GARRETT LIST “Your own self”, 1972, Opus one

Sono in pochi ad aver tentato di unire elementi tipici della musica minimalista con elementi di musica jazz, e sono ancora meno quelli che da questa unione vagamente blasfema siano riusciti ad ottenere qualcosa di interessante.

Tra i pochi a potersi vantare di una riuscita sintesi tra questi due stili musicali così diversi (rigorosamente determinato il primo, ampiamente improvvisato il secondo) c’è Garrett List, trombonista americano, che ha miscelato nella composizione che da il titolo a questo LP elementi estremamente diversi.

Il disco è composto da un unico brano, intitolato “Your own self” (che bei nomi si davano negli anni ’60 e ’70 alle composizioni…), di circa 35 minuti che sfuma alla fine del lato A per poi riprendere nel lato B.
Si apre con delle tastiere pressochè immobili che ricordano certo Glass più meditativo insieme a delle voci femminili (anche queste a ricordare il Glass coevo) recitanti un testo, credo, dello stesso List.

Dopo alcuni minuti emergono lentamente i fiati, che si muovono con maggiore libertà, sempre su lenti toni sostenuti, a meglio disegnare lo sfondo sul quale si appoggiano le voci delle ottime (e giustamente celebrate) Joan La Barbara, Jay Clayton e Jerry Kaplan.
Il brano progressivamente prende forma, i fiati e tutto l’ensemble crescono di intensità finchè, intorno all’undicesimo minuto, si passa ad una sezione molto più veloce del brano nel quale a fare da tappeto ritmico sono dei vibrafoni e delle percussioni (questa volta List sembra citare Steve Reich), il basso di Mike Willens diventa più insistente, le voci femminili iniziano anche a fare dei vocalizzi, i fiati si fanno sempre più presenti e più liberi (oltre al trombone di List abbiamo il sassofono del grande Jon Gibson, due trombe ed un corno francese) e alla allegra sarabanda si aggiungono anche i pianoforti di Frederic Rzewsky e Rick Cutler, per una fase del brano caratterizzata da grande rigore, grande inventiva e grande energia. L’equilibrio tra struttura e improvvisazione, e il suono che ne risulta, non sembrano poi essere molto distanti anche da certi momenti di certe versioni di “In C“, capolavoro di Terry Riley (composizione molto sensibile ai mutamenti di organico e alla qualità e provenienza dei musicisti).

Questa sezione veloce sconfina nel lato B del disco, la cui parte iniziale è quella probabilmente più jazz-oriented (con le voci recitanti che si fanno temporaneamente da parte per poi darsi anche loro alla libera improvvisazione) ed in tutto dura circa 16 minuti, passati i quali cede il posto alla terza e conclusiva sezione che torna su atmosfere più tranquille e lente, tornano le voci recitanti e al posto della tastiera c’è ora un pianoforte immobile a fare da base per gli altri musicisti fino al lento dissolversi ed annullarsi di tutti gli strumenti in quell’oceano di suoni che anni dopo teorizzerà David Toop.

E’ vero che sia Terry Riley che La Monte Young hanno scritto dei lavori in cui l’improvvisazione ha un ruolo importante, ma mi sembra di poter dire che questo sia il miglior disco in cui umori e attitudini jazz incrocino le severe strutture minimaliste con un equilibrio e una consapevolezza eccezionali.

Per ora l’unica edizione è quella pubblicata eoni fa dalla Opus One, piccola etichetta indipendente americana dal catalogo prestigioso quanto complicato da trovare già negli anni ’70… figuriamoci oggi…

A quando una decente ristampa che ci permetta l’ascolto dell’opera così come è stata eseguita, (ovvero senza interruzioni) ?

One thought on “GARRETT LIST “Your own self”, 1972, Opus one

  1. […] disco in questione uscì nel 1974 per la rimpianta Opus One (parlammo già di lei in questo post), al suo interno figuravano 3 brani composti e incisi in […]

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