ELENA LEDDA “Amargura”, 2004, Marocco music

Questo disco sta alla musica del Tirreno (segnatamente alle musiche tradizionali di Sardegna, Campania e del resto del sud Italia) come “The mask and the mirror” sta alla musica celtica.

So che la matematica e le proporzioni mal si adattano alle questioni musicali, ma quando progetti diversi hanno finalità medesime credo sia il caso di sottolineare certe affinità.

Tutto nasce dall’inedita collaborazione tra Elena Ledda, la più importante interprete sarda della sua generazione, artista all’interno della quale convivono il presente ed il passato della cultura sarda, e Lino Cannavacciuolo qui in veste di autore di gran parte delle musiche e di sofisticatissimo arrangiatore.
L’unione di questi due artisti produce un disco che non contiene brani della tradizione (campana o sarda che sia), ma propone canzoni nuove che però sono pienamente immerse in entrambe le culture di appartenenza degli autori del progetto.
In buona sostanza si fa musica di oggi tenendo ben ferme le radici nella propria tradizione (intesa nel senso più ampio che possiate immaginare).

E già che c’erano i due si sono anche permessi il lusso di farsi accompagnare da valentissimi musicisti. Tra i tanti mi piace ricordare Mauro Palmas (polistrumentista sardo da sempre legato al percorso di Elena Ledda), Paolo Fresu (vi devo ricordare di chi si tratta ?) e poi alcuni dei tanti musicisti che hanno fatto grande Napoli negli ultimi decenni, tra questi l’indimenticato tastierista Joe Amoruso, Gigi De Rienzo, Tullio De Piscopo, Ernesto Vitolo, Giovanni Mauriello e, naturalmente, lo stesso Cannavacciuolo ai violini et similia.
Un progetto che già solo per la qualità e la quantità dei musicisti coinvolti dimostra le sue ambizioni.

E l’obiettivo è stato pienamente raggiunto: una scaletta formidabile piena di grandi canzoni, arrangiamenti lussureggianti, interpretazioni di primissimo ordine e grande originalità (così come fu nel disco di Loreena McKennitt citato all’inizio).

Tra le tracce particolarmente riuscite vi segnalo l’iniziale “Pesa“, dove subito si presentano assieme archi, benas, kemange e quartetto d’archi a costruire un corpo sonoro di intenso spessore con anche una vaga presenza mediorientale, l’inesorabile progressione di “Carinnius” con le percussioni a creare spazi enormi per il quartetto d’archi e il bouzouki di Paolo Del Vecchio (e la tromba di Fresu a ricamare e sottolineare), la passeggiata napoletana di “Palchì no torri ?” dal felicissimo ritornello all’odore di basilico e origano, la ballata notturna “Amargura” interpretata magicamente dalla Ledda, la divertita “Andu” persa per i vicoli di qualche città immaginaria con fisarmonica, violino e percussioni a menare le danze, le chitarre dolenti di “Sa lughe” (non lontane da certe atmosfere tipiche dei Madredeus), la turbo-taranta con mandolino frizzante ed echi N.C.C.P. di “Canticos“.

I testi (fortunatamente tradotti nel libretto del CD), scritti quasi tutti da Michele Pio Ledda, sono molto interessanti (e molto “sardi”), spesso venati di amarezza (non a caso è il titolo del disco) e sofferenza.

Due parole speciali le meritano le due cover presenti nel disco (entrambe virate in sardo, unica lingua utilizzata in questo progetto): “Nights in white satin” (da noi famosa anche nella versione che ne fecero i Nomadi, “Ho difeso il mio amore“) si tramuta in una ballata dolorosa dove la voce della Ledda e il violin zeta di Cannavacciuolo regalano pura emozione, mentre “Tre madri” di Fabrizio De Andrè, che cantata da una donna e interpretata con questa intensità e questa raffinatezza assume una forza e una drammaticità che non si riscontrano neanche nella versione originale, chiude il disco nel migliore dei modi possibili grazie anche ad un arrangiamento strappacuore (che recupera alcuni degli stilemi usati da Mauro Pagani nelle sue collaborazioni con De Andrè, e se c’è una figura italiana che possiamo avvicinare a questo disco è proprio quella di Pagani, anche lui capace di unire le sponde del Mediterraneo attraverso la sua lunga opera di musicista/autore/arrangiatore).

Musica di gran classe.

p.s. Lo so che non esiste nessuna “musica del Tirreno” così come non esiste nessuna “musica mediterranea”, ma, credetemi, se ascolterete questo lavoro scoprirete che, almeno per il tempo che dedicherete a queste canzoni questa musica esisterà e sarà straordinariamente reale.

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