MAX RICHTER “The blue notebooks”, 2004, Fat cat records

Negli ultimi mesi si fa un gran parlare dei cosiddetti neo-classici. Tra questi autori viene spesso compreso Max Richter non so bene secondo quale parametri. Questo delizioso lavoro, non so quanto rappresentativo delle sue opere, a me più che richiamare una non meglio definita classicità sembra chiarissimamente appartenere a quei lavori la cui influenza principale è quella dei minimalisti (e i suoi lunghi trascorsi nei Piano Circus sono decisamente rivelatori su questa materia).

Segnalatomi dall’ottimo Massimiliano questo cd fin dalle prime note mi ha regalato ottime vibrazioni e proprio quando, qualche post fa, accennavo alla storicizzazione del fenomeno post-minimalista ecco un autore fresco fresco che mi dice la sua sulle possibili ulteriori contaminazioni del verbo minimal.

Il disco si apre con “The blue notebooks“, il primo di una serie di brani molto brevi (poco più di un minuto) che si alternano con brani più lunghi e strutturati, e chiarisce subito l’atmosfera del lavoro: pianoforte placido e crepuscolare, suoni ambientali e la voce di Tilda Swinton che recita versi di Kafka.
Poi il primo vero brano, “On the nature of daylight” che ci catapulta in atmosfere dichiaratamente nymaniane (del Nyman più lirico e commovente) con degli archi e pianoforte (l’ossatura del disco) a sovrapporre via via linee melodiche ripetitive di un fascino malinconico e intenso a cui è quasi doloroso abbandonarsi.
E una volta entrati in questo mood malinconico e nostalgico si rimane meravigliosamente travolti dalla bellezza di brani come “Shadow journal“, ancora la voce della Swinton su un loop di tastiera sul quale entra il canto di un violino e, come in un caleidoscopio, emergono via via il contrappunto di un’arpa, quello degli altri archi, il suono di soffici percussioni, in un dolce crescendo che suona come uno sguardo sull’aurora che sorge, “Iconography” (organo più voci) che pare il Glass dei primi anni ’80 (“Glassworks” e dintorni) meno matematico e più immerso nella contemplazione della natura, “Vladimir’s blues” (dalle parti del Glass per solo piano), “Arboretum” (tastiera, percussioni e poi archi, ancora Glass ma anche tracce del Reich più percussivo), “The trees” ancora su coordinate nymaniane per uno struggente ed incantevole intrecciarsi melodico tra piano e archi.

Un lavoro compatto e di grande effetto che illuminato dalla tradizione dalla quale proviene suggerisce nuove direzioni espressive.

Il post-minimalismo è ancora vivo.

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One thought on “MAX RICHTER “The blue notebooks”, 2004, Fat cat records

  1. […] finora mi ha colpito positivamente questo disco in cui Max Richter (di lui vi ho già parlato in questo post) si è divertito a mettere mano ad una delle composizioni più popolari dell’universo […]

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