MARIA CARTA “Umbras”, 1978, Polydor

Ci manca Maria Carta.

Ci manca il suo rigore, la sua voce cristallina, il suo saper essere popolare e mai populista, la sua capacità di coniugare la ricerca musicologica con una rara attitudine alla divulgazione, la sua paziente opera di innesto di rami nuovi sul grande albero della musica tradizionale.

Questo disco probabilmente non è il suo migliore e neanche il suo più importante, ma è uno dei pochissimi ad essere stato ristampato con un minimo di cura (discreta digitalizzazione, libretto completo di testi e informazioni, copertina abbastanza fedele all’originale, tre bonus tracks pescate da un album temporalmente prossimo) e, soprattutto, non è la solita antologia senza capo ne coda poverissima di informazioni sui materiali contenuti e dall’apparato iconografico ridicolo (e Dio solo sa quante ce ne sono in giro…).
E’ una delle pochissime edizioni digitali di materiali di Maria Carta che portino rispetto a questa straordinaria artista.

Le case discografiche sono bravissime a piangere miseria per il comportamento altrui (ah! i benedetti diritti d’autore), molto meno a stigmatizzare la maniera in cui l’opera di musicisti di assoluto valore viene smerciata da esse stesse (ah ! i diritti dell’autore).
Al solito si predica bene e si razzola male (e in questo, va detto, sono in buona compagnia).

Brava quindi la Universal a recuperare questi nastri e ben confezionarli.

Come indicato nelle note obiettivo di questo LP era quello di recuperare poesie di autori sardi risalenti ai secoli precedenti rivelandone una dimensione musicale che in qualche modo sarebbe intrinsecamente appartenente a questi versi. Dall’iniziale ed austera “Ave Maria catalana” (dal maestoso organo a canne) ci si sposta verso atmosfere più ballabili (“Ballada ogliastrina“, “Muttettu” con le gioiose launeddas di Mauro Palmas), o più intime (le chitarre di “No si poni resistì“, “Fiores pro una oghe“, “Non potho reposare“).

Come in tutti i lavori della Carta qui si può respirare un’aria dall’odore forte e definito: ascoltarla non significa solo godere di musiche belle ed intense, significa soprattutto riuscire ad entrare in un mondo di grande bellezza ricco e complesso. E lei è bravissima ad accompagnarci in un viaggio che non può non arricchirci.

Maria Carta non ci ha lasciato una discografia sterminata (alla fine credo abbia inciso meno di una ventina di dischi) e non ci dovrebbe voler molto a recuperare i master, digitalizzarli realizzando un cofanetto simile a quello recentemente fatto per Fabrizio De Andrè che li contenga tutti unitamente ad un librettone che contenga i materiali iconografici originali (eventualmente integrati con altre immagini o ulteriori testi esplicativi). Realizzare un’opera simile permetterebbe di preservare per i posteri un insieme di opere preziosissime, dargli la giusta dignità e soprattutto renderle nuovamente fruibili a tutti.

Non mi aspetto che le case discografiche realizzino un progetto del genere, ma la regione Sardegna, a mio parere, potrebbe destinare qualche fondo per recuperare un pezzetto di quell’anima sarda che tanto abbiamo amato e che tanto andrebbe divulgata prima che la si riduca ad un isola dalle due facce (entrambe false): la Costa Smeralda con i suoi bilionari da una parte, la terra abbandonata e le industrie dismesse dall’altra.

Esiste una fondazione dedicata a Maria Carta ma non mi sembra abbia la forza per ridare voce alla sua musica. Chi ha a cuore la bellezza della cultura sarda deve avere a cuore questi lavori e l’immensa caratura di questa musicista e interprete di prima grandezza.

Se non sappiamo conservare e coltivare queste eredità forse le generazioni precedenti hanno seminato invano.

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