EDOARDO BENNATO “I buoni e i cattivi”, 1973, RCA

Edoardo Bennato è uno di quei personaggi che nel pieno del mio furore adolescenziale ascoltavo moltissimo e dal quale mi sono poi lentamente allontanato. A tutt’oggi permangono molti dubbi sulle sue qualità e mi sembra indubbio che lo sviluppo della sua carriera lo abbia visto sempre più incartarsi nel ruolo di rocker alla pummarola senza avere più molto da dire, particolarmente dal punto di vista musicale.


Ma riascoltando i suoi primi lavori, contenuti in un interessante e molto economico cofanetto che si intitola “I capolavori di Edoardo Bennato” (che poi altro non è che un precedente cofanetto intitolato “Gli album originali” opportunamente rititolato e ricopertinato…) che contiene al suo interno i suoi primi 5 LP più il classico “Sono solo canzonette“, mi è sembrato necessario sottolineare alcune cose.

Partiamo dalla musica: limitandoci ai suoi primi 3 lavori (“Non farti cadere le braccia“, “I buoni e i cattivi“, “Io che non sono l’imperatore“), e parzialmente anche per “La torre di Babele“, va detto che la formula coniata da Bennato era davvero interessante.
Per quanto ispirata da Dylan e compagni questa idea di fare canzoni sostanzialmente acustiche che poggiano su chitarra, armonica, kazoo e ritmiche autoprodotte miscelando con grande intuito musicale elementi dal cantautorato americano con la sensibilità italiana e riferimenti alla tradizione napoletana (più come attitudine che come elementi musicali veri e propri) non era affatto malvagia.
Bennato ottenne arrangiamenti di grande forza e semplicità che ai giorni nostri (con tutto il rumore provocato dai new-folkers americani, da Devendra Banhart alle Cocorosie) dovrebbero far gridare al miracolo tanto suonano attuali e, contemporaneamente, originali.
Inoltre qua e la nei dischi fanno capolino dei brani orchestrati da Roberto De Simone (e scusatemi se è poco) capaci di creare momenti di grande eleganza e di assoluta eccellenza. Alla riuscita di questi dischi contribuisce, e non poco, il fatto che Edoardo si sia circondato di musicisti di assoluto spessore (oltre a De Simone, suo fratello Eugenio, Toni Esposito, Gigi De Rienzo e tanti altri).

Per quello invece che riguarda i testi va detto che fa davvero una strana impressione riascoltarli oggi. All’epoca mi parvero retorici (ovviamente di una retorica sinistrorsa) e senza la capacità poetica di De Andrè o l’acutezza di Gaber, ma, dopo tanti anni, improvvisamente questi versi mi suonano attualissimi e (chissà come) capaci di dare una scossa a questa Italia persa nelle sue retoriche e nei suoi tabù del nuovo millennio.

In un disco come “I buoni e i cattivi“, che tra questi sei mi sembra il più riuscito, troviamo “La bandiera“, aspra critica a qualunque forma di nazionalismo e di appartenenza che con tutti gli inni nazionali che si sentono ormai in TV sembra arrivare direttamente da Marte (e Dio sa quanto ci sarebbe bisogno di rimettere in discussione la retorica patriottarda di cui è ormai preda anche la sinistra…), “In fila per tre“, mostruosamente attuale, sembra scritta per Marchionne, Casini, Tremonti, Sacconi, Bonanni (e tutti quelli che la pensano come loro) ovvero per tutti quelli che predicano sempre e solo di chinare la testa ed avere pazienza, “Tira a campare” sembra raccontare le attuali angosce di Napoli che ben conoscete, “Uno buono” ha l’ardire di sparare a zero sul Presidente della Repubblica (all’epoca Giovanni Leone) e negli anni ’70 era possibile farlo dai solchi di una major mentre oggi pare che solo Battiato (in certi ambienti) abbia mantenuto il gusto per l’indignazione (cfr. “Inneres auge“), “Arrivano i buoni” si può tranquillamente applicare alle cosiddette missioni di pace che da tanti anni continuano tranquillamente a sbeffeggiare una Costituzione che su certe cose è chiarissima (e anche quello della guerra è uno dei tanti tabù di cui non si può più parlar male nel mondo delle canzonette).

Anche negli altri dischi di questo box troviamo canzoni di questa forza basti pensare alla sferzante e preveggente “Feste di piazza” (con un grandissimo sax di Robert Fix), a “Signor Censore” (sembra scritta oggi e molto più vera ora che allora), ad “Affacciati affacciati” che punta il dito sul papa di allora, Paolo VI, con un gesto forse discutibile ma che dimostra quanto in alto in quegli anni si fosse, fortunatamente, posta l’asticella dell’indicibile, a “La torre di Babele” che pare scritta per gli abitanti della Val di Susa e per tutto l’universo no-global, a “Viva la guerra” che torna sulle tracce di “Arrivano i buoni” (ma, a dire il vero, con meno arguzia ed efficacia).

Insomma, ad ascoltarle oggi queste canzoni sembrano essere diventate improvvisamente necessarie tanto quanto negli anni ’70 mi sembravano superflue.

Evidentemente anche la mia generazione ha perso.

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