ANOUAR BRAHEM TRIO “Astrakan cafè”, 2000, ECM

Sarebbe facile per questo disco scomodare tutto l’immaginario occidentale relativo al Medio Oriente (da “Le mille e una notte” a luoghi al limite del mito come Samarcanda) e non sarebbe neanche del tutto fuori luogo, ma qui, in verità, abbiamo a che fare innanzitutto con un musicista dalla squisita sensibilità e dal rigore straordinario.

Anouar Brahem è uno dei massimi interpreti contemporanei dell’oud, il liuto arabo, ma non pensate ad un semplice esecutore (per quanto dotato) di traditional della sua terra. Brahem è un musicista contemporaneo che vive pienamente la sua contemporaneità.

Come tutti ha interiorizzato temi, modi e ritmi della sua terra, ma si è anche confrontato con musicisti appartenenti ad altre culture e ha vissuto, musicalmente parlando, una vita con le finestre sempre ben aperte.

Il risultato di tutto questo è una musica che, pur essendo ostinatamente contemporanea, porta con se i profumi di tante e diverse terre miscelate con abilità e istinto musicale sopraffini.

In questo gioiellino pubblicato dalla storica ECM l’artista tunisino è accompagnato dal clarinetto di Barbaros Erköse (musicista turco) e dalle percussioni di Lassad Hosni (anche lui dalla Tunisia) in un viaggio (più mentale che fisico) attraverso svariati luoghi dell’Asia, privilegiando quelle ex-repubbliche sovietiche (Turkmenistan, Azerbaigian)) celebri per essere stati luoghi di molteplici incroci culturali. I 14 brani di questo lungo CD sono quasi tutti scritti da Brahem e dai suoi collaboratori (ribadisco, niente musica tradizionale) e ci trasportano, con infinita dolcezza, insieme a loro in giro per questi luoghi attraverso composizioni che, pur concedendo largo spazio all’improvvisazione, risultano ammalianti e piacevoli come raramente ci capita di ascoltare.
Perfette musiche per accompagnare l’equilibrio di un the alla menta alla Medina o affidarsi pigramente alle volute di un narghilè. Gli strumenti dialogano tra di loro (a volte raddoppiandosi, a volte contrapponendosi) in un elegante e pacifico incontro dai toni sempre delicati e mai volgari, con melodie che ogni tanto compaiono a deliziarci ma più spesso cedono il posto ad una sorta di flusso cangiante e avvolgente di primissima qualità.

Questa musica è seta arabescata, uno di quei tessuti che l’industria non sarà mai capace di replicare e solo la antica sapienza artigiana può correttamente realizzare.

Difficile trovare qualche brano più riuscito degli altri: forse “Ashkabad” con le percussioni trascinanti e ossessive, il clarinetto a disegnare melodie e l’oud in mezzo a fare entrambe le cose in una scintillante irresistibile sintesi, o “Halfaouine” dai classici sapori mediorientali con le ampie volute di Erköse intervallate dagli inserti di Brahem che da accompagnamento al clarinetto si trasformano in controvoce dello stesso in un gioco dalle regole misteriose dove non perde mai nessuno, o, ancora, “Parfum de gitane” dove la Tunisia incontra attraverso sentieri conosciuti solo ai migranti frammenti di Europa in un mix solo apparentemente azzardato, per non parlare della maestosa “Astara” dall’incedere imponente capace di farci intuire le bellezze della capitale azera o delle vertiginose accelerazioni derviscie di “Nihawend lunga“, ma è tutto il disco a muoversi su livelli altissimi e quasi ogni traccia meriterebbe una citazione.

E il fatto che il disco sia stato registrato nel monastero di San Gerold in Austria credo abbia aggiunto quella serenità e quella tranquillità necessarie perché gli esecutori potessero esprimersi al loro meglio.

Quando la musica è incanto.

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