ELODIE LAUTEN “Piano works revisited”, 2010, Unseen worlds

Il post-minimalismo è una branca della musica contemporanea davvero bistrattata dalla critica.
Mentre ci sono moltissimi libri che approfondiscono la storia del suo padre spirituale (il minimalismo), sia attraverso l’analisi generale del movimento (sviluppatosi negli USA a partire dalla metà degli anni ’60), sia attraverso monografie, biografie e saggi dedicati ai 4 musicisti che solitamente vengono identificati con questo movimento (LaMonte Young, Terry Riley, Steve Reich, Philip Glass, che furono i più famosi ma non certo gli unici esponenti di questo movimento), per quello che mi risulta c’è poco o nulla che analizzi seriamente l’influenza che questa scena ha poi avuto, soprattutto dalla fine degli anni ’70 e per tutti gli anni ’80, su tanti musicisti che partendo dai lavori di questi artisti li hanno poi ibridati con altre musiche o li hanno filtrati attraverso la propria personalità musicale generando nuove musiche che sono indubbiamente figlie ANCHE dell’esperienza minimalista e che a questa rimandano decisamente.

Ho già parlato di alcuni di questi compositori, gente come Michael Nyman (capace di unire aspetti minimalisti con le classiche musiche di autori come Purcell o Mozart, vedi questo mio vecchio post), o Wim Mertens (che ci aggiungeva la sua sensibilità europea e romantica, vedi quest’altro post), o Andrew Poppy (che lo miscelava con aspetti provenienti dal rock più creativo degli anni ’80 come scrissi in questo post qua).
Tra le tante è giusto segnalare l’influenza su artisti italiani quali Roberto Cacciapaglia (ne scrissi qui) o Piero Milesi (di un suo capolavoro post-minimalista accennai qui).

Di fronte a questo disinteresse della critica ufficiale è mia convinzione che valga invece segnalare molti di questi lavori e di questi artisti, figli di quello che resta uno dei sogni americani più nobili dello scorso secolo, per riportare, per quanto mi è possibile, sotto i riflettori dischi che, sempre a mio parere, meriterebbero di essere considerati meglio e con più attenzione di quanta normalmente gliene viene dedicata.

Tra i gioiellini perduti del post-minimalismo non possiamo non annoverare un LP uscito nel 1983 per la minuscola etichetta Cat collectors intitolato “Piano works“.
E’ il delizioso disco d’esordio di una compositrice e pianista americana, Elodie Lauten, dalle dichiarate ed evidenti influenze minimaliste. Sua caratteristica è però quella di non disdegnare l’improvvisazione così come la presenza nelle sue composizioni di elementi (blandamente) rumorosi e imprevedibili (generalmente suoni ambientali provenienti da luoghi prossimi alla musicista).

Nella sua brevità (una mezzoretta scarsa di musica) il disco inanella una ricca serie di brani azzeccati. Dall’iniziale “Cat counterpoint“, in cui un bel fraseggio reiterativo del pianoforte viene affiancato da tutta una serie di borbottìi del sintetizzatore, si passa al lento e medidativo incedere dell’acquatico “Revelation“, ai ritmi veloci di una “Adamantine sonata” dai contrappunti molto affascinanti, alla conclusiva “Imaginary husband” dove il pianoforte meno minimalista di tutto il disco si confronta con oscuri dialoghi rubati a qualche film in bianco e nero in un contrasto spiazzante.

Ma il brano più affascinante, secondo me, è “Alien heart“, con il suo morbido e ripetitivo arpeggio di pianoforte sul quale si innestano timidamente suoni elettronici a fare da sfondo all’ottima interpretazione del brano che, nello stile pianistico, mi ricorda (mi perdonino i puristi) certe cose del Banco del Mutuo Soccorso più raffinato (penso particolarmente al loro primo disco inglese). C’è una capacità di muoversi intorno alla linea melodica principale con ripetuti arpeggi semi-improvvisati che rende il brano di una piacevolezza accecante, c’è una delicatezza nella mano che suona più efficace e raffinata di certo irruento pianismo mertensiano (ad esempio) che qui sarebbe inadatto ad esprimere la cosmica meraviglia che emerge dalle note dello spartito (e sia chiaro che adoro il modo in cui Mertens suona le proprie musiche).

La sua è una musica che, come spesso accade agli artisti americani, suona algida, priva di emozioni, lontanissima da quel romanticismo e da quella espressività che sembrano essere tipicamente europei, ma questo non la rende peggiore (né migliore) della musica di un Nyman o di un Mertens. Semplicemente qui si guarda e si mira altrove, alla ricerca di un suono forse più universale e più estatico.

Oggi questo disco è tornato ad essere abbastanza facilmente reperibile grazie ad una nuova edizione curata dalla Unseen worlds che in un doppio cd intitolato “Piano works revisited” ha unito il disco di cui vi ho parlato con un altro classico della Lauten che era andato disperso e mai ristampato (“Concerto for piano and orchestral memory“) e già che c’era ci ha anche aggiunto alcune tracce mai pubblicate prima o presenti su oscure compilation di improbabile reperibilità.

Timida, ma con coraggio.

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