ancora, dalla voce della Cortellini), “Triboli Gao” (tra i loro brani migliori di sempre, vocalizzi come di una Lisa Gerrard meno oscura sulle solite splendide tastiere che, come un rubinetto che perde, gocciolano note di purissima essenza), “Plus Nubiae” (che riprende gli stilemi de “La pista del Kidal” ma che, con l’aggiunta delle tablas e di tastiere simil-dulcimer a martello, sviluppa un’atmosfera psico-raga e un po’ fricchettona assolutamente suggestiva), “Oltre Cydamus” (tastiere che recuperano le atmosfere che furono del Battiato di “Clic” ma, chiaramente, con minore energia iconoclasta e maggiore serenità, per un brano di una placida, disarmante, bellezza) a cui fa da contraltare “Djerat” con i suoi rombi sordi (le tastiere di Giampiero e Giancarlo Bigazzi), la chitarra nervosa di Chris Karrer e la voce libera e inafferrabile di Rossana Maggia per l’unico brano che presenta al suo interno elementi lontani dalla calma e dalla tranquillità che caratterizza tutto l’album.

Sottolineature particolarissime per “Kaossen” (capolavoro che aggiunge alle atmosfere di “Plus Nubiae” un uso del pianoforte anch’esso mutuato dal Battiato del 1974 straordinaria unione tra il meglio dell’avanguardia italiano degli anni ’70 con il meglio del decennio successivo e la voce di Annarosa Cortellini ad aggiungerci la polpa di una umanità gioiosa di cui entrambe, forse, hanno bisogno, è un vero peccato che questo brano sfumi dopo soli 6 minuti quando si avrebbe voglia non finisse mai…) e “I graffiti di Orione e delle Pleiadi“, che segna la fine del disco con i suoi oltre 24 minuti di elettronica ambient/cosmica di primordine (nel lungo alap iniziale, si recuperano certi toni sostenuti che furono dei Tangerine dream unendoli, anche qui, con l’elettronica meticcia del Battiato Bla…Bla… fino all’intervento di una percussione insistita che muta il panorama spostando l’atmosfera verso lidi più oscuri e inquietanti per poi svanire in un mare elettronico nuovamente fermo nel quale le impennate del violino di Maurizio Dehò ci trasbordano verso la seconda metà del pezzo caratterizzata dal soffio di venti cosmici sul cui fondale le tastiere dipingono singoli astri per arrivare, nella sezione finale, ad un pianoforte, come per “Kaossen“, che se ne va per lo spazio zigzagando ma sempre tenendo ben presente la sua meta, che non raggiungerà mai).

Una degnissima conclusione per un progetto che avrebbe meritato ben altra fama.

In realtà qualche anno dopo ci sarà una sorta di figlio illegittimo di questo progetto. A metà degli anni ’90 la Materiali Sonori (etichetta indipendente perfettamente in linea con le sonorità dei Doubling Riders) licenzia due cd accreditati a Pierluigi Andreoni (ancora lui) e Nicola Alesini. Il progetto si intitola (ed è dedicato alla figura di) “Marco Polo“, moltissimi e prestigiosi sono gli ospiti che accompagnano i due protagonisti (tra i tanti ricorderemo in questa sede solo David Sylvian e Roger Eno) per oltre due ore di musiche che cercano di evocare luoghi e situazioni della vita del grande viaggiatore veneziano attraverso suoni e situazioni che hanno un fortissimo debito con i dischi di cui abbiamo parlato finora.

Ma questa, come si suole dire, è un’altra storia sulla quale, forse, torneremo.

2 thoughts on “THE DOUBLING RIDERS “Garama”, 1991, Il Museo immaginario

  1. anonimo scrive:

    Caro amico, ho letto con estremo piacere il Tuo pezzo sui doubling riders. E con un pò di commozione, visto che ne ero uno dei membri fondatori.A Tua disposizione per narrarti cosa è venuto…dopo.Francesco Paladinofrancesco_paladino@libero.itcell 335/6677874

  2. abulqasim scrive:

    E' sempre un po' imbarazzante ricevere messaggi da coloro che sono oggetto dei propri scritti, si ha sempre paura di aver scritto qualche grossolana fesseria, ma fa anche molto piacere ricevere da costoro parole di apprezzamento e di disponibilità come quelle postate sopra Leggendo tra le righe mi sembra di trovare un invito ad andare oltre le, pur importanti, esperienze legate agli anni '80 (e '70), cosa che cercherò di recepire.Invito chi abbia apprezzato il mio post ad andare sul sito di Francesco Paladinohttp://www.francescopaladino.it/dove troverete la sua diretta narrazione su ciò che sono stati i Doubling riders (e gli A.T.R.O.X. e gli altri gruppi di cui ha fatto parte) oltre a info molto accurate sulla sua attività odierna (da tempo è soprattutto un videomaker ma negli ultimi anni sembra aver ristabilito un fecondo rapporto anche con la musica).Grazie per avermi scritto.Stefano AbulQasim

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